Precariato

“Non chiamatemi precaria, sono solo un’insegnante e una mamma”

insegnante

di Elisabetta Cafaro

“Come può la Scuola trasmettere stabilità se lei per prima non ne ha?”. Se lo domanda una collega, immigrata per lavoro. Allo Stato dice: “Che cosa chiedo? Di lavorare stabilmente per assicurare alle mie figlie un presente e un futuro dignitoso”.

Dopo lo scrutinio finale di giugno al Liceo Pacini di Pistoia, con la mia collega Giusy Versace, siamo andate insieme a prendere un caffè in un bar del centro. Lei è giovane e viene dal Sud, precisamente da Bagnara in Calabria, immigrata come tante altre per lavoro. Quella del precariato è una piaga spesso nascosta nel mondo della Scuola. Una piaga dolorosa che di tanto in tanto si infetta e fa male. Giusy non è solo un’insegnante è, soprattutto, sposa e madre di quattro bellissime bimbe. Giusy, Monica Cedrola e Alessandra Marconi, colleghe, presiedono il Comitato nazionale Noi docenti della terza fascia. Il compito del Comitato è organizzare iniziative con l’obiettivo di promuovere la stabilizzazione per i docenti precari. Tutte le attività e le azioni del Comitato hanno una connotazione apolitica. La sede legale è a Pistoia ma l’organizzazione si estende in tutta Italia. Quest’anno io sono rientrata nella mia amata terra ad insegnare, ma accolgo con grande affetto lo sfogo di questa amica e collega sul precariato nella Scuola. Una condizione dolorosa per tutti:

“Cara Elisabetta, non è che non ho superato un concorso, non ho potuto mai fare un concorso perché nel 2012 e nel 2016 sono stati banditi solo per gli abilitati. Nel 2012 non avevo i giorni, avendo lavorato dal 2014. All’ ultimo Tfa non ho potuto partecipare per un grave lutto in famiglia, quindi, non mi sono sostanzialmente potuta abilitare perché non ci sono stati più corsi abilitanti e non ho potuto fare concorsi perché non mi hanno permesso di farli. Con il Comitato nazionale Noi docenti della terza fascia voglio far emergere la realtà dei tanti insegnanti che in questi anni hanno lavorato con sacrificio e dedizione e non sono riusciti ad acquisire le abilitazioni perché lo Stato non lo ha reso possibile. Voglio accendere i riflettori sul paradosso del sistema: un esercito di professori che lavorano ogni giorno, ma che per lo Stato non dovrebbero entrare in classe non avendo il ruolo, e quindi un posto a tempo indeterminato. Cosa chiedo? Di lavorare in pace. Sono una mamma di quattro bambini, che ha lasciato la sua terra quattro anni fa nel 2014 e che l’ha fatto per dare alle proprie figlie un presente e un futuro dignitoso. La mia scelta non è stata priva di sofferenze, mi sono spesso sentita impotente di fronte a un sistema che non posso cambiare e alla responsabilità di essere madre innanzitutto.

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Credo che quella dell’insegnante sia una vocazione che si vive con passione e dedizione assoluta. In ciascuno dei ragazzi che vedo ogni giorno seduti tra i banchi, ritrovo le mie figlie. Sono solo poco più che bambini, desiderosi di conoscere una vita che di fatto non conoscono. Ragazzi con una storia che racconta se stessa attraverso comportamenti e gesti anche sbagliati. Come può un’insegnante seguire debitamente una classe se viene continuamente spostata da un luogo all’altro senza sosta? Come può la Scuola trasmettere stabilità se lei per prima non ne ha? Il mio augurio è che lo Stato guardi al mondo del precariato con un po’ di buon senso. Da decenni vediamo passare riforme scolastiche che puntano ad un miglioramento della Scuola, ad una stabilizzazione del personale docente ma intanto passano gli anni, cambiano i governi e si continua a parlare di ciò che alla fine rimane solo aria fritta. Il mio intento è aprire uno spiraglio, accendere una luce, in una realtà che non viene considerata con il dovuto rispetto.

Gli articoli pubblicati sono stati molto criticati e questo mi ha amareggiata. Sono stata spesso accusata di aver rappresentato i professori precari come degli abusivi. Il mio intento invece era far comprendere che siamo docenti come tutti gli altri, ma ci vediamo sempre negati i nostri diritti: un lavoro stabile che ci permetta una continuità didattica importante tanto per noi quanto per i ragazzi.

Elisabetta, ti ringrazio di aver posto attenzione alla mia storia, a noi mamme e lavoratrici sempre in bilico tra presente e futuro, sempre alla ricerca di una stabilità sfuggente che non permette alla Scuola di mettere fondamenta e alle famiglie di vivere in una doverosa e necessaria unità. Spero in un domani migliore per tutti, innanzitutto per gli studenti poi per noi insegnati e per le nostre famiglie”.




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