genitori e figli

La nascita di Cavallo-Bici

di Tonino Cantelmi

In una mattina fredda e uggiosa, Isabella, particolarmente assonnata e stanca, non aveva alcuna intenzione di andare a scuola. Tuttavia il papà non era totalmente nuovo e impreparato a queste “giornate no” e aveva già imparato una tecnica fondamentale.

Al di là dell’importanza di trasmettere il senso del dovere e della responsabilità, se vuoi che un bambino ti segua, devi attrarre la sua curiosità e stimolare la sua naturale propensione al gioco. Così, il papà, propose alla piccola di andare con la bici, spiegandole che avrebbero fatto finta di essere guerrieri con archi e frecce. La cosa parve funzionare, ma solo dal letto fino al parcheggio della bici, dove nuovamente Isabella aveva cominciato a fare resistenza passiva. Il padre aveva avuto allora un’illuminazione: «Il cavallo-bici ha freddo! Poverino… e si sente solo a stare lì ad aspettare tutta la notte, vedi Isabella?». Immediatamente i lineamenti della bimba avevano cominciato a distendersi e lo sguardo era divenuto un po’ complice con il padre, e un po’ preoccupato per il povero cavallo-bici infreddolito e triste. E così, nel nuovo gioco, la bici che prima era solo un mezzo di trasporto tutta salti e velocità, si riempiva istantaneamente di contenuti emotivi e relazionali. E i problemi di accompagnamento a scuola, ci racconta il padre, finirono per un bel po’ di tempo.

L’esperienza raccontataci da questo padre mostra come il luogo comune che le femminucce fanno giochi da femmine solo perché vengono proposti loro giochi da femmine, non sempre basta a spiegare i loro gusti, e probabilmente non tiene conto di un fatto: che se a una bimba proponi un gioco non adeguato ai suoi gusti probabilmente non si divertirà. Se a una bambina piace giocare con le bambole, è perché preferisce così. Bisogna quindi considerare che spesso è il genitore che si adegua, nelle proposte, alle inclinazioni naturali di cui il bambino è portatore in sé, e non viceversa come è accaduto per Isabella. Possiamo immaginare che successivamente il padre si sarà ricordato di questo episodio e avrà poi proposto alla bimba giochi simili rinforzando così uno stile di gioco e di uso dell’immaginazione che però conserva comunque una forte radice innata. Una radice che affonda proprio nel terreno della neurobiologia.

Come riporta la neuropsichiatra americana Louann Brizendine nei centri cerebrali deputati alla produzione del linguaggio e dell’ascolto le donne possiedono circa l’11% di neuroni in più rispetto agli uomini e anche l’ippocampo, nel quale trovano il principale centro di elaborazione ricordi ed emozioni, è più sviluppato nelle donne. Le parole maggiormente associabili al tipo di gioco maschile sono competizione, motilità, eccitazione, aggressività, rispetto, regole, mentre al profilo di gioco femminile si possono abbinare il parole come relazione, cooperatività, scambio e condivisione personale.

Come ulteriore conferma che buona parte di queste attitudini genere-specifiche rispetto al gioco sono innate, una psicologa infantile ha fatto un interessante studio. Attraverso semplici comandi non verbali ha cercato di capire la consapevolezza posseduta da 77 bambini di circa un anno e mezzo rispetto al loro genere di appartenenza e a quale genere appartenessero i loro coetanei. Il risultato è stato che la stragrande maggioranza di loro, specialmente i maschi, non era capace di attribuire correttamente il genere né a se stessi né agli altri. Diversamente il gruppo di ricerca ha trovato che le preferenze riguardo ai giochi tipicamente maschili erano già fermamente consolidate: quando si offriva a un bambino un camion o una bambola, il bambino sceglieva il camion senza esitare. Altri studi mostrano che queste preferenze sono riscontrabili ancora prima, fin dai nove mesi di vita, cioè molto prima che il bambino abbia una qualche idea di cosa sia il genere. Comunque probabilmente, al di là del costruttivismo sociale e della Gender Theory, possiamo considerare l’ipotesi che i maschietti preferiscano giocare con le macchinine, perché a loro piace giocare con le macchinine.

Da Educare al femminile e al maschile
(Tonino Cantelmi – Marco Scicchitano), pp.86-91.




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