Battesimo del Signore – Anno C – 13 gennaio 2019

Che amore possiamo dire di avere per la persona che ci vive accanto, se non riusciamo a donargli la salvezza che spera?

di fra Vincenzo Ippolito

L’amore dona salvezza, perché riscatta il reo dalla sua schiavitù, strappa dalla polvere in cui si raggira chi è caduto e non sa risollevarsi, perché soffre per il dolore dell’altro ed è disposto a dare la propria vita, perché l’amato viva.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (2,11-14; 3,4-7)
Signore ci ha salvato con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo.
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella spe-ranza, eredi della vita eterna.

 

La domenica dopo la solennità dell’Epifania è dedicata alla celebrazione liturgica del Battesimo di Gesù. Tale avvenimento, unitamente all’adorazione dei Magi (cf. Mt 2,1-12) e al miracolo delle nozze di Cana (cf. Gv 2,1-11) rappresenta l’inizio della vita pubblica del Redentore. A ben vedere, questi tre eventi avvengono in momenti diversi della vita di Gesù e stanno ad indicare come il Signore, nato a Betlemme, manifesti progressivamente la sua divinità, facendosi conoscere come Dio e Salvatore. A differenza di quanto ci narrava san Matteo, la scorsa domenica – i Magi “entrati in casa, videro il bambino con Maria sua madre” (Mt 2,11) – la pagina evangelica odierna presenta il Signore già adulto, visto che san Luca appunterà, poco dopo il nostro brano, “Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni” (Lc 3,23). La liturgia ci chiede, nell’arco di una settimana, di passare dalla contemplazione di Gesù bambino all’esperienza di Gesù adulto, così da poter rivivere, nel corso dell’anno liturgico, le tappe principali della vita terrena del Signore, culminanti nell’evento pasquale.
Se la pagina evangelica odierna descrive l’evento del Battesimo al Giordano (cf. Lc 3,15-16.21-22), la Prima Lettura, tratta dal libro del profeta Isaia (40,1-5.9-11), presenta Dio che visita e consola il suo popolo. Nel brano profetico sembrano prefigurarsi sia la figura del Battista – “Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio” – sia del Messia, “Signore Dio [che] viene con potenza”. Nella Seconda Lettura, invece, tratta dall’Epistola a Tito (2,11-14; 3,4-7), l’Apostolo Paolo descrive la bontà di Dio che, nell’acqua del battesimo, ci rigenera a vita nuova e ci dona salvezza.
Siamo chiamati oggi a contemplare il Battesimo di Gesù (Vangelo) come segno della consolante presenza di Dio che viene a salvarci (Prima Lettura), attraverso il nostro battesimo, esperienza sacramentale della grazia divina che ci salva dalle acque del peccato e ci dona salvezza (Seconda Lettura).

Visitati dalla grazia divina, come sole che ci illumina dall’alto

Tra le Epistole, tradizionalmente attribuite all’apostolo Paolo, tre vengono definite Lettere Pastorali, perché indirizzate a due collaboratori di Paolo nell’annuncio del Vangelo. Si tratta delle due Lettere a Timoteo e della Lettera a Tito, entrambi menzionati più volta come compagni dell’Apostolo, nei suoi viaggi missionari. Mentre di Timoteo abbiamo maggiori notizie, sulla base dei racconti degli Atti degli Apostoli, veniamo informati su Tito e sul lavoro apostolico che egli compie nelle varie comunità cristiane delle origini, dallo stesso Paolo, che lo cita nelle sue lettere, per gli incarichi che volta per volta gli affida (cf. Gal 2,1-5; 2Cor 2,13; 7,6-16; 8,6. 23; 12,18). A lui è indirizzata anche una Lettera, nella quale, in tre capitoli, l’Apostolo offre delle concrete indicazioni perché la comunità di Creta a lui affidata (cf. Tt 1,5), rifuggendo i falsi dottori, trovi stabilità sia dottrinale sia organizzativa, così da testimoniare l’appartenenza a Cristo ed il radicamento nel suo Vangelo.

Il brano odierno (cf. Tt 2,11-14; 3,4-7) – in parte già offertoci dalla liturgia nella Messa dell’aurora, il giorno di Natale – unisce le parti spiccatamente teologiche rispettivamente del capitolo secondo (vv. 11-14) e del capitolo terzo (vv. 4-7), che motivano le sezioni esortative (cf. Tt 2,1-10; 3,1-3), mostrando come la forza dell’argomentazione sia la potenza della rivelazione divina. Le due parti sviluppano idee comuni, che si richiamano ed arricchiscono, mostrando in Dio la sorgente di ogni rigenerazione interiore e la fonte di ogni autentico cammino di fede, scandito da autenticità e bellezza.
Se ci fermiamo a meditare, lasciando allo Spirito di guidarci, nelle insondabili ricchezze del Mistero di Cristo, che si riverbera nella sua Parola, ci rendiamo conto che il mistero della nostra fede inizia con la manifestazione di Dio, secondo il mistero della sua volontà. Scrive l’autore “è apparsa la grazia di Dio” (2,4) e poi, ritornando sullo stesso concetto, rafforzato dalla ripresa del medesimo verbo, appunta “quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini” (3,4). L’uomo, sembra di poter leggere tra le righe, non può giungere a Dio con le sue forze – “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18) – e resta un mistero la sua natura ed il progetto della sua volontà. È Lui che, liberamente, si rivela, perché vuole rivelarsi – “Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso ed il mistero della sua volontà” scrive il Concilio in Dei Verbum 2 – desidera intrattenersi con gli uomini, “per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé”. E mentre il salmista può dire “se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28, 1), così ogni credente deve confessare il primato di Dio nella sua vita di fede. È Dio che, poiché “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19), si è manifestato (cf. 1Gv 1,1). Così accadrà anche per i discepoli, dopo la resurrezione, vedranno il Signore, passato attraverso la morte, perché sarà Lui a farsi vedere, nel mistero della sua bontà. L’Apostolo vuole che Tito e la sua comunità cresca nella consapevolezza che noi siamo nelle tenebre se Dio non ci illumina dall’alto come sole che sorge, noi siamo nel peccato, se la grazia divina non ci raggiunge e trasforma dal di dentro, rimaniamo nella morte, se la vita del Signore non ci comunica quell’amore, capace di strapparci dalle tenebre, per farci rivivere grazie a Lui e vivere in Lui.

È importante capire per esperienza che è sempre Dio a raggiungerci, a fare il primo passo, a prendere l’iniziativa, ad illuminare il nostro cuore e aprire la mente, come accadde ai discepoli di Emmaus, all’intelligenza delle Scritture. Come i Magi, dobbiamo riconoscere la stella del re dei Giudei che è nato, come i pastori, lasciare che la gloria di Dio ci avvolga di luce. Dio si mostra, sappiamo riconoscere la sua presenza? Il Signore si rivela, comprendiamo i segni del suo apparire? Tutto intorno a noi parla della bontà di Dio, viviamo ogni giorno nello stupore e nella gratitudine?

Perché non farsi raggiungere da Dio?

È apparsa” scrive Paolo ed il soggetto agente è costituito ora dalla grazia (2,11) o dalla bontà e dall’amore (3,4), termini tra loro interscambiabili, quasi a dire che il Signore, nel suo manifestarsi è mistero di gratuità, effusione di amore per necessità di essere – Dio non potrebbe essere diversamente da come è e da come mostra di essere – ci raggiunge con la sua benevolenza, nel suo Figlio Gesù, ci mostra il volto che Mosè non poté contemplare, pur volendolo, la sua bontà ed il suo amore di elezione. I concetti si arricchiscono a vicenda, è quasi una corsa ad esprimere, con parole umane, l’inesprimibile mistero della vita di Dio che si comunica in Cristo. Si dice una parola e poi l’altra, che verrà dopo la richiama, la colora di nuovo, vuol mostrare una profondità maggiore, una luce più chiara. Il desiderio dell’autore ispirato è lo stesso del credente, che vuole dare visibilità sempre maggiore alla potenza di Dio, cha abita il suo cuore, illumina la mente ed accende nell’animo suo il fuoco della presenza divina. Mai deve venire meno questo desiderio di correre nell’esprimere l’amore, di dargli vivacità di accenti, di accumulare parole diverse, pur di dargli voce – a patto che siano parole autenticamente dette e sapientemente cercate! – perché l’amore non può a lungo celarsi, né per sempre nascondersi. Paolo lascia che l’amore in lui esploda, che Gesù Cristo, incontrato sulla via di Damasco e, in seguito, sempre nuovamente cercato e trovato, perché Lui ci cerca e ci trova, scandisca il suo annuncio e motivi l’impegno pastorale. Se anche il nostro ministero, da presbiteri e genitori, fosse scandito dall’ansia di donare l’amore che ci portiamo nel cuore, dal desiderio di tradurre l’esperienza di fede, di trasmettere il Dio che ci ha parlato e ci è venuto a cercare! Noi dobbiamo sapere per esperienza – senza esperienza diretta, quello che diciamo non incide nella nostra vita e le parole che pronunciamo sono vuote, seminano vento e raccolgono tempesta – Dio è buono e fa il bene. Con il salmistra, solo allora potremo cantare “Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Sal 144,8-9). Perché non riusciamo ogni giorno a trovare del tempo per contemplare la presenza di Gesù che nella nostra vita è grazia e bontà? Lui appare agli occhi del nostro cuore, brilla evidente nella mente che lo cerca, all’anima che lo attende, come le sentinelle l’aurora. Cristo non si fa aspettare e, se invocato, viene, se supplicato corre, se sa che un suo discepolo anela alla fonte della vera vita, si mostra, nello splendore della sua gloria e lo circonda della luce nuova del suo amore.

L’uomo che sperimenta l’apparire di Dio si ferma, estatico e cresce nella consapevolezza che Dio è grazia su grazia, che Lui è buono e fa il bene e più noi sperimentiamo ogni giorno i limiti e le difficoltà nostre e dei fratelli, maggiormente brilla in noi il mistero della sua luce. Dio non ha paura del nostro buio, anzi, lì dove il buio signoreggia e sembra prevalere, Lui appare come grazia che perdona e bontà che cura. L’amore di Dio e, di rimando, l’amore suo in noi che è Spirito effuso dal costato di Cristo, è mistero di gratuità e di benevolenza. Se il nostro affetto non ha queste caratteristiche, se cerchiamo il tornaconto e guardiamo all’interesse, se l’appropriazione si insinua nelle intenzioni più rette, nei pensieri più santi, nelle idee più alte, senza che noi iniziamo a guerreggiare contro il nostro egoismo, perché il rinnegamento lo estirpi, attraverso un serio cammino di conversione, dal nostro cuore, allora non possiamo dire che lo Spirito abita in noi, i nostri rapporti sono plasmati dalla sua grazia, i nostri sguardi e parole sono il riflesso della bontà di Dio. Questo perché – è lo stesso testo biblico ad indicarlo con chiarezza – siamo chiamati a scelte concrete e testimoniare nella vita la potenza di Dio che viene a visitarci dall’alto. La grazia, la bontà di Dio, il suo amore è potenza di trasformazione e di conversione. Come i santi Magi ritornano nel loro paese, per un’altra strada, così anche noi dobbiamo vedere che Dio opera in noi e noi siamo chiamati a farlo operare, in una vita santa, che diventa esplosione di carità di perdono ed accoglienza degli altri.

Scrive sempre l’Apostolo, “la grazia di Dio apporta salvezza”, la bontà e l’amore suo “ci salvò … per la sua misericordia”. Se lasciassimo a Dio di muoversi liberamente in noi e tra noi! Se la potenza della sua grazia, che è amore e bontà infinite, ponessero in noi la sua dimora, la nostra vita sarebbe come un granaio, dove tutti possono attingere per nutrirsi, come un alveare, nelle cui celle la dolcezza del miele non è calato, ma conserva tutto per dilettare, per rallegrare. Cristo porta salvezza. Che amore possiamo dire di avere per la persona che ci vive accanto, se non riusciamo, con il nostro affetto, con la cura e la presenza, a donargli la salvezza che spera, la liberazione che desidera? L’amore dona salvezza, perché riscatta il reo dalla sua schiavitù, strappa dalla polvere, in cui si raggira chi è caduto e non sa risollevarsi, perché soffre per il dolore dell’altro ed è disposto a dare la propria vita, perché l’amato viva. Non è forse quello che fa Gesù, giungendo al dono della sua vita, nel sacrificio della croce? L’amore deve operare la salvezza, la bontà deve mostrare che tutto è fatto come segno di misericordia. La nostra vita e la nostra famiglia e comunità, i rapporti che ci rallegrano, le amicizie che ci arricchiscono, anche le situazioni che ci spingono a metterci in gioco e a far fruttificare i talenti che ci sono stati dati, sono un segno della misericordia. Se riuscissimo a passare dal vivere, credendo che tutto ci è dovuto, al considerare che ogni realtà è un dono della misericordia divina, attraverso le persone che ci sono accanto. In tal caso, non saremo più soggetti alla pretesa, il cui giogo il nostro egoismo ci impone, ma vivremo nel dono e nello stupore, perché tutto è amore gratuito che il Signore mi manifesta. Se, invece, lascio che il tarlo del nemico mi porti a pensare che io faccio e gli altri non mi considerano, che io amo e l’altro non sa ricambiare l’affetto, né mostrarmi attenzione, cadrò nella trappola del tornaconto ed il mio amore non sarà il segno di ciò che Dio può operare nella vita docile del credente, rendendolo partecipe dell’amore crocifisso del suo Figlio. Paolo dice che “egli ci ha salvati, non per le opere giuste da noi compiute, ma per la sua mise-ricordia” (3,5). Solo l’amore ci salva, di Dio per noi e nostro nei riguardi dei fratelli. Non sono i progetti o le idee a salvarci, non i programmi pastorali o le dinamiche che attuiamo, dopo un attento studio delle situazioni. Senza amore, tutto è vano, senza misericordia, la cui fonte è resa sempre il Cuore del Risorto, non potremo, se non vivere soggetti alle passioni del nostro egoismo, mai spaziare nel cielo dell’amore che ci dona la libertà di non attendere il contraccambio. Amare non significa guardare a ciò che io faccio, se non per vedere cos’altro posso ancora attuare, perché l’altro abbia la vita; amare non significa credesi giusti, come i farisei, pronti a disprezzare o giudicare gli altri, perché sono diversi da noi e vivono, secondo una consapevolezza che, oltre ad essere diversa da noi, li porta a vivere di conseguenza; amare non vuol dire tenere l’occhio fisso su ciò che si fa o non si fa, pronti a misurare e pesare le azioni e le intenzioni. Amare significa coprire ogni realtà di misericordia, guardare con gli occhi di Dio che non tiene conto il male, l’errore ed il peccato, abbracciare di tenerezza ogni realtà, infondere fiducia in ogni situazione, perché è Cristo la nostra speranza e Lui non viene mai meno, sempre fedele all’amore che nutre per noi, sempre uguale all’amore che Egli è da sempre e per sempre.

Immersi nell’acqua del battesimo che ci rinnova

L’Apostolo, nell’indicarci l’amore di Dio che libera e salva e “ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (2,12), offre un’immagine significativa, nel giorno in cui celebriamo il Battesimo di Gesù. La salvezza, frutto della grazia, della bontà e dell’amore, ci ha arricchiti “con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro” (3,5). Non si parla direttamente del battesimo, ma è chiaro il riferimento al sacramento – si pensi al termine lavacro, reso in italiano, nella traduzione CEI 2008, con acqua – che ci rende figli di Dio, eredi con Cristo del Regno e fratelli fra noi, per il dono dello Spirito. È l’acqua del fonte che ha la forza del Consolatore per rigenerare e rinnovare. È questo il miracolo, la trasformazione che Dio Padre opera in Cristo, attraverso al forza del suo amore, per mezzo dello Spirito che ci è stato dato. Nella Pasqua di Cristo, dal suo costato trafitto, è sgorgata su tutta la comunità dei credenti, la Chiesa, l’acqua dello Spirito che fa zampillare in noi la vita divina. Il battesimo è lavacro di rigenerazione e rinascita. In esso rinasciamo figli e veniamo rigenerati, per iniziare un’esistenza scandita dall’amore che Cristo ha nutrito per noi. Siamo chiamati a gettare le opere delle tenebre e a rivestirci della armi della luce, a camminare in pieno giorno, sapendo che siamo portatori della luce di Dio, e che in noi lo Spirito è forza continua di rigenerazione e di rinascita. Difatti, se un giorno abbiamo ricevuto il sacramento del battesimo, gli effetti, la presenza dello Spirito di Cristo risorto e la sua azione, sono sempre con noi. La vita cristiana rappresenta, quindi, una continua esperienza spirituale di illuminazione interiore, di rigenerazione nella misericordia, di rinnovamento nel dono accolto e concesso agli altri.
Dobbiamo ricordare che abbiamo in noi lo Spirito Santo, grazia di rigenerazione e di vita nuova, nell’amore! Per questo, dobbiamo mettere più impegno nel lasciare operare lo Spirito del Signore che fa nuove tutte le cose, dandogli spazio maggiore, assecondando le sue ispirazioni, facendoci portare dalla sua dolce presenza. Come diretta conseguenza si avrà così forza di salvezza, rigenerazione, rinnovamento anche nei nostri rapporti, familiari e comunitari.

Il battesimo è come una sorgente, dona sempre acqua che ci rigenera e rinnova in ogni momento della vita il nostro cammino. Come la luce che accompagna il sacramento, così anche la grazia ricevuta ha bisogno di disponibilità, perché il dono ricevuto possa portare frutti sempre. Dobbiamo chiedere in questo giorno il dono di riscoprire la grazia della rinascita spirituale, dell’illuminazione avuta con la figliolanza divina, impegnandoci personalmente e aiutandoci comunitariamente perché l’amore di Dio, riversato in noi, sia forza di salvezza, rigenerazione rinnovamento. Questa è la testimonianza della nostra fede, che ci porta ad essere insieme, nella storia, lievito di unità e sale di fraternità.




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