Famiglie ferite

Il nostro amore che non teme la morte

di don Renzo Bonetti*

In particolare negli sposi, la grazia nuziale porta con sé la capacità di essere dono l’uno per l’altro, la capacità di essere totalmente fuori da sé, di perdere così tanto se stessi al punto che alla morte non resti nulla da portare via perché tutto è stato donato prima della morte.

La malattia e la sofferenza sono tra ciò che maggiormente mette alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può far intravedere la morte, conducendo l’uomo all’angoscia, al ripiegamento su di sé, talvolta persino alla disperazione e alla ribellione contro Dio. Ogni malattia può anche rendere la persona più matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che non è essenziale per rivolgersi verso ciò che lo è. Spesso la malattia provoca una ricerca di Dio e un ritorno a Lui.

Anche gli sposi sono chiamati a vivere la malattia e la morte, ma essi guarderanno a queste esperienze con un taglio particolare: una coppia cristiana conosce l’origine e il destino della vita, sa che la fragilità non toglie la vita, ma conduce comunque ad una vita. Grazie al sacramento delle nozze Gesù abita con gli sposi ed essi non devono soltanto pensare a come sopportare la malattia: sono chiamati a mettersi davanti ad essa come si metterebbe Gesù, con la consapevolezza del fatto che Dio ha visitato il suo popolo, che il Regno di Dio è vicino, che Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati, che Gesù è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo. Lui è il medico di cui i malati hanno bisogno e la sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: “Ero malato e mi avete visitato”.

Vivere il matrimonio implica, per gli sposi, il cercare di dare corpo e consistenza al Gesù che è tra loro, essere la Sua presenza di amore, di tenerezza, di vicinanza. Gli sposi, infatti, hanno una missione verso ogni vita, dal suo nascere al suo compimento naturale: verso la vita che cresce, con tutte le sue fragilità fisiche e psicologiche (pensiamo all’attenzione da dare ai figli adolescenti), verso la vita che volge al termine, attraverso una presenza che va donata agli anziani. Attraverso la malattia vissuta o curata gli sposi esprimono l’amore di Gesù. Anche nel vivere la malattia e nel prendersi cura della malattia degli altri c’è uno spendersi, c’è un donarsi, c’è un dimenticarsi di sé, c’è un dare la vita… questa è la passione di Gesù per l’uomo! La morte è il termine della vita terrena e questa consapevolezza ci obbliga a guardare la vita in modo diverso: far memoria della nostra mortalità serve a ricordarci che ci è dato un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza. Oggi vi è una assolutizzazione tale della vita terrena, da provocare il rifiuto di ogni discorso inerente la morte e la vita terrena va riempita nella certezza che in essa possa venire saziata ogni fame e ogni sete.

Nell’ottica cristiana è esattamente il contrario: non è la vita che va incontro alla morte mentre noi vorremmo evitarla ad ogni costo, ma è il morire che va incontro alla vita, quella vera.

In ciò il nostro crescere dal punto di vista spirituale è commisurato al nostro saperci donare, al nostro diventare pane offerto, morendo gradualmente a noi stessi. In particolare negli sposi, la grazia nuziale porta con sé la capacità di essere dono l’uno per l’altro, la capacità di essere totalmente fuori da sé, di perdere così tanto se stessi al punto che alla morte non resti nulla da portare via perché tutto è stato donato prima della morte. “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo… prendete e bevete, questo è il mio sangue versato per voi” in questo gli sposi dovrebbero essere maestri, perché nella reciprocità hanno imparato ad essere totalmente donati. Pensare alla morte non è distoglierci dall’oggi, ma vivere con maggiore intensità l’oggi. Credere che questa vita fiorirà in un’altra dimensione di vita non ci fa sfuggire dalle cose che abbiamo davanti, ma ci insegna ad apprezzare qualsiasi gesto, qualsiasi momento, qualsiasi presenza.

C’è poi un’altra meravigliosa verità per noi cristiani, in contrasto con il pensiero comune. Morte non significa isolamento e solitudine, poiché nella morte diventiamo uno con l’intera famiglia umana, nella morte realizziamo un’unità che qui sulla terra non esiste, con tutti quelli che sono morti prima di noi. Non si tratta dell’unità fredda del cimitero, ma dell’unità della pienezza, l’unità dove brilla la bellezza e l’originalità di ciascuna persona pensata da Dio. La famiglia con la morte realizza lo scopo ultimo del suo essere: se l’Eucaristia ci fa solo intuire che l’essere fratelli e sorelle è il nostro destino, nell’unità dopo la morte trovano pienezza anche gli sforzi di costruire paternità e maternità. Anche nella vedovanza il legame con il Cielo si fa più esplicito. Se Gesù è presente, quando uno dei due muore l’altro può continuare a vivere la relazione con la presenza di Gesù.

Purtroppo questo dono della vita dopo la morte è un dono che ci sta sfuggendo di mano, che il mondo di oggi ci sta rubando, obbligandoci ad essere ripiegati sul presente, sulle cose da fare, da dire. Ci stanno rubando la certezza che la nostra vita continua.


*Don Renzo Bonetti, è stato direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale familiare della CEI dal 1995 al 2002, è oggi presidente della Fondazione Famiglia Dono Grande, avendo voluto dedicare tutto il suo tempo al progetto Mistero Grande.




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