CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

A chi fanno paura i 49 migranti?

7 Gennaio 2019

Sea watch

Sulla questione migranti occorre una riflessione pacata che sappia intrecciare la proposta ideale con quel realismo che individua le vie praticabili della solidarietà. Chiama in causa l’Unione Europea perché in questione non c’è solo l’Italia ma tutti i Paesi dell’UE.

“Da parecchi giorni quarantanove persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di ONG, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone”. Questo l’ennesimo appello lanciato ieri da Papa Francesco nel corso dell’Angelus. Parole scandite con fermezza come per ricordare che su questi temi non si può transigere. Parole che hanno ricevuto reazioni politiche diverse e contrapposte. Si tratta di temi assai delicati e purtroppo usati dagli uni e dagli altri come propaganda ideologica. Occorre invece una riflessione pacata che sappia intrecciare la proposta ideale con quel realismo che individua le vie praticabili della solidarietà.

In tutto sono 49 e tra questi donne e bambini. A chi fanno paura? Come mai, a distanza di due settimane dal soccorso in mare, l’Europa non è ancora capace di trovare una sistemazione dignitosa per questo piccolo gruppo? Chiamo in causa l’Unione Europea perché in questione non c’è solo l’Italia ma tutti i Paesi dell’UE. Solo chi fa della polemica politica il suo mestiere, mette sotto accusa il Governo Italiano. Basta poco per allargare l’orizzonte e chiederci perché mai 27 Paesi non riescono a trovare un accordo per rispondere a quella che, stando ai numeri risicati, non possiamo neppure definire emergenza.

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Come mai finora nessun Paese ha dato piena disponibilità? Nessuno! Non solo quelli che da tempo hanno chiuso porti e frontiere ma anche quelli che da sempre si presentano con la veste immacolata della solidarietà senza se e senza ma. Evidentemente, c’è qualcosa che non va! Una paura diffusa e alimentata ad arte da quelli che, con un certo disprezzo, vengono definiti partiti sovranisti? O forse, ma nessuno lo dice, c’è la consapevolezza che l’accoglienza su larga scala praticata in questi anni non è compatibile con un sistema sociale che presenta ovunque non poche lacune e con risorse economiche che sono o appaiono largamente insufficienti per rispondere alle esigenze essenziali della popolazione. La rivolta dei gilet gialli, che da mesi infiamma la società francese, è un messaggio preciso che mette in allarme non pochi Governi.

Non sono questi 49 migranti a far paura. Fa paura l’immigrazione di massa. Quanto prima si troverà una soluzione perché non è possibile lasciare in mare queste persone ma la gestione politica di questa vicenda – che in tempi normali avrebbe potuto essere risolta in poche ore – mostra l’evidente intenzione di scoraggiare quanti hanno pensato di mettersi in viaggio. L’allungamento dei tempi vuole lanciare un chiaro messaggio: in primo luogo alle persone che vogliono raggiungere l’Europa, perché sappiano che, oltre ai rischi del viaggio, diminuisce sempre più la certezza di trovare accoglienza; in secondo luogo alle ONG perché non pensino di poter sbarcare senza problemi tutti quelli che hanno raccolto in mare.

È legittimo domandarci come mai siamo arrivati a questo punto. Evidentemente la strategia dell’accoglienza pour tous – attuata negli ultimi anni – si è rivelata poco avveduta perché ha portato nella società un numero rilevante di persone che oggi facciamo fatica ad integrare. E non solo perché mancano risorse adeguate ma anche perché una vera inclusione sociale richiede tempi lunghi e perciò esige un’accoglienza misurata con le effettive capacità che una società può mettere in campo.

Questa riflessione, sia pure con accenti diversi, riguarda tutti i Paesi del Vecchio Continente che hanno il fiato corto, anche e soprattutto quelli che hanno fatto dell’accoglienza la loro bandiera. In primis Germania, Danimarca e Svezia. Se la politica non batte un colpo forse è perché teme di trovarsi in una situazione che rischia di diventare sempre più insostenibile. Se tutti i Paesi manifestano perplessità vuol dire che vi sono problemi oggettivi. Guardarli con realismo è un buon punto di partenza per un approccio serio e non ideologico.

La vicenda dei migranti è l’icona drammatica di una politica che fatica a trovare risposte. Non basta chiamare in causa lo Stato, occorre chiedersi anche se vi sono cittadini pronti a farsi carico di quest’emergenza e disposti a pagare un prezzo. La solidarietà chiede a tutti di fare la propria parte. Non è una bella parola da proclamare ad alta voce dinanzi ai microfoni dei mezzi di informazione ma una porta aperta, quella di casa.


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