Storie

Una madre non è mai sola

Mamma

di Giovanna Pauciulo

Nessuno si dà la vita da solo: accanto all’alleanza coniugale esiste un’altra alleanza, anch’essa originaria, quella madre-figlio, che è al principio di ogni vita. Questo rapporto può improvvisamente essere interrotto dalla scelta di abortire.

Accanto all’alleanza coniugale che rappresenta il cuore e il fondamento  della realtà familiare, nella quale si fa esperienza di che significa essere dono l’uno per l’altro e si sperimenta la fatica e la gioia della comunione  in cui ciascuno esiste ed esiste in relazione, c’è un’altra alleanza anch’essa originaria ma che trova nel  contesto familiare la sua suprema collocazione ed è l’alleanza dei genitori specialmente l’alleanza madre-figlio. Questa alleanza non si può sopprimere: è all’origine di ogni vita. Nessuno si dà la vita da solo, una verità questa che permea tutta l’esistenza di una persona. Una società che non favorisce la generazione della vita o non crea le condizioni perché una madre, una famiglia possa accogliere un figlio non può essere a misura d’uomo.

Fin dal primo istante del concepimento, tra la mamma e il figlio si instaura una relazione speciale. Prima ancora che la mamma si accorga di essere in attesa di una nuova vita, il corpo comincia a modificarsi e la psiche comincia a fare spazio ad una nuova creatura che per ben nove mesi condividerà con la madre ogni istante della sua giornata. Questo rapporto simbiotico, di alleanza, tra la mamma e il suo bambino, che è fondamentale nello sviluppo del piccolo può improvvisamente essere interrotto dalla scelta di abortire.

L’aborto costituisce una vera e propria frattura, che rompe questa alleanza e degenera nella morte fisica del bambino ed interiore della mamma. Quando una donna o una coppia vive il dramma di scegliere l’aborto per il proprio bambino, è fondamentale incontrare persone che possano fare rete intorno a lei o intorno a loro. Persone disposte a spendersi perché questa alleanza tra la mamma e il suo bambino non venga spezzata. È quello che è accaduto alla protagonista della storia tratta dal libro “Ti ho visto nel buio” di Ida Giangrande (Editrice Punto Famiglia), che ho deciso di condividere sul mio blog.

“I miei figli, la mia forza”

Incontro Giovanna presso una casa d’accoglienza dove attende serenamente il parto. Ha vent’anni, è all’ottavo mese di gravidanza e stringe tra le braccia la sua prima figlia di quattro anni, Ludovica. Fin dalle prime battute del nostro colloquio, ho subito l’impressione di una donna forte, di quelle che non si lamentano e non piangono e quando mi racconta la sua storia, mi conferma la sensazione. Suo padre è una persona violenta. Si ubriaca spesso, gioca a carte e poi torna a casa per caricare di botte moglie e figli.

Finita la scuola dell’obbligo, Giovanna aveva trovato un lavoro presso un bar come cameriera: non era la sua massima aspirazione, ma aveva bisogno di una base sulla quale fare affidamento per scappare da quella casa. Il padre dei suoi figli era un frequentatore abituale del bar, anzi della sala bigliardo. Uno tra tanti, forse il primo ad averle mostrato interesse, la parvenza lontana di quell’affetto maschile di cui lei aveva inconsciamente bisogno. Si innamorò di lui e ne restò incinta.

Quando lo riferì a suo padre, inaspettatamente lui concesse di tenere il bambino a patto che i due giovani si fossero sposati subito. All’indomani del matrimonio come prevedibile, sorsero le prime fratture; il marito di Giovanna si mostrò come il clone di suo padre. Gli veniva facile usare le mani, dormire tutto il giorno, a lavorare era Giovanna, fino a pochi giorni prima del parto. La convivenza durò pochissimo tempo e i primi istanti della vita di Ludovica si mossero tra liti furibonde e violenti scontri fisici. Disperata Giovanna decise di lasciare suo marito e di tornare a casa, ma anche lì la situazione non era sicuramente migliore e a farne le spese era la piccola. Negli anni che seguirono, la ragazza rimbalzò come una pallina da ping pong da suo padre a suo marito, nel tentativo di trovare una sistemazione che fosse adeguata a Ludovica, ed ecco che rimase nuovamente incinta. Questa volta il verdetto era sentenziato e il no tassativo: per suo marito quel bambino sarebbe stato una bocca in più da sfamare. Per il padre di Giovanna un altro figlio sciagurato. Con il tempo anche lei si convinse che l’aborto forse era davvero l’unica soluzione.

Ormai era tutto pronto per l’intervento, quando improvvisamente il giorno prima, Giovanna incontrò un’amica, Anna. Uno di quegli incontri casuali, apparentemente dettati dalle coincidenze della vita e invece, quella compagna di classe che Giovanna non rivedeva da molto tempo, era una volontaria impegnata nel sostegno alla vita nascente. Giovanna aveva bisogno di aprirsi con qualcuno, di confessare la terribile frustrazione interiore che le gonfiava il cuore; doveva esprimere la sensazione di vuoto e d’impotenza di cui si sentiva vittima. Anna la ascoltò in silenzio per tutto il tempo, nessun giudizio nel suo sguardo, solo fiducia e serenità. Le spiegò che cosa fosse un aborto e quanto potesse essere devastante per il bambino e per la donna che lo pratica: a Giovanna tanto bastò. Era la risposta che stava cercando, il punto di svolta della sua esistenza.

Tornata a casa comunicò la notizia a suo padre, lui reagì male, come prevedibile, la aggredì fisicamente e il peggio fu evitato solo dall’intervento provvidenziale della madre. Ludovica dormiva come un angioletto in un’altra stanza, ormai talmente abituata a grida e violenze che nemmeno ci faceva più caso. Giovanna la osservò a lungo, seduta accanto al suo letto, aveva le mani fredde, il cuore in gola, sapeva di dover prendere una decisione e in fretta, aveva l’intima certezza che quel bambino fosse la sua ultima possibilità, ma aveva paura; infondo se anche precaria, quella era pur sempre una sistemazione. Dove sarebbe andata con una bambina piccola e un altro in arrivo? Chiamò Anna e lei le offrì un aiuto concreto, la possibilità di andare a stare per qualche tempo in una casa d’accoglienza per ragazze madri. Giovanna non esitò; raccolse le poche cose di cui lei e sua figlia avevano bisogno e se ne andò. Molti furono i tentativi dei genitori e del marito di avvicinarla, ma Giovanna fu irremovibile: avrebbe tenuto quel bambino in qualsiasi condizione e lo avrebbe cresciuto anche da sola.

Durante il suo soggiorno nella casa d’accoglienza, Giovanna riuscì a rimettere ordine tra i suoi pensieri e a ricomporre il puzzle della sua vita: né suo padre, né suo marito le sarebbero mai stati di supporto. Era sola, ma non ne sentiva il peso. I suoi figli erano il suo presente e il suo futuro, per amore loro, non avrebbe più avuto contatti con il passato. Li avrebbe protetti dalla violenza, dalla devastazione del vizio. Li avrebbe amati ogni giorno nel sacrificio e nella dedizione assoluta e alla fine, nel loro abbraccio avrebbe trovato conforto e sostentamento, perché una madre in fondo non è mai sola.

Il padre del bambino, pur avendo negato la paternità in un primo momento, si presentò in ospedale al momento della nascita rivendicando la patria potestà. È nata una querelle legale, sul nome e sul mantenimento del piccolo, baraonda che Giovanna ha affrontato a testa alta. Pochi mesi dopo il parto infatti, ha trovato un lavoro, nell’arco di un anno è riuscita a prendere la patente. Quando l’ho incontrata dopo la nascita del bambino, mi ha detto che per il suo futuro, immaginava una piccola casa, arredata con l’essenziale; un appartamento dove poteva vivere insieme ai suoi figli. Terminato il percorso con la casa famiglia, Giovanna ha realizzato i suoi sogni. Non vuole avere contatti con suo padre e non vuole più saperne di suo marito. È una ragazza forte e coraggiosa, ha voglia di vivere e con il sorriso risoluto mi dice che la sua forza sono i suoi figli.




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1 risposta su “Una madre non è mai sola”

E’ una storia molto toccante ricca di “speranza”, coronata da quella forza e quell’intelligenza che non scappa davanti alle difficoltà ma le affronta mettendo al primo posto i valori.Spesso basta poco un minimo aiuto, una “buona parola” per cambiare situazioni negative in situazioni positive. Mai negare un sorriso,mai dire non ho tempo per ascoltarti, mai negare una mano a chi si trova davanti una porta chiusa o peggio ad un muro. Giovanna ha realizzato i suoi sogni… questo fa comprendere che mai bisogna perdere la speranza purchè la speranza sia sempre collegata ad un valore che dobbiamo ottenere o meglio ad un valore che vogliamo dare alla nostra vita. Quale senso o valore più grande dei figli?

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