Storie

Un uomo scomodo come la verità

Jérôme Lejeune

La testimonianza di Jérôme Lejeune: uno dei padri della genetica, ha posto la sua intelligenza al servizio dell’amore per l’uomo. Contribuendo a sfatare il luogo comune secondo il quale non si può contemporaneamente essere grandi scienziati e grandi uomini di fede.

In Francia oggi non nascono più bambini down: il 96% viene eliminato prima della nascita, grazie alla pressione culturale sulle diagnosi prenatali generalizzate (amniocentesi). Molti politici e bioeticisti hanno salutato questo dato come un successo sociale, fingendo di ignorare che non si sta sconfiggendo una malattia, ma uccidendo i malati. Olivier Dussopt, deputato francese, un anno fa si è addirittura chiesto il perché di quell’inspiegabile 4% di sopravvissuti.

Viene da domandarsi cosa pensi dall’alto dei cieli il professor Jérôme Lejeune della sua Francia e dei suoi piccoli pazienti down. Prima di morire scriveva: «Sono stato il medico che li doveva guarire, e ora me ne vado. Ho l’impressione di abbandonarli».

Nato nel 1926, il professore fu lo scopritore della prima anomalia genetica (la trisomia 21, appunto) e dimostrò che il mongolismo non deriva da una tara razziale e in quei bambini non vi è nulla di disdicevole o contagioso. Le creature con sindrome di Down non hanno niente di meno rispetto a noi, anzi un eccesso di informazione genetica che li colpisce su astrazione ed intelligenza, ma non nell’affettività e nella memoria. Dopo aver incontrato la loro umanità, dedicherà la sua vita a proteggerli e curarli: «Quando la natura talvolta condanna, compito della medicina non è eseguire la sentenza ma commutare la pena», diceva. Sulla sua tomba nel 1997, Giovanni Paolo II volle andare ad inginocchiarsi e pregare. Il successore di Pietro, nel 1994, aveva affidato a suo «frère Jérôme» la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Lo stesso anno, troppo presto, Lejeune lasciò questo mondo.

La vita di Lejeune è stata costellata da quello che si potrebbe definire una sorta di eroismo intellettuale a tratti profetico: mai il professore ha sacrificato una virgola di verità per il proprio tornaconto personale. Gira il mondo per correre a difendere i suoi piccoli malati dalla scure della “salute riproduttiva”, fino ad affermare davanti all’Onu: «Ecco una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte». La sera stessa scrisse alla moglie spiegandole che si era giocato il Nobel. Diventa il genetista più grande e allo stesso tempo il più odiato dagli abortisti: conoscerà gli insulti e gli sputi in faccia, le aggressioni e le scritte sui muri: “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”. In Francia proveranno a stroncarlo in ogni modo: controlli fiscali, nessun avanzamento di carriera per 17 anni, radiazione dai congressi, stop ai finanziamenti per la ricerca e per i suoi studi pionieristici su acido folico e gravidanza. Ma il suo nome è troppo grande, troppo rivoluzionari sono i suoi studi, e così ottiene fondi e riconoscimenti da Stati Uniti, Nuova Zelanda e Inghilterra.

Da giovane voleva fare il chirurgo che cura i corpi invece diventa presto il medico delle anime: sempre più spesso è chiamato a sostenere i genitori nel momento in cui vengono a sapere che il loro bambino non sarà come gli altri. La gente viene da altri continenti per avere una visita dal professore e rimane stupita di dover pagare solo 130 franchi. Ciò contro cui lottava con più forza – racconta la figlia Clara – era il rifiuto di vedere la realtà in faccia: «Dite piuttosto che questo bambino vi disturba e perciò preferite ucciderlo, ma dite la verità. È un uomo la “cosa” in questione, non un ammasso di cellule, né un cucciolo di scimpanzé, né un potenziale individuo».

Con un affascinante richiamo al prologo del Vangelo di Giovanni, riassumeva la genetica in un credo elementare: «All’inizio c’è un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita». Il messaggio genetico iniziale che ci rende unici ed irripetibili, obbligando la materia a formare «un sistema straordinariamente complesso che ha l’intelligenza al suo interno», è un logos: la scintilla di una formula che parte appena i due patrimoni genetici s’incontrano alla fecondazione, quando nessun’altra informazione potrà più entrare nello zigote, essere umano allo stadio di una cellula. Abbiamo a disposizione soltanto un termine, spiega Lejeune: concepimento, «si concepisce un’idea, si concepisce un bambino. La genetica ci dice che non a caso usiamo la stessa parola». Cos’è dunque il concepimento? è «l’informazione inscritta così bene nella materia, che questa non è più materia ma un nuovo uomo». Ma se tutta l’informazione è già lì dall’inizio, prosegue il professore, significa che «non esiste materia vivente ma solo materia animata. È lo spirito che anima la materia, e la materia aiuta lo spirito a manifestarsi. Passo dopo passo vediamo che un essere umano è, in senso stretto, un’incarnazione dell’intelligenza». Osservazioni che non sono teoria «od opinione di teologi ma constatazione sperimentale».

Nel 1989, Lejeune è chiamato nel Tennessee per una celebre consulenza tecnica in un processo, dove emergerà tutta la forte evidenza di quale sia la natura del concepito. Marito e moglie si contendevano sette embrioni congelati frutto della fecondazione artificiale. L’uomo voleva lasciarli morire, la donna voleva salvarli o almeno farli adottare. Siccome esistono solo le categorie delle cose e delle persone (le une beni disponibili, le altre da proteggere), il giudice voleva capire da Lejeune come considerare quegli embrioni. Il professore gli fece capire che erano «giovanissimi esseri umani». Nella sentenza la Corte precisò che «il termine pre-embrione non è ammissibile poiché sottolinea un’errata distinzione tra gli stadi di sviluppo di un embrione umano», inventata qualche anno prima in Inghilterra dalla Commissione Warnock. Del resto, notò lo stesso Lejeune durante una sua testimonianza al Meeting di Rimini del 1990, il processo era «già andato in giudicato tremila anni fa, secondo quel giudizio di Salomone che è sempre stato considerato come il metro della giustizia» (1Re 3,16-28).

Il professore sa dire in modo semplice e saggio, ispirato dalla sapienza cristiana, cose complicate: vola per il mondo a spiegare che “pollicino” è esistito davvero «perché ognuno di noi lo è stato nel grembo di sua madre». Nel 1989 affrontò uno storico confronto televisivo: Emile Baulieu, inventore della RU486, la celebre pillola abortiva, uscì distrutto da Lejeune che lo inchiodò alla sua responsabilità di inventore del primo «pesticida antiumano» strumento per «crimini contro l’umanità».

Un giornalista gli chiedeva cosa possiamo fare di fronte all’orizzonte preoccupante della bioetica: «Dire la verità, nient’altro che la verità, ma tutta la verità. Bisogna testimoniare, specialmente davanti alle giovani generazioni. In questo modo potranno diventare generazioni che rispettano la vita». Richiamandosi all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, ripeteva: «Non abbiate paura del magistero, non vergognatevi», perché la storia giudicherà sulle parole di vita e le parole di morte.

Coloro che hanno assistito alle lezioni di Jérôme Lejeune ne portano un ricordo indelebile. Tra chi ha potuto ascoltare il professore, c’è l’ostetrica aretina Flora Gualdani, fondatrice della nostra fraternità di “Casa Betlemme”, che lo considera tra i suoi più grandi maestri: «Ciò che ho imparato da questo gigante cerco di trasmetterlo ai miei collaboratori: non soltanto la coniugazione profonda tra fede e scienza, ma anche il martirio delle idee e del cuore. Cioè il coraggio di sacrificare carriera ed amici per rimanere fedeli alla verità, politicamente scorretti».

Lorenzo Schoepflin, Chiara Marziali
Davide Zanelli, Marina Bicchiega
Casa Betlemme




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