L’affido diurno. Una forma di prevenzione poco praticata al sud
Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia. (…) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, (…) sostengono (…) i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia. Così recita l’art. 1 della legge 184/83 rimarcando la necessità di fare tutto il possibile per evitare che bambini e ragazzi siano allontanati dalla propria famiglie d’origine. Tra le forme di intervento che maggiormente rispondono a tale bisogno v’è quella dell’affido diurno. Consiste in un’accoglienza parziale, in cui il minore è seguito da una famiglia affidataria solo per alcune ore o in alcuni giorni della settimana. È un intervento assai prezioso perché, se attuato per tempo può prevenire l’insorgere di situazioni problematiche di maggiore gravità. Sperimentato con ottimi risultati in diverse zone del Nord e del Centro, questa pratica fa fatica a diffondersi al Sud, nonostante i regolamenti affidi delle regioni meridionali ne abbiamo disciplinato lo svolgimento e promosso l’attuazione. A denunciare con forza questo ritardo sono il Progetto Famiglia e la Fondazione Affido che, nel recente libro “Dove va l’accoglienza dei minori?” (Edizioni Franco Angeli) hanno pubblicato i risultati di una ricerca condotta in Campania dalla quale emerge che, al 31.12.2008, solo l’8% dei distretti sociali aveva attivato percorsi di affido diurno.
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Secondo la legge 184/83, l’affido può essere disposto dal Servizio Sociale locale o dal Tribunale per i minorenni; nel primo caso si parla di affido amministrativo, nel secondo di affido giudiziario.
Ha da poco compiuto tre anni la legge che ha rivoluzionato il sistema italiano dell’affidamento dei figli in caso di separazione o divorzio dei genitori. Difatti l’8 febbraio 2006 vedeva la luce la legge n. 54 sull’affidamento condiviso.
Regolamenti regionali in materia di affido nelle regioni del Sud.






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