vedovanza

Tutti i giorni della mia vita

Giuseppe Cutolo, 47 anni di Torre del Greco, in provincia di Napoli, è vedovo da cinque anni e ha due figli, Ciro di 16 anni ed Emanuele di 11. Il suo dolore e quello della sua famiglia è attraversato da una luce di speranza che solo una fede solida può donare.

Recentemente Emanuele per i compiti di scuola ha dovuto scrivere una lettera. Ha pensato di indirizzarla alla sua mamma. Mi ha colpito in particolare questo passaggio: quando ha saputo che lei era andata in cielo, il suo primo pensiero è stato che forse si trattava di uno di quegli strani viaggi – proprio così ha scritto, riferendosi ai suoi segreti ricoveri durante la malattia – e che solo dopo qualche anno, crescendo, ha capito che quell’ultimo viaggio sarebbe stato duraturo. Ho voluto iniziare raccontando questo particolare perché penso che fotografi bene la condizione della mia famiglia. Quando la morte e il dolore ci hanno fatto visita, per grazia di Dio, questa nuova situazione non ci ha paralizzato, non ci ha fatto chiudere a riccio, ma – quasi come se fosse una situazione realmente provvisoria, come in occasione di quei suoi “strani viaggi” – ci toccava tamponare, provvedere temporaneamente alle necessità materiali, giacché mia moglie in realtà è sempre rimasta con noi. Io penso che i problemi di natura materiale siano in fin dei conti abbastanza facili da risolvere: hai senz’altro la solidarietà della famiglia, chiedi l’aiuto ad una collaboratrice domestica, insomma, il più è fatto. Ben altre erano – e per certi versi sono ancora – le situazioni con cui invece mi dovevo misurare. Ma in questo la fede ha giocato un ruolo fondamentale, accompagnata dalla sicura intercessione di mia moglie.

Ripensare all’essere famiglia 
L’assenza di mia moglie mi ha certo caricato di grandi responsabilità educative. Talmente grandi che forse il buon Dio si è impietosito nei miei riguardi donandomi due figli che non danno preoccupazioni eccezionali. Voglio però raccontarvi un episodio che mi ha fatto molto crescere. Ciro, il mio primogenito, dopo un anno dalla morte di mia moglie, per un certo periodo denunciò un certo malessere – non so bene dire se fisico o psicofisico – fatto sta che una volta arrivò persino l’ambulanza a scuola, poiché lamentava una certa difficoltà a respirare. Completati tutti gli accertamenti, che furono negativi, unanimemente si attribuì l’episodio, e tutto il periodo di malessere, a semplici stati d’ansia. Poiché volevo conoscere cosa avrei potuto fare per superare definitivamente quella situazione, mi decisi ad accompagnarlo da uno psicoterapeuta, con specifiche competenze nell’età preadolescenziale. È stato per me un bel confronto: tutta la mia famiglia – pure il secondogenito – a colloquio con lo specialista nel tentativo di individuare le criticità nel nostro vivere quotidiano. Da quel confronto ho imparato due cose. Innanzitutto, che rischiavamo di essere una famiglia troppo perfetta, almeno in apparenza, nel senso che quella perfezione si raggiungeva a prezzo di una continua tensione e attenzione che non era più naturale. L’invito quindi per me era prendere atto della nuova situazione ed evitare atteggiamenti che appesantissero la relazione e il clima familiare a causa della mancanza sofferta. E se per una volta le tinte abbinate degli indumenti indossati dai miei figli non erano proprio indovinate o se il regalino al compagno di scuola non era proprio quello più alla moda, questo non era poi tanto importante; era invece fondamentale vivere con un po’ più di leggerezza e semplicità, consapevoli che nella famiglia mai si può sostituire in pienezza una persona con un ruolo così importante come quello della mamma. Inoltre ho capito che nella relazione educativa non dovevo troppo assillare i miei figli sulle “modalità”, ma limitarmi ad essere intransigente soprattutto sui valori, lasciando che poi gli stessi li incarnassero nella originalità individuale che è dono di Dio. I figli sono diversi da noi, né possiamo pretendere di plasmarli come siamo noi o come noi vogliamo: a volte ce ne accorgiamo solo a prezzo di errori banalissimi. In questa storia molto semplice, si annida e si rafforza la pianta della fede che il buon Dio ci ha donato.

La festa della famiglia 
Io e mia moglie ci siamo conosciuti in un gruppo d’ispirazione francescana ed il matrimonio è stato davvero un rispondere alla nostra comune vocazione alla santità nel matrimonio. Poi le situazioni della vita hanno messo a dura prova i nostri convincimenti più intimi: prima la perdita di una bambina e poi la malattia di mia moglie hanno consumato non poco l’entusiasmo. Sono convinto che solo la preghiera incessante di mia moglie, prima, durante la malattia, e poi adesso, mi abbia salvato da una fine miserevole. Nonostante la situazione che ci trovavamo a vivere dovevamo comunque assicurare la trasmissione della fede ai nostri figli. E anche qui la mano misericordiosa del nostro Dio si è sentita tutta, poiché il mio primo figlio – a dispetto delle insofferenze che inizialmente manifestava – ad un certo punto in maniera naturale, solo seguendo l’esempio più che le parole o i rimproveri, ha cominciato a frequentare la parrocchia, ed ora che ha quindici anni è ben inserito nel gruppo liturgico. Così i miei figli mi hanno accompagnato anche nelle mie scelte vocazionali, prima condividendo la mia decisione di non risposarmi e poi accompagnandomi nel mio cammino di avvicinamento alla Fraternità di Emmaus, il movimento cui appartengo. Continuo a ringraziare il buon Dio per la famiglia che mi ha donato. Penso che anche i figli riescano a percepire questa dimensione. Non è un caso che, quasi naturalmente, abbiamo avuto l’idea di festeggiare ancora oggi la nostra festa della famiglia, coincidente con l’anniversario del mio matrimonio; e così mentre io traggo tanta consolazione e forza, la mia famiglia tutta unita, anche con coloro che non sono più visibili agli occhi, prosegue nel cammino.

La fiducia in Dio
A volte ho pensato alla mia situazione in parallelo a quella vissuta dai discepoli di Emmaus. “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” dicono i due uomini parlando di Gesù allo sconosciuto viandante; anch’io speravo molto nel mio matrimonio, anch’io avevo riposto tante aspettative, legittimate, se così si può dire, proprio da quel matrimonio costruito sulla nostra reciproca chiamata; e se questo matrimonio era progetto di Dio, cosa ci poteva accadere? Per questo Gesù anche a me può dire sciocco e tardo di cuore, legato come sono ai miei calcoli umani, alle mie umane sicurezze non radicate in Lui. Ma penso che non siamo innanzi ad un cambiamento di programma, non penso che Dio abbia cambiato idea nei mei confronti, non avrà detto “scusa, mi sono sbagliato”. Penso piuttosto che il Signore continui a chiamarmi al suo progetto di amore e, in particolare, mi chiami a vivere la dimensione coniugale in modo del tutto nuovo, oserei dire, in modo “speciale”, così come può essere speciale una vita coniugale in cui non arrivano figli. È solo la grazia che mi consente di vivere la fedeltà coniugale; è solo attraverso la fede che posso continuare a donare me stesso senza trattenere niente per me. Ma questo non succede, o non dovrebbe succedere, in tutte le famiglie? E ciò non è contraddetto, ma anzi rafforzato dalla scelta di consacrazione, una scelta che coinvolge, com’è naturale che sia, tutta la mia famiglia, ma non solo i figli, giacché l’essere tutto di Dio – cosa che io desidero vivere e che mia moglie, sciolta dai vincoli terreni, già vive – realizza in pieno il nostro ministero di testimoni della speranza e nella vita eterna. In fondo, mio figlio Emanuele, in quella lettera di cui ho parlato all’inizio, aveva proprio ragione, quando considerava la provvisorietà del distacco con le persone care! Anzi, come sarebbe bello se quell’immagine di “collocazione provvisoria” del lutto, del dolore e della nostra stessa povera vita, come ci insegnava il compianto don Tonino Bello, fosse sempre ben stampata nella nostra mente e nel nostro cuore!
Giuseppe Cutolo




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2 risposte su “Tutti i giorni della mia vita”

Grazie Pino, questo articolo e’ davvero molto bello. Riesco a percepire il tuo dolore ma anche e soprattutto il dediderio di averlo vissuto affidandolo a Dio Padre , senza aver paura di scoprire le proprie miserie, le proprie fragilità. Alle volte ci si carica di aspettative credendo di essere piu forti di quello che si e’ realmente ma Dio, che ci conosce nell’intimo del nostro cuore, ci dona la sofferenza per mettere a nudo tutto il nostro essere, guardarlo nel profondo e affidarlo completamente nelle sue mani. Come dice S. Paolo: “Mi vantero’ quindi ben volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me la potenza di Cristo. Percio’ mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, e’ allora che sono forte”. Grazie per la tua vita, per la tua testimonianza e per la tua fiducia in Dio. C’ e’ un’urgenza nelle nostre famiglie….che e’ quella di avere speranza e fiducia in Dio malgrado le difficoltà della vita e di trasformare l’aridita’ del cuore in un giardino rigoglioso dove tutti possono allietarsi e comprendere davvero che quella “croce” e’ davvero solo una collocazione provvisoria. Un caro abbraccio

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