Susanna Tamaro

Il mio cuore pensante per le strade della vita

Susanna Tamaro

di Mariarosaria Petti

“Non parto da un’ideologia ma dalla mia esperienza personale di bambina che amava vestirsi da cow boy”: a colloquio con Susanna Tamaro a partire dalla sua ultima fatica letteraria, “Un cuore pensante”, ispirata dalla omonima rubrica su Avvenire.

Da bambina sognava di diventare una “giubba rossa”, una guardia forestale canadese. Da adolescente ha messo una minigonna una sola volta, pentendosi del gesto conformista. Animo sensibile, costretto a vivere un’infanzia difficile, che troverà nella scrittura la capacità di esprimere la bellezza della sua complessità. È con Un cuore pensante che Susanna Tamaro propone per la prima volta un’autobiografia spirituale, in cui i ricordi del passato fanno da trampolino a lucidissime considerazioni sull’attuale. “Lasciate che io possa essere il cuore pensante di questa baracca”: dalla citazione di Etty Hillesum – compagna di ricerca e di vita della Tamaro da quando a 20 anni ne ha letto il diario – ha ispirato il titolo prima della rubrica su Avvenire e poi dell’ultima fatica letteraria dell’autrice.  

Negli anni ‘60 non esisteva la questione del bullismo e l’ideologia gender non aveva ancora diviso l’opinione pubblica. Nella sua esperienza, Susanna Tamaro ritrova le radici profonde dei grandi temi che animano il dibattito attuale: «All’epoca non c’era il problema di bambini e bambine che hanno dei momenti di varietà nella propria identità sessuale. Un problema che c’è sempre stato, assorbito poi dalla saggezza delle famiglie, dal contorno». Il sogno di quel mestiere tipicamente maschile «era un desiderio di libertà, di conquista di mondi che alle bambine erano vietati. Al giorno d’oggi, sarei stata immediatamente selezionata e trattata come bambina con disforia di genere. E questo fa riflettere. È pericoloso lavorare così sui bambini».

Lei supera gli stereotipi della donna con i tacchi a spillo e dell’uomo che gioca a calcio. Connota con i tratti della gentilezza della mitezza la sua identità femminile. Una nuova lettura della distinzione tra il maschile e il femminile?

«La cosa bella degli esseri umani è la varietà, ci sono bambine che amano arrampicarsi sugli alberi e altre che adorano la cucina. Bambini che prediligono l’acquarello e altri che giocano a calcio. Per motivi ideologici ci sta sfuggendo questa enorme varietà. Ed è la cosa che mi preoccupa di più. È una griglia ideologica, non è un rapporto di comprensione profonda della realtà. Ognuno di noi ha una parte maschile e femminile, in certi periodi può prevalere l’una piuttosto che l’altra. Lo stereotipo della donna con il tacco a spillo è molto fuorviante. Io sono stata una bambina che ha sofferto molto per la sua identità – come si dice adesso, di genere – e ho voluto parlare con molta libertà e chiarezza di questo percorso. È bene che lo faccia chi è fuori da schemi ideologici».

Quindi, si è sentita chiamata in causa a condividere la sua esperienza personale?

«Ci sono le grandi sofferenze dei bambini, basta un po’ di gente di buon senso, di comprensione e d’affetto per aiutarli a superare questi momenti e guidarli a capire la propria identità serenamente. Non parto da un’ideologia ma dalla mia esperienza personale di bambina che amava vestirsi da cow boy e negli anni ‘60 non era come adesso, ma più complicato, senza incorrere nelle ire delle maestre e di tutti gli altri».

Il suo libro è ricco di termini dimenticati dal vocabolario del nostro quotidiano: mistero, eternità, stupore. Come riappropriarci del senso di queste parole e poterle incarnare?

«Bisogna che ci sia molto coraggio da parte delle persone, perché il tentativo è un po’ quello di far scomparire dall’orizzonte la visione trascendente dell’uomo verso una nuova straordinaria povertà, che vediamo tutti i giorni, quella interiore. C’è bisogno di testimonianza e presenza, di donne e uomini che credano che l’uomo sia qualcosa in più e abbia una missione profonda, che è il suo fascino, la sua ricchezza e la sua unicità».

Chi legge le pagine del suo libro non ha più vergogna delle proprie ferite, perché lei si è messa a nudo con semplicità ed estrema profondità. Voleva comunicare il messaggio che per essere pienamente umani è necessario accogliere anche il dolore?

«È un tempo che impone la rimozione del dolore. Il dolore purtroppo fa parte della realtà umana e dunque riuscire ad entrare in profondità è un modo per guarirlo, per riuscire a portare la luce dove c’è il buio. Invece, se lo rimuoviamo, facciamo finta che non ci sia, ci stordiamo, entriamo in un giro di distruzione e di infelicità dove trasciniamo la nostra vita. La fuga dal dolore è uno dei mali della contemporaneità. Prendiamo una pillola, beviamo o scegliamo qualcosa contro cui scagliarci, senza mai andare dentro di noi per mettere a fuoco le parti più fragili.

Dal suo racconto emerge la sua vocazione ermetica. Solitudine e silenzio come luoghi di fecondità. Altri grandi dimenticati del nostro tempo…

«L’assenza di silenzio è uno dei motivi della povertà dell’uomo contemporaneo. È scritto: “Ascolta Israele”. Per ascoltare è necessario stare in silenzio. Se si è frastornati sempre da musiche e suoni, non si può ascoltare niente, se non il segno narcisistico del proprio ego. Dunque, il silenzio è fondamentale per ascoltare la voce della trascendenza, la voce del mistero che è in noi. Questo tempo moderno impedisce il silenzio, che significa fare un passo verso la coscienza profonda. E questo è un tempo che ha il terrore della coscienza profonda dell’uomo».

Le è stata attribuita l’etichetta di “credente non dogmatica”. Un cuore pensante è un viaggio spirituale in cui non ha paura di stanare credenti fossilizzati su posizioni granitiche. Lei racconta invece la bellezza del dubbio, della ricerca e dell’inquietudine. Cosa direbbe ancora a questi credenti?

«È proprio l’aspetto di un certo moralismo – mostrato da alcuni credenti – che allontana dalla fede. Il moralismo non fa bene a nessuno. E allora bisogna avere il coraggio di scuotersi da questa dimensione. Il Vangelo non dice di essere moralisti, ma di essere menti e cuori liberi. L’unico rimedio, il solo discernimento è l’amore. Non altri. Quando si vive nell’amore si è già di per sé testimoni di un’altra dimensione della vita. E questo è quello che noi tutti credenti dovremmo sforzarci di vivere, accettando il coraggio e l’inquietudine, l’incertezza di non essere mai dentro una torretta a difesa di qualcosa, ma sempre in mezzo alla strada».




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