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MARZO 2020

La peste e la fede nella Letteratura

Paura di che?

Pubblicato da adpfp1 il


di Gianni Mussini


“Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso”, sono le parole dell’intramontabile Lucia Mondella nel bel mezzo dell’ondata di peste di cui si parla nei “Promessi Sposi”. Parole attuali che ci mostrano un’Italia forte capace di affrontare le difficoltà con coraggio e gagliardia.

Diventiamo tutti più colti in questi giorni di contagio. Tra l’incalzare di notizie che irrompono nel silenzio delle nostre case ogni tanto spunta qualche articolo o qualche messaggio sui social in cui sono evocate le epidemie del secolo scorso, la Spagnola del biennio 1918-20 e l’Asiatica del 1957; o addirittura, quasi a scongiurarne il ritorno, le epiche pestilenze raccontate dai grandi autori del passato. Così, ritornano in auge nomi un po’ arcani e dimenticati, come gli antichi greci Tucidide e Sofocle, il latino Lucrezio, insieme ai più familiari Boccaccio e Manzoni. Ma nel tam tam mediatico sono immancabili anche due moderni, e premi Nobel, come il francese Albert Camus e il colombiano Gabriel García Márquez.

È naturale questo interesse. In fondo, vogliamo vedere come gli uomini se la sono cavata allora e immaginare come ce la caveremo noi. Dal punto di vista medico, inutile dirlo, il confronto è rassicurante: oggi abbiamo un bagaglio enorme di conoscenze in più, e medicine, ospedali, tecnologie. Ma si sa che questa consapevolezza non basta, perché quando ne va della nostra pelle non sempre due più due fa quattro… Sospetto dunque che la curiosità dinanzi al passato derivi, magari inconsapevolmente, anche da qualcos’altro: sentiamo tutti, magari confusamente, che dinanzi a questi pericoli un po’ misteriosi, noi uomini sappiamo dare il peggio e il meglio di noi stessi. Sono una cartina di tornasole che dimostra di che pasta siamo fatti: proprio per questo vogliamo essere della partita, vedere come l’avremmo giocata noi, come la giocheremmo.

Prendiamo la peste manzoniana dei Promessi sposi, che tutti abbiamo studiato a scuola (capitoli XXXI-XXXVI del romanzo). Inizialmente essa viene affrontata molto male da autorità che – per ignoranza e quieto vivere – chiudono gli occhi sul contagio, mentre il popolo diventa facile preda di quelle che oggi chiamiamo fake news: la colpa di tutto è attribuita a un malefizio propagato dagli untori per conto niente meno che del demonio. Ed ecco scatenarsi un vero e proprio delirio collettivo che, avendo individuato un obiettivo sbagliato, non fa altro che accrescere il contagio. A errore si aggiunge errore quando i magistrati preposti al governo di Milano ritengono di combattere il presunto malefizio con armi ritenute speculari, ovvero bandendo una grande processione del corpo di San Carlo Borromeo: alla magia si vorrebbe contrapporre l’efficacia rassicurante della religione. Il Cardinal Federigo, oltre a tutto cugino di San Carlo, dapprima rifiuta per timore di aggravare la situazione (“gli dispiaceva – scrive Manzoni – quella fiducia in un mezzo arbitrario”), ma poi cede alle pressioni. La processione si fa e il contagio naturalmente si moltiplica. Non si tratta solo di un errore fattuale, è qualcosa di peggio: un errore teologico, perché il corpo va curato rispettando le leggi di quella natura in cui Dio lo ha plasmato, non certo facendo violenza a quelle stesse leggi. Altrimenti la religione diventa superstizione.

Tuttavia, come dicevo prima, nel “peggio” dell’orrenda desolazione materiale e morale portata dalla peste (cadaveri abbandonati ovunque, monatti che saccheggiano le case dei malati, madri sbalordite dal male che abbandonano i figli…), ecco anche il “meglio” delle luci che scintillano in quel buio: soprattutto i Cappuccini con la loro carità eroica e risoluta e lo zelo pervasivo dello stesso Federigo e degli ecclesiastici, da lui invitati ad andare “con amore incontro alla peste come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo“ e a essere disposti anche ad abbandonare “questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra”.

In una situazione in cui si vede “la pietà cozzar con l’empietà”, come scrisse un cronista dell’epoca, non mancano tanti altri episodi minori (ma la carità non è mai “minore”, non si misura in termini umani, quantitativi!). Un paio di questi riguardano Renzo, protagonista e vero motore narrativo del romanzo. Entrato nella Milano appestata alla ricerca della sua Lucia, a un certo punto è chiamato da una povera madre dimenticata in casa, le porte sprangate, con “una nidiata di bambini”. Renzo le dona due pani, provvidenziale risarcimento di quelli che aveva preso ai tempi dell’assalto ai forni, e le promette di avvisare qualcuno che la possa liberare: cosa che farà quasi subito, informandone un buon prete incontrato sul suo cammino. Ma subito dopo ecco una vera scena filmica, osservata quasi al rallentatore dagli occhi stupefatti di Renzo:

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

È l’episodio della madre di Cecilia, la bambina che porta in braccio “tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”. Cecilia è morta, ma la madre – pur sconvolta – non vuole mancare minimamente di rispetto alla dignità umana della figlioletta. È una nuova “luce” nel racconto, e finisce per affascinare persino il “turpe monatto” che si avvicina alla donna per prenderle la bambina dalle braccia, ma “con una specie… d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria”. Sarà poi la madre a mettere il corpicino sul carro su cui sono ammassati tanti altri cadaveri, offrendo una mancia al monatto e chiedendogli di seppellire la figlia senza “levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo”. Ed ecco come si conclude l’episodio:

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Come si vede, la radice di quella dignità strenuamente difesa dalla madre è nella fede che non tutto finisce con la morte e che esiste una “comunione dei santi” per cui tutti siamo legati come in una catena d’amore.

Una dolorosa speranza che dà coraggio al povero Renzo, il quale ritroverà alla fine la sua Lucia, come vedremo più avanti. Ma intanto vale la pena di riportare l’insegnamento prezioso e attualissimo che Manzoni ci propone alla fine dei capitoli sulla peste, suggerendo – dinanzi alle complicazioni della vita – quel “metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. Un bell’esempio di ragionevolezza cristiana che sembra scritto apposta per noi e per certi nostri talk show, specie se leggiamo anche la frase che segue quella appena riportata: “Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”.

Da compatire anche noi oggi, certo. Però, anche nell’attuale contagio, non sono mancate le “luci” che bene o male si sono irradiate anche nel mezzo della peste manzoniana. Notava di recente il professor Galli Della Loggia che gli italiani stanno dando prova di una compostezza e di una disciplina impensabili. In realtà, dinanzi alle difficoltà, il nostro popolo ha sempre dato prova di coraggio e gagliardia. Pensiamo alla strenua difesa sul Piave durante la Grande Guerra; pensiamo al magnifico riscatto negli anni del secondo Dopoguerra, sino al Boom – non solo economico – degli anni Cinquanta e Sessanta.

In questi momenti, poi, ci ricordiamo di essere un grande popolo anche per tanti altri motivi. Li ha ricordati di recente Giuliano Ferrara al magno New York Times (che si era permesso di ironizzare sul nostro comportamento dinanzi all’emergenza), spiegando che tutti insieme siamo stati capaci “di trasformare in un fiat e per decreto la terza nazione industriale, finanziaria, e la prima nazione culturale d’Europa in una specie di Huabei, una immensa provincia chiusa per lotta al simpatico Corona”.

È l’atteggiamento giusto per reagire. Lo stesso della nostra Lucia Mondella che al lazzeretto viene ritrovata da Renzo appoggiatosi alla parete di paglia della capanna che la ospita. Lì Renzo sente una voce soave. È quella di Lucia che, all’amica con cui condivide la convalescenza, dice parole in cui c’è l’essenza del Cristianesimo: “Paura di che?” diceva quella voce soave: – abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso.

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