Donna e vita

Senza le madri l’umanità sarebbe finita da un pezzo

mamma

di Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la Vita italiano

Quanto è forte il legame tra una donna e il suo bambino? Quanto è importante la capacità femminile di generare la vita per l’intera società? È opportuno che oggi la maggioranza delle donne faccia sentire la sua voce anche in nome dei bambini che fanno nascere rivelando il privilegio femminile. Se questo avverrà saranno molti i vantaggi dell’intera umanità.

Cinque fatti permanenti e non contrastabili provano l’esistenza di un legame speciale della donna con la vita umana. Il primo è un dato statistico. Le donne che non vogliono la gravidanza e che abortiscono sono una ristretta minoranza rispetto a quelle che partoriscono e che comunque desiderano generare figli. Il secondo fatto è ricavato dalla riflessione sulla gravidanza. Essa comporta sempre una grande trasformazione del corpo femminile, qualche rischio sanitario, il cambiamento di abitudini e programmi, il superamento di dolori fisici non piccoli quali si verificano nel parto. Una esaustiva descrizione è riportata nel parere del Comitato Nazionale per la Bioetica “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum” (16.12.2005). Potremmo domandarci se tutti gli uomini sono pronti ad affrontare difficoltà simili per raggiungere uno scopo, ad esempio, superare un esame, trovare un lavoro, ottenere un successo personale. Difficile che qualcuno accetti difficoltà analoghe a quelle che affronta una donna in gravidanza per raggiungere uno scopo qualsiasi, anche se fortemente desiderato. Questo significa che partorire un figlio è un ideale altissimo tipico delle donne.

La meditazione sulla gravidanza fa scoprire un terzo fatto. Il figlio comincia ad esistere e si sviluppa per molti mesi dentro il corpo materno. Questo fatto può essere interpretato come un abbraccio, un abbraccio di una intensità irripetibile quanto a intimità e durata. Abbraccio significa stare stretti stretti e niente è più stretto del corpo della mamma e del figlio durante la gravidanza, tanto che si parla di “dualità nell’unità”. Questo abbraccio riporta – e questo è il quarto elemento – alla relazione di cura dell’altro: si potrebbe dire che il “genio della relazione”, sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. A ben guardare ogni autentica relazione di cura (si pensi ai malati, ai disabili, agli anziani) rimanda a quell’accoglienza gratuita e a quel dono di sé che fa appello alla donna quando si annuncia il figlio che vive dentro di lei. Non solo, ma scoperte scientifiche recenti hanno dimostrato che tra i due abbracciati vi è uno scambio di doni, non solo la donna dona calore e nutrimento al figlio, ma anche il figlio dona alla madre cellule staminali che per tutta la vita la rendono più forte e meno aggredibile da alcune malattie.

Questa immagine della gravidanza come abbraccio che implica sacrificio e cura, fa venire in mente la parola “amore”. Si può pensare che l’amore è il timbro impresso sull’inizio della vita umana.

Infine, c’è un fatto non contestabile: senza le donne la società non potrebbe sussistere e non ci sarebbe futuro. Senza le madri l’umanità sarebbe finita da un pezzo e la prospettiva di un mondo migliore sperato per i figli è affidato ai genitori ma soprattutto alle madri.

Un cammino di liberazione

Nella storia, salvo rare eccezioni nell’antichità (matriarcato), la donna ha sempre avuto un ruolo secondario nella società e subordinato all’uomo. Basti ricordare che il diritto di elettorato in Italia è stato attribuito per la prima volta alla donna maggiorenne con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, “Estensione alle donne del diritto di voto” e che nel Codice civile del 1942 all’art. 143 era scritto «il marito è il capo della famiglia». Solo con la riforma del diritto di famiglia (1975) l’art. 143 è stato cambiato ed oggi vi si legge che «con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri». La strada è stata lunga.

Nell’antico diritto romano, la moglie era sottoposta alla manus del marito e si trovava quindi in una situazione giuridica simile a quella dei figli di cui soltanto il pater aveva la patria potestas. Gaio ha scritto nelle Institutiones: «Feminae vero nullo modo adoptare possunt, quia ne quidem naturales liberos in potestate habent» («Le donne non possono affatto adottare, perché non hanno libera potestà neanche sui figli naturali»). L’inferiorità della donna era persino teorizzata da famosi filosofi con espressioni che suscitano sdegno. Ad esempio Aristotele ha scritto che la donna ha il cervello più piccolo e perciò è un maschio mutilato. Tra i giuristi romani la negazione alle donne dello “ius suffragii” e dello “ius honorum” era giustificata con parole che oggi fanno ribrezzo: «Ignorantia iuris, imbecillitas mentis, infirmitas sexus, levitas animi».

Oggi il cammino di riscatto delle donne può dirsi giuridicamente concluso. L’articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclama l’uguaglianza di tutti gli esseri umani senza distinzione alcuna anche riguardo al sesso. Tale uguaglianza è stata confermata nei patti internazionali del 1966: il Patto sui diritti civili e politici e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali. Trattati internazionali che hanno avuto come effetto la uguale dignità della donna sono stati la Convenzione dei diritti politici della donna nel 1952 e la Convenzione sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna del 1979. Il principio è stato recepito in quasi tutte le Costituzioni del mondo. In Italia esso è stato affermato nell’art. 3 della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»). Nella Carta europea dei diritti fondamentali, divenuta giuridicamente vincolante dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, si insiste molto sull’uguaglianza tra maschio e femmina: all’art. 20 se ne proclama l’uguaglianza, all’art. 21 è posto il divieto di discriminazione, all’art. 23 si precisa che la parità deve essere attuata in tutti i campi: dall’occupazione, al lavoro, alla retribuzione.

Leggi anche: “Mamma, ho anche io diritto di vivere”

Un traguardo insufficiente e parzialmente falso

Lo slancio delle donne per raggiungere l’uguaglianza non si è fermato al raggiunto traguardo, ma è andato oltre. Il maschio non può avere la gravidanza e allora rumorosi gruppi femministi pretendono di liberare le donne anche dalla gravidanza, quanto meno rendendola facoltativa fino al punto di affermare il “diritto” di distruggere il figlio che cresce nel seno materno. Questa è una uguaglianza manifestamente grossolana che si accompagna ad un concetto falso di libertà intesa come autodeterminazione, cioè come facoltà di decidere qualsiasi comportamento ritenuto utile anche a costo di cancellare un altro. Questo concetto di libertà contrasta con la laicissima Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo le cui parole iniziali dicono che il fondamento della libertà consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana. Questo, certo, significa che la libertà fa parte del contenuto della dignità umana, ma il fatto che essa sia affermata per tutti gli esseri umani implica che la dignità di tutti è posta a fondamento della libertà individuale. Ciò significa che nel momento in cui ciascuno prende una decisione deve tenere conto della dignità altrui, altrimenti la sua non è libertà, ma sopraffazione. Riconoscere l’altro come altro come portatore di una dignità uguale a quella di colui che guarda dimostra che la libertà attiene ai rapporti tra gli uomini e che il suo vertice, la sua massima realizzazione è l’amore. Non ci può essere amore senza libertà. La libertà è la condizione dell’amore. Persino Dio per essere amato ha dato agli uomini la libertà. L’altro è la condizione della libertà, non la sua negazione.

Probabilmente la secolare secondarietà delle donne rispetto agli uomini è dovuta alla maggior forza muscolare dei secondi. In epoche in cui le guerre tribali e quelle tra Stati si combatteva con spade, lance e bastoni, la forza muscolare aveva una importanza fondamentale. Essa poteva essere strumento di sopraffazione persino immotivata o giustificata da un desiderio di potere o di ricchezza. In questi casi la violenza è espressione di quel falso concetto chiamato autodeterminazione. Ma in qualche caso la forza fisica è strumento di difesa della società rispetto ad altrui prepotenze e aggressioni. In questi casi la forza fisica si dispiega a servizio dell’umanità, delle donne comprese. Ma la forza che protegge la società non è soltanto quella fisica, ma soprattutto quella morale, culturale e spirituale. Sotto questo profilo lo stretto legame tra la donna e la vita umana è un privilegio femminile che non può essere distrutto per una questione grossolana di uguaglianza. Il cammino di libertà della donna non si conclude sul traguardo dell’uguaglianza ma su quello che fa intravedere una “superiorità” della donna posta a servizio di tutta l’umanità, uomini-maschi compresi.

In molte sedi di partiti e di formazioni che si autodefiniscono progressisti è appeso il quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo intitolato “Quarto potere” che mostra una folla di operai, contadini, poveri, in marcia verso il futuro. Sono tutti uomini, ma alla loro testa c’è una donna che non è sola perché tiene in braccio un figlio piccolissimo. Questa immagine definisce bene il servizio che la donna può rendere all’umanità di oggi in cammino verso il nuovo umanesimo: il riconoscimento del figlio come figlio fin dal concepimento, come uno di noi.

Necessità di una nuova cultura femminile

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo pone il fondamento della libertà, della giustizia e della pace in un atto della mente: «Il riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana». È singolare che queste parole siano state universalmente accettate in un momento in cui la pace sembrava garantita dall’equilibrio del terrore, cioè da una corsa per riempire gli arsenali di bombe atomiche. La pace, la libertà, la giustizia sono affidate ad un dato culturale. Che il concepito debba essere riconosciuto come un essere umano, cioè come un membro della famiglia umana è affermazione della ragione e della scienza ed anche del diritto costituzionale italiano. È doveroso rileggere la sentenza costituzionale n. 35 del 10 febbraio 1997 nella quale si sostiene che persino nei primi articoli della legge 194 è riconosciuto il diritto alla vita del concepito. In tale sentenza vi è anche un’autorevole interpretazione di un’altra sentenza costituzionale, la n. 27 del 1975 che aveva aperto la strada all’aborto. In quest’ultima decisione la tutela del concepito è individuata nell’art. 2 della Costituzione che richiama i diritti dell’uomo. Dunque l’identità umana del concepito è riconosciuta in quanto titolare dei diritti dell’uomo. La decisione n. 35/1997 valorizza anche il riferimento alla sentenza n. 27/1975 allo stato di necessità per giustificare la non punibilità dell’aborto nel caso in cui un grave pericolo per la vita della madre sia medicalmente accertato qualora la gravidanza prosegua.

Va aggiunto che nelle due recenti decisioni costituzionali, la n. 226 del 105 e la n. 84 del 2016 a proposito dell’embrione in provetta (quindi appena concepito) hanno ripetuto che l’«embrione umano non è una cosa». Gli argomenti di ragione e di scienza a favore della umanità del concepito sono stati ripetuti più volte dal Comitato Nazionale per la Bioetica che il 22 giugno 1996 nel parere su “Identità e statuto dell’embrione umano” scrisse: «Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone». A questa conclusione il Comitato è pervenuto dopo aver rilevato che l’embrione «non è una cosa» «dal momento che la sua stessa natura materiale e biologica lo colloca tra gli esseri appartenenti alla specie umana», né può essere collocato su un gradino inferiore rispetto ai già nati, perché una tale tesi «reintroduce, di fatto, surrettiziamente, la legittimità di una discriminazione tra gli esseri umani sulla base del possesso di certe capacità o funzioni», mentre «il semplice possesso della natura umana implica per ogni individuo il fatto di essere persona». La conclusione sopra riportata è confermata e specificata dal riconoscimento che «l’embrione ha diritto di essere trattato come una persona, ossia nel modo in cui conveniamo debbano essere trattati gli individui della nostra specie sulla cui natura di persone non vi sono dubbi». Tale parere è stato confermato l’11 aprile 2003, proprio a proposito di una delle più brucianti e attuali questioni relative all’embrione, quella della liceità dell’uso (distruttivo) del concepito per ricavarne cellule staminali. Nel nuovo parere si legge che «gli embrioni umani sono vite umane a pieno titolo» e che «esiste quindi il dovere morale di sempre rispettarli e sempre proteggerli nel loro diritto alla vita indipendentemente dalle modalità con cui siano stati procreati e indipendentemente dal fatto che alcuni di essi possano essere qualificati – con una espressione discutibile perché priva di valenza ontologica – soprannumerari».

Questi pareri sono stati ulteriormente confermati il 15 luglio 2005 nel documento concernente l’“ootide”, in quello del 18 novembre 2005 sull’ “Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita” e infine in quello del 16 dicembre 2005 sull’ “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum”. Ma la verità da sola non è in grado di diventare cultura popolare e neppure pensiero prevalente nei parlamenti. I gruppi femministi sono riusciti a orientare lo sguardo soltanto verso le donne e a far dimenticare il figlio. Il successo di questa strategia è causato da due fattori: la percezione di questi gruppi femministi come rappresentanti di tutte le donne e la constatazione della giustizia complessiva del moto di liberazione della donna. Si dimentica così il privilegio femminile che lega in modo stretto la donna al tema della vita e al suo significato, un privilegio che mette la popolazione femminile in posizione avanzata rispetto a quella maschile e che è a servizio di tutta l’umanità. È opportuno pertanto, che oggi la maggioranza delle donne faccia sentire la sua voce anche in nome dei bambini che fanno nascere rivelando il privilegio femminile. Se questo avverrà saranno molti i vantaggi dell’intera umanità.

Oggi la questione delle nascite è diventato argomento importante, ma con motivazioni che riguardano l’identità di un popolo, il suo benessere economico, la paura di una immigrazione che può far perdere la identità nazionale. In questi termini si discute del crollo delle nascite. Il risveglio di una presenza femminile che rivolge lo sguardo verso il figlio può indicare la ragione vera e profonda della natalità. Il riconoscimento del più piccolo e povero tra gli esseri umani titolare di una dignità ugualmente grande rispetto a qualsiasi altro essere umano restituirebbe verità ai diritti dell’uomo, oggi deteriorati da un soggettivismo che li rende incerti. Il riconoscimento accompagnato dall’accoglienza e dall’amore illuminerebbe anche i rapporti con qualsiasi altro vivente umano. Si capisce allora perché Santa Madre Teresa di Calcutta nel ricevere il premio Nobel per la pace, di fronte ai potenti del mondo abbia detto che l’aborto è il principio che mette in pericolo la pace.




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