CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

“La sofferenza fa male ma non è il male”

13 Febbraio 2017

sofferenza

Nel blog di oggi don Silvio risponde alla lettera di un uomo separato che manifesta tutto il suo dolore e la sua solitudine ma anche il desiderio che nasce dalla fede di restare fedele al patto nuziale.

Buongiorno don Longobardi,

ho letto le parole che ha scritto a Elena [Corrispondenza familiare del 16 gennaio 2017, ndr] ed ho pensato di scriverle per raccontare la mia storia.

Sono un uomo di 56 anni, vivo in Piemonte, ho pensato di scriverle, perché ho capito che può comprendermi. Vivo il dramma della separazione coniugale, non voluto da me, 18 anni di matrimonio, ho un figlio di 16 anni, 3 anni fa, mia moglie ha deciso di abbandonarmi e l’azione più deplorevole di avermi querelato per maltrattamenti, non sporadici ma continui….cosa assolutamente non vera.

È tanti anni che cammino con Gesù e Maria e mi sono sposato consapevole dell’indissolubilità del matrimonio: nel bene e nel male, l’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito, come Cristo ama la Chiesa…. Non solo come “Legge” ma come cammino per il bene reciproco. Nonostante le tempeste, ho cercato sinceramente di amare mia moglie. Oggi abbiamo capito che entrambi non siamo stati innamorati e sicuramente ci siamo appoggiati l’un l’altro, per supplire alle situazioni difficili che vivevamo in maniera diversa… Io per la pressione paterna in tutti i sensi e di paura nel rimanere solo e mia moglie da eventi drammatici di lutti nella sua famiglia…In ogni caso ci siamo rispettati e voluti bene per circa 15 anni…gli altri 3 anni c’è stata piano piano una chiusura reciproca… due binari paralleli  e basta, senza più incontrarsi.

Dopo il primo anno di smarrimento, dolore, fallimento, depressione, voglia di niente, ho recuperato un po’ di forze, ho pensato anche di farmi una nuova storia, ma non mi dava pace e anche se è dura stare da soli percepisco che il Signore mi chiama a questa grande missione: salvare me e la mia famiglia per questa porta strettissima e solo con il suo aiuto costante e quotidiano nell’attimo presente si può accettare, nel caso contrario vi è disperazione e libertinaggio.

Sto imparando a offrire, anche il distacco di mio figlio che vedo poco per via di esigenze sue, amicizie, impegni, scuola, divertimenti e anche la distanza di 50 km e cerco quando lo vedo di essere positivo e autorevole, anche se l’autorevolezza si perde da separati. Fra un anno e mezzo andrò in pensione e mi chiedo cosa farò, come dedicherò il mio tempo, da soli non si riesce a vivere e neanche se hai 5000 hobby… si rimane troppo ripiegati su se stessi, sul proprio IO, confido anche nella sua preghiera di poter trovare ancora una volta la strada che vuole il Signore per vivere con un senso questi giorni anche da separato, lieto nella speranza e forte nella tribolazione…..Grazie per avermi letto.

Carlo

Buongiorno Carlo,

scusa se ti scrivo solo ora ma ho custodito la tua lettera come una preziosa reliquia, se è vero, come dice il salmista che Dio conserva le lacrime nell’otre della misericordia, come fa un beduino con l’acqua (“I passi del mio vagare tu li hai contati, / nel tuo otre raccogli le mie lacrime”: Sal 56,9), allora puoi star certo che le tue lacrime non sono perdute ma vengono gelosamente custodite. E se la sofferenza della croce, condita di amore, ha salvato il mondo, ti viene offerta la possibilità di partecipare a quest’opera che Dio compie lungo i secoli.

Nessuno di noi cerca la sofferenza. Ed è giusto perché Dio ci ha creati per la gioia. Gesù promette la beatitudine. Ma quando la sofferenza bussa alla porta non dobbiamo fuggire inorriditi. La sofferenza fa male ma non è il male, anzi può diventare salutare. Ed è proprio questa la rivoluzione nascosta del cristianesimo. Il Vangelo viene spesso ridotto ad un insieme di buoni sentimenti ma il cuore dell’annuncio è la Pasqua, cioè la morte e la resurrezione di Gesù. La buona notizia è proprio questa: la morte è solo un passaggio che conduce alla pienezza della vita; chi ama non muore e, anche se muore, vivrà.

Mio caro fratello in Cristo, non so se riesco a dire le parole più giuste ma so che non ce ne sono altre; non voglio limitarmi a dirti parole di umana compassione ma voglio aiutarti a vivere con quella dignità che scaturisce dalla fede. La condizione che oggi ti trovi a vivere ti pone dinanzi alla Croce e ti chiede di fare di questa tua sofferenza una più intima partecipazione all’opera di Dio. È quello che ti auguro.

Io mi trovo a Lisieux, in Francia, dove esercito il mio ministero pastorale a servizio del Santuario di santa Teresa di Gesù Bambino. Se vuoi venire a Lisieux per fare qualche giorno di ritiro, sarò ben contento di accoglierti assieme alla mia comunità. Tra pochi giorni, in Francia, farò un ritiro ad un gruppo sposi separati che intendono custodire il patto nuziale. Porterò con me anche le tue lacrime e quelle di coloro che vivono la tua stessa condizione. Ti saluto con affetto.

Don Silvio




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