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... È una parola

di Costanza Miriano
www.costanzamiriano.wordpress.com

Poco tempo fa ho partecipato a una tavola rotonda alla Pontificia Università della Santa Croce, più o meno all’ora in cui di solito risento le tabelline, o mi addormento per terra giocando a Lego. Un bel salto di carriera, seppure per un giorno solo. Sono arrivata tremebonda – certa di essere in ritardo, ma, siccome avevo letto male l’orario, ero in anticipo, e sono soddisfazioni – col mio quadernetto pieno di cose da dire che poi non ho detto e uno smalto all’altezza, scarpa senza calze con dita massacrate perché soffrire tempra il carattere. Sono arrivata tremebonda, dicevo, ma sulla soglia ho incontrato Pilar che era evidentemente stata inviata in qualità di angelo custode e mi ha presentata al magnifico rettore, a quello sopra di lui (Quello che sta in cappella), a tutti i presenti, per farmi sentire a mio agio e dotarmi di tutti i confort: localizzazione del bagno, pocket coffee, cartellina.

Prima che avessi tempo di chiedermi con troppa attenzione perché fossi lì (la sindrome del massaggiatore della squadra di calcio che sta nella foto con un mezzo sorriso, chiedendosi se lì c’entri davvero qualcosa aleggia sempre) mi sono trovata seduta ad ascoltare monsignor Fisichella che parlava di Testimonianza, parola, nuova evangelizzazione, il tema dell’incontro. Poi la tavola rotonda moderata da Lorenzo Fazzini, con me, Maria Vittoria Marini Clarelli, che dirige la Galleria di arte moderna e contemporanea di Roma, e il regista e attore Giulio Base. Si ragionava sulla testimonianza cristiana nell’arte e nella società. Gesù parlava agli uomini del suo tempo una lingua che capivano, partiva da un patrimonio comune quando diceva dei campi e del fico e della pesca e della fatica di arare i campi. Oggi in questo tempo sbriciolato in cui abbiamo l’illusione di poter conoscere e vivere tutto ma non sappiamo niente manca un bacino comune di esperienze. Io personalmente a volte con i colleghi che conosco da anni mi rendo conto di dovermi sforzare a tradurre, se voglio parlare di Dio (evidentemente dovrei essere più credibile). Anche io ho raccontato del lavoro che ho cercato di fare col mio libro: prendere qualche documento della Chiesa, impataccarlo di smalto o generi alimentari di conforto leggendo, e tradurlo in vicende quotidiane.

Quando Wojtyla nella Mulieris Dignitatem dice che il genio della donna è quello della relazione, mi sono divertita a dimostrarlo descrivendo la disabilità maschile – in particolare del mio privato esemplare di maschio – alle relazioni, raccontando di come attendo invano che il mio orso si trasformi in Cary Grant e mi permetta di invitare un quarto delle persone che vorrei e le attenda sulla soglia di casa con un Martini in mano (se succedesse saprei che in realtà mi deve nascondere qualcosa, probabilmente ha trovato un’amante moldava ventitreenne). Una disabilità che si esplica al massimo grado alle riunioni scolastiche, ma a questa piaga sociale dovrò dedicare un post a parte. Abbiamo poi ragionato del giornalismo, e anche lì il discorso sarebbe lungo (mi sono sentita addirittura un po’ competente, e tanto che ero lì ho fatto due conti e mi sono accorta che sto al TG3 da quasi venti anni). Ma alla fine siamo tutti tornati al punto da cui eravamo partiti, dalle parole di monsignor Fisichella, che ha dottamente spiegato come l’evangelizzazione sia prima di tutto testimonianza di vita, cioè passaggio delle consegne persona per persona. Il Vangelo ha sempre bisogno di essere annunciato alle persone, ogni volta di nuovo, ogni volta di prima mano, altrimenti basterebbe la Bibbia, scritta una volta per tutte.

E così è finita che dal palco ho raccontato della mia amica dell’oratorio di san Filippo Neri, Benedetta, che ha il potere soprannaturale di capire quando sono davvero nei guai, e si materializza per darmi una mano con i figli. Di solito, siccome sono forte (e testarda) come un mulo, a nessuno viene mai in mente di offrirmi spontaneamente aiuto, e mi sto sforzando di ricordare, ma mi sa che non mi è mai successo che qualcuno mi telefonasse per dire “secondo me è meglio che venga a darti una mano”. Se ci riconosceranno da come ci ameremo, sono sicura che saranno gesti come questi, sempre più frequenti e sempre più grandi, che riporteranno il fuoco sulla terra.



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