Testimoni di carità

La nostra Betlemme alle porte di Arezzo

Flora Gualdani

Davide Zanelli e Marina Bicchiega, Lorenzo Schoepflin e Chiara Marziali

Un ritratto di Flora Gualdani: l’ostetrica toscana che, tra azione e contemplazione, ha fondato «l’università dell’amore» ispirandosi a Santa Teresina di Gesù Bambino. A servizio della Chiesa italiana, dal 1964 la sua opera è diventata una scuola di vita per tante famiglie cristiane. Un progetto che viene da lontano e va nel futuro.

I giovani hanno bisogno di maestri e testimoni. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare Flora Gualdani. Pionieristica nella pastorale della vita nascente, questa aretina è tra le figure italiane più autorevoli sul fronte della maternità. Figlia di contadini, nel 1959 Flora diventa ostetrica e riceve una chiamata da Gesù: «preghiera, sacrificio, letizia». Mentre lavora in ospedale viaggia per il mondo e rimane turbata incontrando donne volate all’estero per abortire. Percepisce che è urgente fare qualcosa, ne parla in Azione Cattolica ma i tempi non sono maturi e s’incammina da sola. Nel 1964 il primo viaggio in Terra Santa e la vocazione si approfondisce radicalmente nel giro di pochi minuti: dentro la grotta di Betlemme un’intuizione la illumina e la travolge. Capisce che il futuro passerà da quella grotta: la questione procreatica diventerà epocale e drammatica, l’uomo dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore, il terzo millennio riscoprirà la spiritualità dell’Incarnazione. Lei si sente interpellata personalmente e professionalmente. Rientrata in Italia trova in reparto una malata di cancro che non intende abortire, nemmeno davanti al consiglio dei medici. Le rimane accanto, la bambina nasce, è sana. Flora se la porta a casa tenendola qualche tempo, finché quella madre coraggiosa, lentamente, guarirà. Flora pensa che la cosa finisca lì invece quel bambino diventa il primo di una lunga serie. Non esisteva la rete del volontariato. Prende tanti bambini in affidamento, per qualche mese o per vent’anni. Le istituzioni la conoscono e la stimano: collabora con il Tribunale per i Minorenni, l’ospedale, i servizi sociali. Lo fa gratis.

IL SERVIZIO ALLA “MATERNITÀ SENZA FRONTIERE”

Intanto continua a viaggiare in un personale servizio alla “maternità senza frontiere”: spende tutte le ferie in Bangladesh e India, dall’Africa alla Svezia, Cina e Messico, l’inferno della guerra in Cambogia. Durante il conflitto in Bosnia torna a Medjugorje per togliere dallo stupro etnico un gruppo di donne portandole con sè. Mentre lei gira per il mondo, il mondo comincia ad arrivare a casa sua. Le bussano alla porta gestanti in difficoltà, sono gli anni della legge 194. La casa diventa stretta. Flora chiede al padre la divisione dell’eredità e combina l’opposto del giovane ricco: usa il suo ettaro di terra per costruirci alcune casette immerse in un grande parco. Lo fa con ingenti sacrifici personali e l’aiuto di qualche amico. Non la fermeranno né l’ernia né i debiti. Nel suo “Santuario della vita” accoglie decine di ragazze madri di ogni nazionalità e religione, riportandole all’autonomia. Flora non tiene il conto, è allergica alla burocrazia: «l’unica cifra sicura è che mai nessuna è tornata da me pentita di aver accolto la vita, né l’undicenne incinta né la vittima di violenza né la prostituta». L’accoglienza della vita, spiega, «è un sentiero faticoso lungo il quale ci si incontra e si colgono con pazienza frutti meravigliosi: storie indicibili di umana catarsi, dove ho visto rifiorire l’impensabile. Ciò che conta è che la donna si senta amata». In questi primi cinquant’anni, Flora con la sua opera ha salvato qualche centinaio di piccoli innocenti «restituendo ad altrettante donne la libertà di non abortire». Con il suo stile concreto fatto di condivisione, gratuità e povertà, fa risparmiare notevoli somme ai bilanci pubblici ed ecclesiastici. Sottolinea che la povertà ci rende liberi e ci fa esercitare la fede poiché «se il latore non è un povero, il mandante non è il protagonista». Non si affida a convenzioni ma a forti convinzioni, e ai suoi tre santi: Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Teresa di Lisieux. Così l’opera sta in piedi da mezzo secolo perché lei continua a stare in ginocchio. Il cuore di Casa Betlemme risiede in una cappellina dove Flora, per volontà del vescovo, tiene l’Eucarestia fin dai tempi del Concilio: è un cenacolo permanente di preghiera centrato nella contemplazione del mistero dell’Incarnazione e nell’esaltazione della maternità di Maria corredentrice.

A SCUOLA DAI GIGANTI: L’IMPEGNO SCIENTIFICO E CULTURALE

Attenta ai segni dei tempi, negli anni ’80 comprende l’emergere di una povertà culturale: «in un progressivo degrado morale oggi sono crocifisse la vita nascente e l’innocenza dei più piccoli. Le cifre immani di questo sterminio hanno spostato il Calvario a Betlemme». Decide di prepararsi frequentando l’Università Cattolica, dove incontra grandi maestri: il genetista Lejeune, Wanda Poltawska, i coniugi Billings, la ginecologa Anna Cappella. Ma sopra tutti Giovanni Paolo II da cui si sente «sostenuta in modo straordinario specialmente di fronte a certe mitragliate, lo considero il grande padre della mia fede». L’ostetrica toscana fa tesoro delle lezioni dei giganti e le riporta in diocesi: dopo aver usato le sue mani, usa la sua voce per difendere il valore della vita e la grandezza dell’amore umano. Casa Betlemme diventa così una scuola di formazione dove siamo approdati in tanti: analfabeti e professori, laici e consacrati. I frutti silenziosi del suo lavoro educativo, tipicamente ostetrico, li spiega bene Tertulliano: «uscendo dal grembo oscuro dell’ignoranza, trasalimmo alla luce della verità» (Apologetico). Donne ferite dal trauma di un aborto, che lei accompagna alla guarigione usando lo sguardo della trascendenza: «quando tronchiamo il futuro ad una creatura appena concepita dobbiamo capire che non facciamo altro che restituire un dono al mittente. E Gesù miseri-cordioso scende con il cuore sulle nostre miserie». Moltissime le coppie che qui maturano la vocazione coniugale e l’apertura alla vita. L’ambulatorio ostetrico, afferma Flora, è un “confessionale” speciale e dopo mezzo secolo di esperienza si è convinta di alcune cose: «per esempio che la contraccezione è una proposta vecchia e la provetta non ha futuro. Dopo la de-medicalizzazione della gravidanza e del parto, la prossima tappa toccherà la gestione della fertilità». In un’epoca in cui si parla di amore liquido, prosegue, «ho verificato che i metodi naturali sono un contributo importante per la costruzione di famiglie solide». Uno stile di vita fatto di consapevolezza e rispetto, che aiuta il benessere di ogni persona, anche la suora. Le sue catechesi affascinano giovani e meno giovani ma disturbano le coscienze perché annunciano la verità tutta intera. Con il suo carisma dell’armonia, coniuga in profondità la fisiologia della riproduzione con teologia, osservazione sociale e riflessioni mistiche: una morale incarnata che diventa balsamo per i cuori riconciliando madre e figlio, scienza e fede, la persona con il suo corpo, la creatura con il Creatore.

FORMAZIONE DI FORMATORI: PER UN APOSTOLATO ITINERANTE SULL’AMORE UMANO

Nei suoi laboratori di bioetica cristiana si formano negli anni una serie di collaboratori e oblati: siamo una fraternità di laici che condividono la sua Regola “Ora, stude et labora”, con un impegno di santificazione personale e coniugale. Singoli o sposati, professionisti di genere vario, ognuno di noi vive del proprio lavoro. C’è chi non può avere figli e chi ne ha accolto uno down. Oggi affianchiamo la fondatrice nel suo moderno apostolato itinerante: portare in giro per l’Italia un capitolo scottante del magistero, divulgando l’Humanae vitae mediante teologia del corpo e Vangelo della vita, con uso anche di linguaggio artistico. La missione è testimoniare la praticabilità del “bell’amore”, fatto di castità e fedeltà, cioè gli insegnamenti di Giovanni Paolo II che si ostinava a credere nell’educabilità dell’uomo, redento da Cristo. Flora vuol preparare «non intellettuali o spiritualisti disincarnati ma apostoli intelligenti, disposti al martirio delle idee e del cuore». Ci racconta di aver affidato tanti anni fa a Teresina di Gesù Bambino quest’inedita «università dell’amore, facoltà della vita». Quando il Signore suscita profeti, guardando ai bisogni dei tempi, i carismi vengono sempre provati nell’obbedienza e nella perseveranza. La nostra ostetrica ha atteso quarant’anni per ottenere la prima approvazione ecclesiastica (Natale 2005). Un riconoscimento però glielo aveva già dato Madre Teresa di Calcutta con poche parole: “Tu stai facendo qualcosa di bello per Dio”.




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2 risposte su “La nostra Betlemme alle porte di Arezzo”

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