Solennità di Tutti i Santi

Esiste una sola tristezza nella vita: non essere santi

Beato Angelico - Discorso della montagna

“Se questo è successo a loro, perché non posso farlo anch’io?” si chiedeva il giovane Ignazio di Loyola guardando alla vita dei santi. La festa di oggi invita le nostre famiglie a scalare le vette della santità dietro a Gesù, perché è questa, la sola strada per vivere nella gioia piena.

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 


La solennità di Tutti i Santi quest’anno, cadendo di domenica, prende il posto della XXXI domenica del Tempo Ordinario. In tal modo, non solo il colore liturgico cambia – i paramenti del celebrante sono bianchi, non verdi – ma anche il Vangelo secondo Marco, che guida il nostro cammino nel corrente anno B, cede il passo ad un brano dell’evangelista Matteo, quello delle beatitudini, considerato, a buon diritto, la charta magna della vita cristiana.

Primo dei cinque discorsi che Gesù dona ai discepoli durante la sua vita pubblica, i dodici versetti che costituiscono il nostro brano intrecciano parole ed immagini dell’antico Testamento. Non soltanto, infatti, il vocabolario ha un significativo retroterra nelle pagine della Scrittura, ma lo stesso Gesù è presentato come il Maestro, il vero Mosè che seduto sulla cattedra dona il suo insegnamento come Legge perenne. Offriamo anche noi le tavole di pietra dei nostri cuori al Legislatore divino perché sia Lui a scrivervi con il Dito di Dio quella parola di amore – Gesù è il Signore! – che, unica, salva e dona la vita.

Salire con Cristo sul monte della gioia

Il Vangelo odierno è l’inizio del cosiddetto “discorso della montagna” (cf. Mt 5-7) – in Luca, invece, è definito “della pianura” (cf. 6,17ss) – esso raccoglie l’insegnamento che Gesù, quasi tutto d’un fiato, dona ai suoi e alle folle, annunciando la nuova logica del Regno. Difatti, in tre capitoli, Matteo pone il Cristo come unico interlocutore, non cambia il luogo del suo insegnamento e neppure la postura del Maestro, non muta l’azione, né tantomeno intervengono i discepoli o qualcuno della folla. La scena è dominata dal Cristo su cui converge tutta l’attenzione degli astanti, come anche del lettore. In primo luogo, Gesù vede le folle e sale sul monte – le due azioni sono conseguenziali nel testo greco – si siede e i discepoli si avvicinano a Lui – anche qui la seconda azione (l’avvicinarsi dei discepoli) postula la prima (il mettersi a sedere del Maestro) – Egli insegna dopo aver aperto la sua bocca (è sempre il testo greco a dire letteralmente ciò che nella traduzione ufficiale suona come “Si mise a parlare e insegnava loro”). Si tratta di azioni che si susseguono, ben cadenzate nella descrizione dell’Autore, perché appaia con chiarezza che siamo dinanzi al vero Legislatore di cui l’antico, Mosè, fu solo una figura. Gesù, il Figlio di Maria, infatti, è l’unico capace di aprire i sigilli del libro della vita ed interpretare i misteri nascosti da secoli perché gli uomini ne accolgano la vita.

I gesti del Signore sono gli stessi che Egli vuol compiere oggi nella nostra vita personale e familiare. Gesù desidera guardarci con la compassione con cui fissa le folle – come dovette essere bello e profondo quello sguardo di Gesù sulle folle, in cui gli occhi riflettevano l’amore del cuore ed il tratto del suo viso il desiderio di effondere letizia e di essere la gioia degli uomini – vuol salire sulla parte più alta della nostra vita, sui monti della nostra superbia, sulle valli del nostro perbenismo, per farsi ascoltare. Egli desidera porre la sua signoria in noi, sedendosi come maestro della nostra vita, attirandoci a sé per annunciare i misteri del Regno ed aprire le sue labbra dalle quali stilla l’autentica dolcezza della parola ricevuta dal Padre. A noi è chiesto di seguire Lui, il Maestro, il Signore, di porre i nostri piedi sulle sue orme, sulle pedate sue che è l’Agnello pronto a consegnarsi per la nostra salvezza.

Devo salire con Cristo, dietro di Lui! Dobbiamo salire sul monte di Dio senza paura, ma con il coraggio che l’amore suo infonde nei nostri cuori inquieti! Salire con Gesù significa superarsi e guardare in alto, verso la meta, con l’occhio dell’aquila che mira il sole senza esserne abbagliata, che punta verso le cime, senza avvertire le vertigini dell’altezza, incurante della fatica che questo suo desiderio naturale comporta, anzi con la ferrea volontà di perseguirlo. Quante volte, il nostro sguardo è corto, i nostri occhi miopi, la nostra forza debole. Dobbiamo salire il monte dietro a Gesù, salire con lui il monte delle tentazioni per imparare ad orientare a Dio, assecondando il dono del suo Spirito in noi, l’umanità nostra sempre indomita alla dolcezza della grazia; dobbiamo alacremente salire il monte della Legge nuova della volontà del Padre, quello delle beatitudini che svela la povertà come ricchezza, nel pianto la gioia, nell’ingiustizia la porta per il cielo; dolcemente attratti dal chiarore del Signore trasfigurato, dobbiamo salire il monte della Luce, nella preghiera e nella contemplazione, il Tabor, per entrare nella nube ed ascoltare il Padre che ci chiede di non avere altri maestri da seguire al di fuori del suo Diletto; dobbiamo salire con la nostra croce il monte della Vita, il Golgota, dove il dono d’amore vince la morte. Salire sempre, salire insieme, aiutandosi, aspettandoci, riposandoci senza perdere di mira il Maestro, sostando per riprendere fiato, mirando sempre però il capofila che è Gesù.

Dov’è giunta la nostra sequela? Su quale monte mi trovo? La legge per me è ancora lettera fredda? La luce del Signore illumina il volto mio e dell’altro, il nostro procedere, le gioie e le speranze nostre le angosce ed i dubbi che ci consumano dentro? Cristo riscalda la mia famiglia, i nostri rapporti? Miriamo il Golgota da lontano, ribellandoci interiormente, oppure lasciamo che l’amore ci conduca lì dove il Signore vuole e può?  Quali le fatiche del nostro salire? Ci aiutiamo nella corsa, ci aspettiamo nella fatica, solleviamo l’altro quando cade? Tendiamo la mano perché possa aggrapparsi, lo leghiamo a noi perché possa mai perdersi?

La vera gioia viene da Dio

Il termine Vangelo significa propria Buona Novella e se esso indica l’annuncio del Signore crocifisso e risorto che è la gioia dell’uomo, le beatitudini ne sono la strada maestra perché la gioia del Signore sia in noi e vi rimanga per sempre. Ma cosa indica il termine beatitudine, cosa significa essere e chiamarsi beati? L’Antico Testamento, così come il Nuovo, è ricco di promesse di beatitudine, continuamente canta la vita del credente che ha riposto in Dio la sua speranza – Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti – che vive la carità verso il prossimo – felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i sui beni con giustizia – che si nutre della Scrittura sempre – “beato l’uomo [che] nella legge del Signore trova la sua gioia, giorno e notte la medita” (Sal 1,2) – riconoscendo in essa la sorgente della sua vita.

La gioia per l’uomo biblico sta nella partecipazione alla vita di Dio, alla salvezza che Egli dona a coloro che entrano nel suo Regno. La beatitudine però non è uno stato che si conquista con l’ascesi, né si persegue per una volontaria applicazione che contiene l’istintività propria delle umane passioni. La gioia evangelica non è una dimensione meramente morale, dove il comportamento oggettivamente giusto ed ineccepibile, attuato con scrupolo ed impegno, rende felici. Con le beatitudini siamo su un piano ontologico, ovvero riguardano la struttura della persona, le profondità del suo essere, non l’apparenza delle sue azioni, quanto, invece, le sue intenzioni recondite. Gesù è beato ed i suoi discepoli sono chiamati ad essere beati, ad avere in pienezza la gioia di Cristo e quindi a vivere da beati, nella testimonianza della bellezza della santità di Dio. Altro discorso è comportarsi da beati, dove l’elemento morale, pur se importante, è secondario, le azioni sono la conseguenza dell’essere. Ed è sull’essere che Gesù punta la sua battaglia nella sua predicazione. Egli, infatti, con il discorso delle beatitudini, desidera che il discepolo riconquisti il suo essere immagine e somiglianza di Dio, che cresca in spessore di autentica umanità. L’essere dell’uomo richiama per essenza, per natura sua propria, la relazione con Dio creatore e Padre e Gesù vuole aprire la strada dell’abbraccio con Dio perché solo in quella presa – ci può essere mai un abbraccio più vivo e vivificante di quello del Padre misericordioso, capace di accogliere ogni peccatore, rinnovare nella figliolanza sua ogni uomo, dimenticare il male fatto, rivestire dell’abito della letizia chi ritorna a Lui con tutto il cuore? – sperimentiamo la gioia. La beatitudine è la partecipazione alla gioia del Cuore di Cristo e la gioia del Redentore è pienezza di essere. Le nostre gioie, fatue e passeggere, dopo un po’ intristiscono perché sono prive di vita vera, sono fuochi di paglia, riscaldano per un momento il cuore, ma non penetrano in profondità e lasciano nel buio l’animo. La gioia della fede in Gesù, invece, apre strada non battute prima e mostra che solo dove il Signore regna con la potenza del suo amore l’uomo può realizzarsi ed essere felice. La beatitudine per il discepolo è sperimentare che Dio Padre è la sua ricchezza, che fuori dalla relazione con Lui non è pienamente se stesso, che senza lasciarsi inondare dallo Spirito, immergersi nel lavacro rigenerante del battesimo del suo Signore, non sarà mai felice.

Ma perché mai la beatitudine che Gesù vive e propone sembra la negazione di tutto ciò che è umano? Perché il nostro io dinanzi alla povertà si ribella, freme al pianto, la mitezza la considera vigliaccheria, mentre la misericordia debolezza? Perché il perseguitato è inviso e l’insulto lo sgomenta? “L’uomo naturale – scrive san Paolo – non comprende le cose dello Spirito di Dio; sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. […] Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,14-16). Sì, le beatitudini sono un dono. È un dono concesso dall’Altro non fermarsi alla scorza e vedere che l’amore, quello vero che discende da Dio, è capace di vivificare l’umano e renderlo pienamente se stesso. È un dono accogliere il pianto e dargli un senso, vivere da miti sapendo che la verità non ha bisogno di difensori, spargere misericordia perché è questa che tocca le corde del cuore altrui, senza ferirlo nel suo amor proprio, ma scuotendolo nella sua superbia. È un dono, lo stesso che ha vissuto Gesù, non dividere il mondo tra buoni e cattivi, ma operare per la pace e la riconciliazione tra gli uomini. È un regalo che discende dal Padre della luce accogliere l’insulto e la persecuzione, sapendo che non si è soli, il bastone del buon Pastore, il suo vincastro ci danno sicurezza. La beatitudine è scoprire che in ogni situazione della vita, anche la più disparata, non si è soli, Dio è il nostro Dio, il nostro Signore e che il suo amore dall’interno trasforma noi, prima ancora delle situazioni, in discepoli capaci di non mettere in dubbio mai la sua presenza e la sua silenziosa azione in noi e, attraverso di noi, nella storia. Questa è la sorgente della gioia del cristiano, sapere che Cristo infonde in noi la potenza dello Spirito che ci rende uomini veri, nuovi, capace di assumere, come Lui, la responsabilità di essere creature di Dio e di condividere con i fratelli la cura ed il rispetto dell’intero creato.

Facciamo nostra, in coppia ed in famiglia, la logica del Cristo? Seguiamo Lui accogliendo l’umanità che Egli ci propone e preferiamo conformarci a quello che ci viene proposto dalla mentalità corrente? Come educhiamo i nostri figli allo spirito delle beatitudini? Insegniamo loro a vivere l’eroicità dell’amore nelle più disparate e problematiche situazioni della vita? Gustiamo in noi l’intima gioia di vivere della vita di Dio? Quali gioie scandiscono la nostra famiglia? La ragione del nostro canto nuziale quotidiano è Cristo? Affidiamo a Lui la nostra causa lasciando che sia Lui a mostrarsi liberatore e sorgente di salvezza?

Cristo come modello

Più entriamo nel brano evangelico odierno e più sembra di inabissarci nel mare profondo del mistero di Dio e dell’uomo, nel segreto della vita di Gesù, Dio e uomo insieme. È vero il Maestro parla in terza persona ed elenca coloro che, dimenticati nel mondo degli uomini, sono i prediletti di Dio. Ma a bene vedere il modo migliore per comprendere ciò che Gesù dice è tenere lo sguardo fisso su di Lui, perché le beatitudini riportate da Matteo sono la traduzione verbale della vita stessa del Maestro. Non si tratta di strade ideali di felicità, insegnamenti frutto di un ragionamento umano che un maestro propone come panacea per raggiungere una gioia che, pur se umana, è sempre fugace. Cristo sta parlando di sé, della vita che Egli ha scelto da sempre, da quando ha pronunciato il suo “Ecco, io vengo o Signore, a fare la tua volontà”, confermato poi nel deserto delle tentazioni fin sulla croce. Le beatitudini sono gli otto rivoli che discendono dal cuore di Cristo, canali di grazia che effondono la Vita divina nel cuore dei credenti. Attraverso queste vie – Cristo è, infatti, la via nuova e definitiva– il discepolo è innestato nella Pasqua del suo Signore e lo Spirito, scorrendo nelle sue vene, lo attira nell’abbraccio beato del Padre.

È bello considerare le otto beatitudini come aspetti diversi, pur se tra loro complementari, della vita del Maestro, otto comportamenti esemplari di cui la vita di Gesù, e di rimando le pagine evangeliche, ci danno ampia testimonianza. Quando Cristo parla di povertà di spirito, chi altri pone come modello di abnegazione e di umiliazione se non se stesso, Egli, Figlio di Dio, che per la nostra salvezza, non solo prese la natura di schiavo, ma accolse la più ignominiosa tra le morti, quella di croce? E chi è il piangente se non Lui, che alla vista di Gerusalemme, chiusa ai tempi di Dio, gemette per la durezza del cuore dell’uomo o che, a Betania, proruppe in un dirotto pianto per la morte dell’amico Lazzaro, dimostrando, in tal modo tutto il suo affetto (cf. Gv 11,35)? Chi è mite se non Lui che si offre ai suoi dicendo di imparare da Lui “mite ed umile di cuore” (Mt 11,28-30), Egli, dal giogo soave, capace di donare pace a chi va a Lui, stanco e sfinito? Cerchi un esempio della fame e della sete di giustizia che il Cristo addita come meritevole di essere saziata? Guarda a Gesù, è Lui che nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti, si cibò delle dolcezze del Padre, della sua giustizia che sta nel compiere la volontà sua ad ogni costo. Chi più di Lui è stato misericordioso ed ha vissuto l’amore per i suoi fino al dono della vita? Beati i puri di cuore, afferma il Maestro, ma pur se scorressi ogni pagina della Scrittura, non troveri uomo, fuori del Cristo, seguito dalla sua santa Madre, capace di guardare il mondo e gli uomini senza malizia, riconoscendoli figli di Dio e fratelli tra loro. Se guardo la croce, castigo ingiustamente inflitto al mio Signore, riconosco in Lui il perseguitato per la causa del Vangelo. Avrebbe potuto rifiutarsi di dirsi Messia e Figlio di Dio, ma ciò sarebbe stata una bugia, un’ingiustizia maggiore della stessa croce ed ecco la sua persecuzione accolta con amore, accettata come offerta del cuore. È Lui il vero beato, nell’insulto e nella persecuzione, il felice nel maltorto ricevuto senza motivo, Lui e Lui solo ad operare la pace tra le angosce di una morte segnata dall’intrigo e dall’interesse di parte, Lui, Lui solo che sorride alla morte accogliendola come sorella, sapendo che in quell’abbraccio, Egli morente ha inflitto la morte al peccato.

Gesù è il modello a cui conformarsi, Lui l’esempio da seguire, lo specchio in cui riflettersi, il Maestro a cui obbedire. Non c’è gioia vera senza di Lui, non esiste beatitudine lontano dal suo Regno, tutto è apparenza se la sua croce non toglie il velo ad ogni realtà, mostrandone tutta la sua precarietà e caducità. Cristo è tutto per il cristiano e la sua croce è la cattedra dove parla la sua obbedienza, risplende la sua gloria, ammaestra la sua umiltà, ammonisce il suo silenzio, stupisce la sua offerta, rallegra il suo fidarsi incondizionatamente del Padre. È la croce, anzi il Dio crocifisso la chiave per aprire la porta delle beatitudini ed entrare nel Regno della vita. Afferrala senza esitare e apri la porta della gioia per te e la tua famiglia. Tieni sempre la croce, il Cristo crocifisso come tuo modello e non temerai nulla, perché forte come la morte è l’amore. Stringiti alla croce, come il marinaio al suo timone e la tempesta non ti farà paura. Abbraccia la croce come il contadino la sua zappa per liberare il terreno da ciò che impedisce al seme di far frutto. Sì, afferra la croce e lascia che faccia nel tuo cuore lunghi solchi perché l’amore fiorisca dal granello di senape che il divino Agricoltore vi sparge. Pianta la mitezza di Cristo nel tuo animo e troverai la pace in ogni tribolazione. Strappa dal Crocifisso il grappolo d’uva del suo Cuore e sarai inebriato dal vino nuovo della misericordia. Guarda chi sta accanto con la purezza d’animo del Redentore ed il male, pur se notato, non ti farà paura. Opera la pace morendo a te stesso, rinnegando le tue idee, i tuoi disegni, perfino considerando la tua vita spazzatura al confronto di Cristo (cf. Fil 3) e dal tuo cuore trafitto, come quello di Gesù, nascerà l’unità. Accogli la persecuzione ed il non essere accolto, così attenderai con pazienza che ti si apra la porta del Regno eterno. È nella croce, infatti, nel crocifisso Signore che le beatitudini sono eloquentemente spiegate dal silenzio, disegnate con il calamo del duro legno intriso nel Sangue, annunciate da Cristo con la sua vita che non ha bisogno di didascalie.

Se come Francesco d’Assisi ti senti attratto dalla povertà vera e la desideri con tutto il cuore, contempla il Cristo povero a Betlemme e sul Calvario, nelle fasce e nei duri tormenti della morte. Se come Teresa d’Avila senti trasverberare il cuore per la misericordia o come Filippo Neri le tue costole spostarsi perché in te vibra l’amore che ha in Dio la sua sorgente, guarda verso Cristo e bevi dalla ferita del suo Cuore l’acqua che ti rende missionario tra gli uomini del Dio che nulla ricusò per amore. Guardi la purezza del Maestro e ti si fissa nella mente tanto da non pensare ad altro? È questa e solo questa la tua strada di santità, percorrila in santa operosità fino alla morte, passando tra gli uomini senza mirare i loro difetti, ma le virtù presenti, pur se nascoste. Senti che la persecuzione ti appartiene e non ti scandalizza, la lotta per la fede ti è compagna e sposa, il male ricevuto non ti prostra? Abbi sempre Cristo come stella polare del tuo andare e allora troverai la strada della gioia vera. Come don Pino Puglisi ti struggi per la sete e la fame di giustizia? Lasciati attrarre dalla causa dei poveri, apri la tua casa alla condivisione, il tuo cuore alla solidarietà, la tua mente ad investigare la causa dei problemi per porvi rimedio. Sei perseguitato e insultato, senza aver fatto nulla? Accogli da Gesù la sua forza e come Gerardo Maiella, fa del silenzio il tuo avvocato, dell’abnegazione il tuo scudo di difesa.

Hai mai pensato di scegliere una delle beatitudini come luce del tuo cammino personale e di coppia? Perché non provare, prendendo in famiglia di accogliere una delle strade di santità proposte da Gesù nel Vangelo? Perché non vivere la povertà di spirito insieme (accogliere il rimprovero e la correzione, non scattare come una molla, porre in Dio la proprio unica speranza …) oppure cercare di assecondare lo Spirito donandosi continuamente perdono e misericordia?

Gesù è il nostro modello? Guardiamo a Lui sempre? Brilla come luce nella nostra famiglia la sua presenza?

Una via di santità per tutti

Dinanzi a Gesù, il povero di spirito, il piangente ed il mite, il misericordioso siamo chiamati a seguirlo. “Voglio seguirlo” scriveva san Giovanni Paolo II nel suo testamento spirituale. È questo che siamo chiamati a fare anche noi, semplicemente seguirlo, senza ma, senza però, senza perché!

Quanti esempi di famiglia santa la Chiesa ci offre! È un esercizio continuo quello di guardare a loro, emulandone l’eroismo nascosto, vivendo la santa invidia di ripercorrerne le orme, facendosi infiammare dal medesimo divino ardore. Povero amante dei poveri fu il medico santo Giuseppe Moscati che nell’azione travasava la profondità del suo contemplare il mistero della croce; donna dalla molte lacrime fu Monica, consolata dalla conversione del figlio Agostino e dalla sua fede robusta; mite ed umile si erge l’esile figura di Rita da Cascia, la santa donna, sposa, madre, vedova e religiosa, a cui il Cristo concesse un singolare partecipazione alla beatitudine della sua Pasqua; affamata di giustizia fu Gianna Beretta Molla, perché arsa interiormente dal desiderio di far vivere la creatura che si portava in grembo, accogliendo la morte per amore della vita nascente; perseguitato per la verità, ingiustamente accusato, così ricorda la storia sacra Tommaso Moro, testimone intrepido dell’indissolubilità del matrimonio cristiano, pur tra le pressione del suo regnante; Chiara Luce Badano ha gli occhi che risplendono della purezza di un cuore nuovo dove Cristo abita e regna come incondizionato Signore; scuola di misericordia è la casa dei coniugi Martin, dove la santità della radice è confermata dall’amore scelto fino al martirio del cuore dalla piccola Teresa di Lisieux; operatore di pace fu Federico Ozanam, maestro di come il Vangelo può rendere la vita fiaccola che arde e risplende in famiglia  e nella società degli uomini.

“Se questo è successo a loro, perché non posso farlo anch’io” si chiedeva il giovane Ignazio di Loyola. Il Signore infiammi il cuore delle nostre famiglie con lo stesso desiderio di santità di quanti ci hanno preceduto, perché esiste una sola tristezza nella vita, quella di non essere santi.




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Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

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ANNUNCIO

2 risposte su “Esiste una sola tristezza nella vita: non essere santi”

O santi e sante tutti del cielo… grazie per quel che avete fatto e continuerete a fare per noi e per tutti… proteggete e assistete tutti, specialmente quelli a voi più devoti quelli che soffrono e quelli che necessitano di aiuto… e il Santo Padre…e aiutateci a essere in comunione con voi… non lontani o nati perfetti … ma anzitutto amati da Gesù e amici amici nostri e di Gesù.
e tu Maria ascolta la nostra supplica ed esaudiscila ..
e che possiamo poi trovarci tutti in Cielo con Gesù…
La croce ora c’è ma è la croce del Risorto…. in vista di questo festeggiamo tutti i santi e teniamoci alla larga dai pericoli insidiosi perchè nascosti… Ave Maria e avanti…

Grazie al Papa Francesco ma e poi è importante ma…cerchiamo di
pregare di piu per Papa Francesco …. lui ogni volta, ogni volta lo
chiede… forse noi siamo tanto attenti e contenti di quel che dice e
per lui e lo applaudiamo ma forse non preghiamo tanto per lui…
eppure sarebbe la cosa pi importante …. perchè Gesù e Maria e i
santi lo aiutino …. e poi è lui stesso a chiederlo perchè sente di
averne estrema necessità ..

Maria, Madre di misericordia, veglia su tutti noi, perché non venga resa vana la Croce di Cristo, perché l’uomo non smarrisca la via del bene, non perda la coscienza del peccato, cresca nella speranza di Dio, ricco di misericordia, e sia così, per tutta la vita, a lode della sua gloria.
Amen
San Giovanni Paolo II

Signore Gesù vivere con Te spesso richiede anche la Croce che c’è
ma è quella del Risorto …
e tu ci ami anche nei momenti più bui e in cui
non riusciamo e non ti vediamo; che ci rialziamo sempre e..

Signore Gesù, aiutaci a vivere in umiltà e semplicità e in gioia;
senza superficialità e distrazione facendo della nostra vita e del
nostro lavoro uno strumento di amore e dedizione a Te e ai
fratelli nella quotidianità e affidandoci a te… affidando la vita a te..
Senza affanno…. e Ave Maria e avanti !

NON AFFANNATEVI DUNQUE PER IL DOMANI
PERCHE’ IL DOMANI AVRÀ ‘GIÀ” LE SUE INQUIETUDINI.
A CIASCUN GIORNO BASTA IL SUO AFFANNO. (MT. 6,34)

La pazienza, per tante situazioni della vita, è faticosa ma anche necessaria e utile
Qualche piccola gioia c’è sempre, si deve accontentare e

Gesù noi non lo ricordiamo come un personaggio del passato.

Gesù è vivo oggi, oggi.

Per noi cristiani Gesù è Dio. Gesù non è un profeta o un grande uomo
ma è Dio stesso che si fa bambino, si fa uomo per stare con noi e per
salvarci.

Ne battesimo, nella Chiesa, nei sacramenti a noi viene e viene con la
sua grazia e il suo perdono che sono per noi fonte di vita perché ci
liberano dalla morte e dal male cui tutti siamo esposti e cui nessuno
può porre definitivo rimedio.
—————
http://www.radiomaria.it (Radio Maria in Italia)

http://www.radiomaria.org (molte radio in varie nazioni del mondo)

Catechesi giovanile del venerdì sera h. 20.40 e tanti altri programmi …
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sito dirivista di apologetica cattolica e fede
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http://w2.vatican.va/content/francesco/it/prayers/index.html
preghiere del Papa

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/index.html
(Omelie del Papa, meditazioni del mattino)

CATECHESI GIOVANILE
(a cura di padre LIVIO FANZAGA)
VENERDI’ da S. Rosario h 20.40 a h 23.00

E tanti altri programmi … una voce cristiana nella tua casa …

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PERCHE’ IL DOMANI AVRÀ ‘GIÀ” LE SUE INQUIETUDINI.
A CIASCUN GIORNO BASTA IL SUO AFFANNO. (MT. 6,34)

Cerca di sopportare pazientemente le persone moleste

La pazienza, per tante situazioni della vita, è faticosa ma anche necessaria e utile

Qualche piccola gioia c’è sempre, si deve accontentare e

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http://w2.vatican.va/content/francesco/it/prayers/index.html
preghiere del Papa

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/index.html
(Omelie del Papa, meditazioni del mattino)

manca nell’elenco dei santi Madre Teresa di Calcutta, che papa Giovanni Paolo II avrebbe voluto che fosse riconosciuta santa subito da tutta la Chiesa.
Santa originalissima, santa della povertà assoluta, della carità totale, la più attuale. E’ riconosciuta come santa subito da tutti, credenti e non, giovani adulti e anziani, laici e anticlericali, appena ne vengono a conoscenza.

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