Coppia

“Ho sorpreso un’altra donna nella mia casa. Pensavo fosse tutto finito eppure da lì siamo ripartiti insieme”

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Storia di Rosa scritta da Ida Giangrande

Perdonare un tradimento è possibile? L’ho domandato a Rosa e lei mi ha raccontato la sua storia: “Non avevamo mai parlato di tradimento, anzi, non avevamo mai parlato in generale ma solo ora me ne accorgo. È stato difficile, ma ce l’abbiamo fatta e ora con Gesù come custode, siamo più forti di prima”.

Il ricordo si polverizza come sabbia al vento, quando lo scopri è come se il cuore si aprisse in due parti perfettamente uguali e vomitasse via tutto: l’amore, la gioia, il dolore, la serenità. Un’amica mi aveva detto di stare attenta a mio marito, ma io non avevo ben capito a cosa si riferisse. Non avevamo mai parlato di tradimento, anzi, non avevamo mai parlato ma solo ora me ne accorgo. Pur essendo sposati eravamo come due universi differenti che vivono fianco a fianco senza sfiorarsi mai, come due linee parallele. Si sa come funziona oggi: ti sposi con tante difficoltà, è così per tutti, il mutuo per la casa, le tasse sulla spazzatura, il lavoro che oggi non c’è e domani nemmeno, il desiderio di un figlio che non puoi realizzare. Eravamo quella che si può definire una coppia moderna, nel senso dispregiativo del termine. Eppure eravamo fortunati più di tanti altri perché lui almeno lavorava in banca, mentre io, ero costretta ad arrangiarmi come potevo con le lezioni private. 

Le cose erano cominciate a cambiare dal matrimonio in poi, ma nessuno ci aveva detto che la salute della nostra famiglia dipendeva esclusivamente da noi e forse se qualcuno lo avesse fatto non lo avremmo ascoltato, presi come eravamo dalla corsa inarrestabile alle bollette da pagare, agli acquisti da fare, al miraggio di una vita agiata che in questa società ti definisce come “qualcuno che conta”. Alzi la mano chi si sposa per fare sacrifici? Nessuno. Tutti vorremmo una vita comoda, senza corse, preoccupazioni, scadenze eppure non è così per nessuno, o quasi, anzi la stragrande maggioranza delle persone che conosco pur di non fare sacrifici preferisce non sposarsi. Noi avevamo fatto il salto di qualità dell’amore, ci fidavamo così tanto di noi che abbiamo saltato il fosso, come dicono in parecchi parlando del matrimonio. E poi all’indomani della celebrazione nuziale, non c’è più tempo, per parlare, per guardarsi, anche il sesso diventa un’abitudine, come svegliarsi, fare colazione, mangiare. Questione di secondi, la mente gira a vuoto, alla ricerca di fantasie eccitanti in cui lui non c’è. Non ti chiedi nemmeno se è normale non pensare a lui mentre lo fai. Nella routine tutto può essere normale. 

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Poi un giorno torni a casa al momento sbagliato e quando li vedi hai bisogno di qualche secondo per mettere a fuoco la situazione. È il tuo divano, quello è tuo marito, ma la sua partner non sei tu. I due scattano su dal mio sofà, si alzano le brache frettolosamente, un attimo di panico poi lei afferra una borsa e scappa come fa una ladra. Sì, perché solo una ladra entra di nascosto nella casa di un’altra donna. Ma in quel momento c’eravamo io e lui. Ci guardavamo negli occhi entrambi sconvolti da quello che era accaduto, io perché li avevo sorpresi, lui perché era arrivato a tradirmi. “Perché?” gli domandai con un filo di voce. “Non lo so!” mi rispose. Cos’altro potevo pretendere come risposta? Era già più che esaustiva anche se a me non bastava. Avrei voluto urlare e piangere, ma non riuscii a farlo. Mi chiusi nella stanza guardando il vuoto fuori e dentro di me. Mi aspettavo che lui se ne andasse e invece non lo fece. Restò di là tutto il tempo, in camera da pranzo a vagare nel vuoto della coscienza come un’anima in pena. 

Quando mi vide uscire non fece nulla, mi guardò aprire la porta e richiudermela alle spalle, senza fare niente. Non poteva impedirmi di scappare, lo sapeva lui come lo sapevo io. Camminai a lungo senza una meta, ricordo ancora il vento tiepido di inizio primavera, la foglie verdi sui rami degli alberi, la gente che mi passava accanto senza guardarmi. Mi sedetti su una panchina e attesi, non sapevo cosa. Poi ad un certo punto andai a cercare mia nonna. Volevo rifugiarmi nella mia infanzia, quella casa vecchia, con i mobili di anni e anni addietro, sul comò il vecchio ritratto di seppia del giorno del suo matrimonio. Lei bellissima con quell’abito imprestato, lui felice e sorridente. Se ne era andato troppo presto. Un infarto improvviso se l’era portato via nel cuore della notte. Per mia nonna il tempo si era fermato lì e nonostante fossero passati più di vent’anni ormai, lei non aveva ancora smesso di portare il lutto e quella fede più grande dietro la sua. Le raccontai cos’era successo, sciogliendomi in un mare di lacrime. Pretendevo che mi dicesse perché, lo volevo da lei. Mi accarezzò come solo una nonna può fare e continuò a farlo fino a quando mi calmai. “A che cosa ti serve capire perché? Chiediti come fare per uscirne”.  “C’è una sola risposta: il divorzio!” imprecai stizzita. Ma lei si mise a ridere e sfarfallò una mano in aria “voi femmine di oggi fate presto a togliere tutto di mezzo” osservò ridacchiando. “Che ti aspettavi che era tutto rose e fiori? Il matrimonio è innanzitutto perdono!”.

“Mi ha tradito!”.

“Si può tradire in tanti modi. Tu sei sicura di non averlo mai fatto?”. Mi sembrò di sentire Gesù che diceva: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.  “Fammi restare qui!” la supplicai. “No!” mi rispose, “devi tornare a casa tua e ci devi rimanere anche se non parli. Tu resta lì e vedrai che prima o poi qualcosa succederà”. 

Feci come mi aveva detto. Tornai a casa. Lui era ancora lì. Non si era mosso. Mi aveva tradito, ma ero stata io a lasciare la nostra casa. Inutile dire che una barriera invisibile ci tenne distanti per molto tempo, ma nessuno dei due abbandonò il tetto coniugale, anzi. Tornavamo a casa alla stessa ora di sempre, mangiavamo insieme seduti allo stesso tavolo anche senza parlarci, ma restavamo lì come due eserciti ostinati a non lasciare il campo di battaglia. Il chiarimento arrivò ma dopo svariati mesi. Un giorno comparve sul ciglio della porta della nostra camera da letto come una specie di angelo, “scusa!” mi disse. Avrebbe voluto aggiungere qualche altra cosa, ma non sapeva cosa. Sulle prime non ebbi la forza di perdonarlo. Mi dissi che era impossibile e che non sarei mai riuscita a dimenticare quello che avevo visto. Ma poi qualcosa è cambiato. Quel giorno eravamo stati invitati al battesimo della figlia di mia sorella. Andai alla celebrazione per sbaglio, perché mi ero svegliata più presto del previsto e per lui fu lo stesso. Alla fine della Santa Messa il parroco ricordò che la domenica successiva sarebbe stato possibile rinnovare le promesse nunziali ma per farlo era necessario riconciliarsi con Dio e tra di noi. Ci guardammo l’un l’altro. Uno scatto improvviso interrotto quasi subito per paura che qualcuno se ne accorgesse. Era la nostra opportunità. Quell’invito era per noi. Ne parlammo e il giorno dopo andammo a cercare il sacerdote per confessarci. Ricordo quel momento come l’attimo in cui mi sono sposata di nuovo con lo stesso uomo. Nessuno aveva accolto l’invito del nostro parroco, solo io e lui, in una funzione domenicale dove c’erano tante persone sconosciute e mia nonna seduta in prima fila con il suo abito nero e la doppia fede al dito. Al riparo del tabernacolo lo riconobbi, ogni spettro sembrava lontano, nessun ladro poteva entrare nella terra consacrata del nostro “noi” ora che c’era Gesù a farci da scudo. Abbiamo cambiato il sofà ovviamente ma in compenso il Signore ci ha donato un figlio quando meno lo aspettavamo. Tante le paure e le angosce su come avremmo fatto, ma una sola la certezza: quel bambino era il sigillo di Dio sul nostro amore.

 




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