CORRISPONDENZA FAMILIARE
di don Silvio Longobardi
In attesa di quel Dio che si fa bambino. Anche oggi.
16 Dicembre 2019
A tutti i genitori che vivono il tempo dell’attesa dico: “Non fermatevi alle apparenze, imparate a guardare in profondità per riconoscere che ogni bambino porta nella sua carne il mistero di Dio”.
La parola attesa è sempre carica di speranza e di inquietudine. Quando applichiamo questo vocabolo alla gravidanza siamo soliti aggiungere un aggettivo “dolce attesa”. Il bambino è già venuto, la sua presenza non toglie l’ordinaria trepidazione ma allontana la sofferenza di chi attende senza sapere come e quando il desiderio troverà compimento.
Una volta mi è capitato di chiedere ad una coppia di giovani sposi, in attesa del primo figlio: “Chi attendete?”. La domanda sembrava volta a conoscere se il nascituro era maschio o femmina. Io invece intendevo aprire un altro orizzonte, certamente più luminoso ma anche più impegnativo, volevo aiutarli a leggere nella fede quell’evento che appartiene ai desideri e ai ritmi della vita ordinaria.
Attendiamo un bambino: è una risposta che sazia il cuore ma è ancora povera rispetto al mistero che appartiene ad ogni creatura umana. Se vogliamo andare fino in fondo dobbiamo ripartire da Nazaret e da quella parola che l’angelo ha rivolto a Maria: “Ed ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31-32).
Queste parole non parlano solo di Gesù. Assumendo la condizione umana, Dio si è unito ad ogni uomo, ogni nascita perciò ha un altro sapore, porta con sé un mistero che resta nascosto agli occhi umani. Ogni uomo è fatto di fango, materia che si consuma: questo vedono gli occhi umani. La fede invece annuncia che ogni uomo viene alla luce grazie al soffio di Dio che dà una vita senza fine. Ogni creatura è un misterioso miscuglio di terra e Cielo, polvere e stelle.
Vorrei consegnare questa parola a tutti i genitori che vivono il tempo dell’attesa. Non fermatevi alle apparenze, imparate a guardare in profondità per riconoscere che ogni bambino porta nella sua carne il mistero di Dio. Colui che è grande, si è fatto piccolo per rivestirci della sua grandezza. Chi attendi? No, non ci interessa sapere se è maschio o femmina, è molto più importante prendere coscienza che, attraverso il volto di un bambino fragile e bisognoso di tutto, è Gesù stesso che entra nella nostra vita: “Chi accoglie un bambino, accoglie me” (Mt 18,5).
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Le coppie in attesa sono preoccupate per la salute del bambino che portano in grembo e, con mezzi sempre più sofisticati, cercano di monitorare con attenzione lo sviluppo del nascituro. Vi sono anche quelle che chiedono o ricevono con gioia una benedizione. Un credente va oltre questa semplice e sincera religiosità, chiede uno sguardo più acuto, capace di riconoscere e accogliere il bambino come un raggio della luce divina, una parola nuova che Dio vuole donare all’umanità.
Non basta custodire il bambino, preoccupandosi di dargli tutto ciò che serve per la sua crescita fisica e psicologica. Occorre anche custodire e coltivare la coscienza del mistero. La dimensione affettiva è tanto necessaria quanto radicalmente insufficiente. Occorre alimentare la fede con una preghiera più ardente.
Gli abitanti di Nazaret vedevano il piccolo Gesù crescere come tutti gli altri bambini, non vedevano niente di speciale. Solo Maria e Giuseppe conoscevano la sua vera identità e sapevano che in quel Bambino era racchiuso tutto il mistero di Dio. Quando si fermavano a osservarlo, mentre giocava o dormiva, i loro occhi erano colmi di stupore nel vedere un Dio vestito di umanità. Loro sapevano e perciò attendevano con fede, cercando di capire quando e come l’Onnipotente avrebbe manifestato la sua gloria.
Ai Santi Sposi di Nazaret affidiamo i genitori che vivono l’attesa e quelli che seguono con apprensione il cammino dei figli, specie nei tornanti più delicati della crescita. Maria e Giuseppe insegnano ad essere umili collaboratori di Dio perché la parola che Dio ha scritto nel cuore di ogni figlio possa risplendere. È questa la particolare preghiera che i genitori devono presentare al Signore nei giorni in cui la liturgia accende i riflettori sul mistero di Nazaret.
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