Firenze 2015

Desidero una Chiesa col volto di una mamma

Papa Francesco a Firenze

di Giovanna Abbagnara

“Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”. Vorrei partire da questa affermazione finale del Discorso di papa Francesco ieri a Firenze nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore per raccogliere le perle consegnate ai 2200 delegati provenienti da ogni diocesi italiana.

La Cattedrale è gremita fina dalle prime luci del mattino, si respira l’aria frizzante dell’attesa. La prima parola è affidata alla preghiera. Solo chi lascia spazio all’iniziativa di Dio può ascoltare e comprendere le parole dell’altro. Necessità ripresa e testimoniata da Alessandro D’Avenia a sera nella Tavola rotonda organizzata sulle cinque vie di Firenze. «Quando sono sceso questo pomeriggio a Santa Maria Novella, prima di parlare a voi avevo bisogno di stare un po’ con il mio Gesù. Sono entrato nella Cappella adiacente alla stazione e lì mi sono fermato a pregare. Credo che questo sia il segreto di cosa significhi oggi educare. È necessario farlo con entusiasmo e il termine “entusiasmo” deriva dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con: “con Dio dentro di sé”».  Leggere la realtà attraverso il filtro di questo entusiasmo è necessario in questo momento storico che la Chiesa sta vivendo per non restare imprigionati tra le maglie della sfiducia o di un diffuso e ingannevole buonismo.

Con una pedagogia bellissima che parte dalla vita concreta, la preghiera mattutina è sfociata nell’ascolto di tre testimonianze molto significative. Al centro la vita familiare con storie straordinarie. La prima racconta il percorso spirituale di Francesca Masserelli sposa e madre di una dolcissima bambina. “Fin da piccola ho sempre desiderato incontrare Gesù anche se i miei genitori presero la decisione di non battezzarmi (volendo lasciare a me la scelta). Ho ricevuto i sacramenti, insieme alla mia bambina, nella Pasqua del 2015 perché è stato per noi come rinascere “a nuova vita”. Diventare cristiani è una gioia, ma anche un impegno che comporta fatica. Spero davvero con tutto il cuore di meritare questo dono che ha avuto in serbo per me il Signore”. La seconda testimonianza chiama in causa la necessità, emersa anche dal Sinodo appena concluso di garantire una attenda preparazione al matrimonio. La storia è quella di Pierluigi e Gabriella Proietti. “Ci siamo conosciuti nel 1992, subito dopo il crollo definitivo dei precedenti rispettivi matrimoni durati circa 10 anni. Matrimoni finiti, vivendone la crisi in solitudine e senza sostegni. Dopo il terremoto della separazione, eravamo entrambi alla ricerca di un orientamento e di un fondamento di senso per la nostra vita e di modi per alleviare le sofferenze dei nostri figli” dice Pierluigi. E Gabriella aggiunge: “In questa ricerca, una coppia di sposi, si è fatta vicina, ha versato sulle nostre ferite il balsamo dell’accoglienza e poi ci ha “consegnato” alla Chiesa, la locanda dell’umanità ferita, perché ci curasse”. Pierluigi e Gabriella vengono aiutati a vagliare la nullità dei loro matrimoni. L’iter si conclude, dopo otto anni, con una sentenza affermativa. “Nel 2000, quando i figli erano ormai maggiorenni, ci siamo sposati con matrimonio concordatario. Il nostro è stato però un ricominciare da quattro e non da due. Il nuovo percorso di vita matrimoniale, infatti, si presentava in salita per le conseguenze del precedente fallimento, sia sulla fiducia nella vita di coppia, sia sulla crescita sana dei nostri figli. Così, a partire dal 2001, su suggerimento di questi nostri “tutor”, è iniziato per noi, come sostegno alle difficoltà della nostra nuova situazione, un percorso formativo che da allora non ha più avuto fine: Parola di Dio, sacramenti, preghiera, studio, lavoro su noi stessi”. Questo percorso li porta, dopo molti anni a diventare operatori del Centro di formazione familiare Betania di Roma che sostiene e accompagna le coppie ferite, attraverso un ascolto amorevole e la riscoperta della relazionalità e dell’alleanza nella coppia”. Un’ultima e commovente testimonianza illumina la mattinata. È quella di un sacerdote di origini albanesi, don Bledar Xhuli. Venuto in Italia da clandestino all’età di 16 anni, incontra sulla sua strada un sacerdote, don Giancarlo Setti. “Non mi diede l’elemosina, ma si interessava a me. Mi fece entrare ed abitare nella sua casa con queste parole: “per me ha bussato Cristo”, non per un giorno o un mese, ma per quasi dieci anni fino al 2002”. Durante questo tempo, il giovane Bledar lavora, studia e si laurea in Scienze politiche, fa un cammino di fede, riceve i sacramenti fino alla chiamata al sacerdozio giunta nell’anno giubilare. Parafrasando le parole di don Setti, il giovane sacerdote conclude la sua esperienza con queste parole: “Dopo 22 anni posso affermare – caro Papa Francesco – che Cristo non era presente in chi bussava, ma in chi ha aperto la porta. E ancora oggi, alle soglie dell’apertura dell’anno Giubilare della Misericordia ripete alla sua Chiesa e al mondo: “bussate e vi sarà aperto””.

Per ogni testimonianza, papa Francesco si alza, abbraccia e ringrazia ciascuno. È sicuramente un uomo che annulla le distanze. È proprio l’immagine di quella Chiesa che ha il volto di mamma che auspica nel suo Discorso. “Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte”. Concetto ribadito nella splendida omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica presso lo stadio Artemio Franchi: “Mantenere un sano contatto con la realtà, con ciò che la gente vive, con le sue lacrime e le sue gioie, è l’unico modo per poterla aiutare, formare e comunicare. È l’unico modo per parlare ai cuori delle persone toccando la loro esperienza quotidiana: il lavoro, la famiglia, i problemi di salute, il traffico, la scuola, i servizi sanitari… È l’unico modo per aprire il loro cuore all’ascolto di Dio”.




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