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Amore, oltre ogni limite

di Ida Giangrande
Ci sono dolori che non è possibile spiegare. Ferite aperte che a volte sembrano sanguinare di meno, ma che restano pur sempre vive come un segno indelebile che il tempo non potrà scalfire né l’acqua erodere. È il caso di Lucia. La sua storia sembra la trama di un film che ha come morale di fondo il modello di “madre coraggio”, peccato però che non si tratti di un’eroina da romanzo, ma di un ragazza comune, con ambizioni ordinarie come quella di sposarsi e avere un figlio. Quando ad un anno dal matrimonio, si reca dal neurologo per scoprire la causa di violenti e ripetitivi mal di testa, la giovane si accorge di avere una cicatrizzazione di un ematoma dovuta ad una caduta di molti anni addietro. Ormai l’ematoma era talmente legato ai tessuti cerebrali da non poter essere asportato. Chiaramente, causa circolazione sanguigna alterabile, una gravidanza nel suo caso era severamente sconsigliata. Tuttavia per Lucia non c’era ostacolo che potesse opporsi alla gioia di un bambino, e quando scopre di essere incinta esulta con il cuore in fiamme arrivando quasi a dimenticare il suo problema.
Vari specialisti esprimono lo stesso parere: quella gravidanza avrebbe messo a rischio la sua vita, ma, ancora una volta inossidabile come il più duro degli acciai, Lucia non pensa minimamente all’eventualità di abortire.

A domande risponde: non c’è vita di donna al mondo che valga il sacrificio del proprio figlio. La gravidanza procede e finalmente intorno al quarto mese lei percepisce i primi significativi movimenti del bimbo; la gioia è ancora una volta insondabile e riesce a sovrastare i violenti attacchi di emicrania di cui soffre. Suo marito Giuseppe la osserva confuso: teme di poterla perdere. Una specie di istinto di sopravvivenza gli suggerisce di convincerla ad abortire, ma una sensazione più forte lo fa sentire piccolo rispetto all’istinto materno di sua moglie, ed ogni tentativo di parola gli muore sulle labbra.
Tra tribolazioni, analisi e moltissime speranze si giunge alla strutturale dove la coppia scopre che si tratta di un maschio. Lucia gioisce, Giuseppe si commuove a metà strada tra paura e felicità. Tuttavia i giorni trascorrono come scanditi da una clessidra e poco dopo i festeggiamenti per l’ultimo dell’anno, improvvisamente Lucia accusa un malessere: quando riapre gli occhi si accorge di non vedere più nulla. Il tempo scivola velocissimo e la  fuga in ospedale non serve a niente, Lucia è già in coma. I medici decidono di praticare un taglio cesareo e di provare un intervento sul cervello della ragazza pur sapendo che si tratta di una strada rischiosa per madre e figlio. Il bambino nasce vivo e vitale pur essendo di cinque mesi e mezzo, ma lo stato di Lucia può già essere dichiarato di “morte clinica”.

All’alba del giorno dopo Lucia esala l’ultimo respiro. Pochi giorni dopo anche il suo bambino la raggiunge. È un dolore immenso che dal chiuso della famiglia si estende nebuloso e asfissiante su tutto il paese della ragazza; un dramma che scuote le coscienze, che spacca l’opinione pubblica in due, c’è chi fa di Lucia un’eroina d’altri tempi e chi invece crede che in fondo non ne sia valsa la pena.

Giuseppe rimane apparentemente sospeso in uno stato di apatica rassegnazione, al contrario sotto la spessa coltre di silenzio e lacrime, si nasconde un cuore in tormento, flagellato dalla morte della moglie e del figlio insieme. Pochi anni dopo, si risposa e oggi ha una figlia. Nessuno osa toccare l’argomento, ma chi lo conosce bene sa che non è più l’uomo di una volta, e che se anche la vita gli donasse tutta la ricchezza dell’universo, nulla potrebbe compensare quel vuoto.
Lucia e suo figlio riposano insieme: il piccolo sul grembo di sua madre. Un solo corpo in vita, un solo corpo per l’eternità.

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