Una comunità in festa
Nella vita di fede dei nomafelfi si percepisce la gioia delle prime comunità cristiane. Ora la parola passa a don Ferdinando, parroco di Nomadelfia
E’ domenica mattina, è il giorno del Signore. Un giorno speciale, lo si avverte nell’aria, dal silenzio dei trattori che non arano, dall’affaccendarsi delle donne in cucina per il pranzo della domenica. C’è un suono di campane e di canti mentre scendo a piedi da Betlem Basso verso la chiesa. Quando arrivo davanti alla parrocchia vedo le persone che si salutano gioiosamente prima di entrare, bambini che si rincorrono felici, anziani aiutati con amore ad accomodarsi, sono le voci del giorno di festa. Mi ricordo di aver letto in un discorso di don Zeno, un episodio in cui un ragazzo di Nomadelfia era andato ad una fiera a Milano e tornando a casa don Zeno gli aveva chiesto: “Come è andata la fiera?”. “È un deserto”. “Un deserto? Con tutta quella gente?”. “Sì, perché nessuno mi ha salutato, nessuno mi ha sorriso, mi sono trovato solo”.
La piccola chiesa prefabbricata è stracolma di persone. Il mio sguardo è subito attirato da un’immagine meravigliosa della Madonna, regalata ai Nomadelfi da Giovanni Paolo II, qui in visita il 21 maggio del 1989. In quella occasione il Santo Padre disse “Siete una parrocchia che si ispira la modello descritto dagli Atti degli Apostoli. Una società che prepara le sue leggi ispirandosi agli ideali predicati da Cristo. La Chiesa vi ama ed apprezza la vostra esperienza”.
La liturgia è semplice ma molto curata, la maggior parte dei canti sono stati scritti dai Nomadelfi e ricordano le scelte fondamentali. Il celebrante è don Ferdinando, parroco di Nomadelfia dal dicembre del 2005. Ordinato sacerdote nella diocesi di Siena nel 1957, dopo una ricerca affannosa scopre qui la risposta al suo desiderio di vivere una profonda comunione ecclesiale.
Don Ferdinando, ha scelto di vivere o è stato mandato a Nomadelfia?
Le letture si possono fare in diversi modi. Se facciamo una lettura provvidenziale, oggi posso affermare di essere stato mandato, nel senso che le cose si sono talmente complicate negli ultimi anni a riguardo della presenza del sacerdote qui a Nomadelfia, che se non ci fossi stato io, specialmente in questo ultimo anno, visto che don Enzo non esce più dalla sua stanza, qui non ci sarebbe stata la messa. E, quindi, da questo punto di vista credo che sia stata la Provvidenza.
Ma le ragioni personali che lo hanno condotto qui?
La linea conduttrice del mio sacerdozio è stata sempre la ricerca della Chiesa come comunità, e ho sperimentato questa forma vivendo in una comunità presbiterale. Sono andato poi in America Latina per indagare bene su queste comunità ecclesiali di base per vedere se si trovavano lì delle ispirazioni da poterle attuare anche in Italia, ma mi sono accorto che la cultura dominante negli ultimi anni andava più verso l’individualismo che verso una sensibilità alle forme comunitarie. Un giorno sono venuto a trascorrere qualche settimana a Nomadelfia, e qui ho trovato un cammino comunitario che la Provvidenza aveva impiantato a pochi chilometri da me, ed io andavo cercando a destra e a sinistra. Quindi ho chiesto, e benevolmente ottenuto dal mio vescovo, di venire a vivere presso questa comunità.
Come vive la sua vocazione presbiterale in questa comunità particolare formata da sposi e da vergini?
L’ispirazione originale di Nomadelfia risale già ai tempi di Gesù, che volendo attuare la sua missione è partito creando intorno a sé un gruppo di apostoli, di discepoli e di pie donne, quindi, il modello di riferimento della Chiesa degli inizi è comunitario. Con gli anni però la Chiesa istituzionalizzandosi ha creato classi, non tanto interscambiabili tra loro, anche se idealmente sono l’uno al servizio dell’altro: il clero, i religiosi, i laici.
Perché è accaduto?
Questo probabilmente è attribuibile ad una progressiva istituzionalizzazione della Chiesa, mentre l’ispirazione originale non deve essere tradita dall’istituzione. Ora con l’insegnamento del Vaticano II questo richiamo alla Chiesa come popolo di Dio è fatto con grande rilievo specialmente nel documento Lumen Gentium; si tratta di tradurlo in forme concrete e la parrocchia teoricamente dovrebbe essere questa forma, anche se per come storicamente si è andata strutturando ha finito col far prevalere più una visione di tipo aziendale.
Qui invece a Nomadelfia…
Venendo qui a Nomadelfia ho constatato che don Zeno ha voluto, non tanto come un proposito suo, ma come risposta a una vocazione e a un carisma particolare, mettere in risalto prima di tutto quello che ci unisce, quello che ci fa uguali, gli uni agli altri. In fondo mi è sembrato che la realtà di Nomadelfia sia rispecchiarsi più veramente in quello che era il progetto originale cristiano.
Lei vive in un gruppo familiare?
Si, vivo nel gruppo familiare dell’Assunta. Nel gruppo normalmente ci ritroviamo tutti nel momento dei pasti, la preghiera non è condotta dal sacerdote, ma dal capogruppo e questo mi fa sentire molto bene perché spesso il sacerdote è caricato di troppe responsabilità. Stare dentro al ruolo ti impedisce di essere spontaneo, di essere te stesso come uomo. Io personalmente mi trovo molto bene qui.
Parliamo dell’attività pastorale. Quali sono le differenze tra la pastorale di Nomadelfia e quella di una parrocchia ordinaria?
La differenza è fondamentalmente culturale, perché mentre fuori il fatto di essere cristiani è diventato talmente marginale che si può dire sia rilegabile dentro le cerimonie, ai riti e agli aspetti esteriori, qui il perno della vita di Nomadelfia è Gesù e il suo Vangelo, questa è la differenza fondamentale. Vedo che all’esterno fa molta fatica ad emergere una proposta di fede autentica anche nei momenti più importanti come quelli dei sacramenti, vedo che la fede occupa un posto marginale rispetto alla festa, al pranzo del matrimonio, agli spettacoli. Qui, invece, c’è un modo di procedere in cui la proposta cristiana è per presupposto presa seriamente perché se viene a cadere questo, cade Nomadelfia.
Come si trasmette la fede a Nomadelfia?
L’iniziazione cristiana si snoda nella forma naturale, come si cresce nell’età, si cresce anche nella sapienza, nella grazia così come dice il Vangelo, nel senso che i genitori al momento opportuno non rimandano alla parrocchia o al sacerdote la responsabilità di comunicare la fede, c’è un richiamo costante nella vita di ogni giorno. Per approfondire c’è poi una forma di collaborazione nella scuola dove non ci sono i limiti nell’insegnamento religioso nel senso che guai se questo lo deve fare solo l’insegnante di religione e gli altri, invece, rimandano, qui non ci sono tutte queste barriere. C’è una collaborazione anche a livello di conoscenze bibliche, c’è una forma di integrazione tra le varie discipline.
La formazione, invece, più stretta alla vocazione, alla verginità o al matrimonio?
Ogni anno tutti i Nomadelfi hanno 10 giorni di ritiro spirituale per mettere a fuoco gli aspetti fondamentali di Nomadelfia e per rivedere la propria vita. I giovani hanno i loro esercizi spirituali e in più ci sono degli incontri alla preparazione remota dei cresimandi che per ora faccio io, mentre per gli incontri degli altri giovani c’è il diacono in stretta collaborazione con i genitori.
Quindi nella pastorale c’è un intreccio continuo tra la parrocchia e la famiglia?
Direi non solo tra la famiglia e la parrocchia, ma anche tra nomadelfi in quanto tali perché la vita di Nomadelfia prevede quotidianamente almeno un’ora di cultura che è, si potrebbe dire, la formazione. Per don Zeno possedere una cultura non significa soltanto conoscere, ma vivere ciò che si conosce: è il concetto di cultura vivente, un impegno alla coerenza.
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