Vita

“Non li volevo i gemelli, volevo solo far felice mia madre” ma poi…

gemelli

di Paola Bonzi

In occasione della Giornata per la Vita, dal Cav della Mangiagalli di Milano la storia di uno dei colloqui di Paola Bonzi, scomparsa nell’agosto scorso e testimone del vangelo della vita. “I miei bambini sono nati e stanno bene: Eleonora e Matteo. Sono bellissimi e noi non sappiamo misurare la nostra gioia. Grazie Paola”.

A casa è ora di cena. Poiché il telefono suona sempre, la raccomandazione dei miei familiari è: «Staccalo, per piacere. Vediamo almeno di riuscire a mangiare in pace». Naturalmente disobbedisco e vengo subito scoperta: il trillo del telefono sembra più imperativo del solito e, con uno “scusate”, mi alzo frettolosamente per andare a prendere la comunicazione.

La voce che risponde al mio “pronto” è di donna: «Buonasera, sicuramente disturbo, ma ho sentito un irrefrenabile bisogno di chiamarla. Chissà se si ricorda di me. Sono Manuela». Vorticosamente nomi, situazioni, ricordi, emozioni, girano a mulinello nella mia testa. Attimi di panico. Devo assolutamente ricordare. Potrebbe restarci troppo male se non dovessi riconoscerla. Finalmente si accende la lampadina. Non oso crederci. «Manuela di qualche anno fa?».

«Sette anni e mezzo fa, per la precisione. Sono stata da lei con mio marito, quella volta, e abbiamo avuto un lungo colloquio. Ero incinta e aspettavo due gemelli». Tensione, tensione, tensione. Quel colloquio è stampato nella mia mente come qualcosa di indelebile. Si trattava di una gravidanza alla ventesima settimana. Manuela e Riccardo, due professionisti, sposati da dieci anni. Manuela non sentiva il bisogno di un figlio. Suo marito, invece, nutriva un grande desiderio di paternità che a tratti emergeva. Anche la madre di Manuela voleva diventare nonna e lo chiedeva insistentemente. Manuela, figlia unica, a un certo punto della vita, si era sentita in dovere di esaudire la sua accorata richiesta. Finalmente si decide per questa nascita che, naturalmente, ora, deve accadere subito. La futura madre si sottopone addirittura a una stimolazione ormonale. Si studia il tempo di ovulazione ed ecco la gravidanza.

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Felicità. Le settimane trascorrono ed è già ora dell’ecografia. Guardano e riguardano. Sì, sono proprio due gemelli. Ancora un po’ di tempo. La mamma di Manuela muore improvvisamente. Dolore. Quasi disperazione e, poi, il rifiuto. «Non voglio questi bambini. Ho cercato la gravidanza solo per assecondare il desiderio di mia madre e, ora, lei non c’è più. Non voglio farli nascere questi figli». Riccardo interviene: «Le ho tentate tutte! Cerco di farle piacere in ogni modo. Ho chiesto un periodo di aspettativa al lavoro. Mi occupo della casa, faccio arrivare i pasti dal ristorante vicino, apro il mio cuore senza ritegno per raccontarle il mio sogno di paternità e le mie emozioni legate ai nostri figli. Tutto è inutile!». Sono assolutamente senza respiro e non trovo parole. I due coniugi discutono. Manuela riesce sempre a tacitare Riccardo: «Perché parli ancora? Che cosa ne sai tu del mio dolore? E delle mie fatiche? Sai bene che ho cercato di rendere felice mia madre, con questa gravidanza. Ora non serve più. Lei è morta, mi ha lasciata sola con questa situazione che mi causa grandissimi disagi. La cosa non ha più senso. Ho la mia carriera e una gran voglia di realizzarmi attraverso il mio lavoro».

Le parole anche cattive si rincorrono. Non si viene a capo di nulla. Riproviamo per l’ennesima volta a ripercorrere strade già sperimentate. Non riesco a dire altro che: «Manuela, la prego, ci pensi ancora un po’. Per la legge 194 è impossibile abortire alla ventesima settimana». «Ho trovato un medico che, sentito il mio grande disagio, si è dichiarato disposto a farmi abortire». Un grande senso di lutto mi prende alla gola. «Manuela – riesco a dire con il terrore nella voce – questi piccoli potrebbero nascere vivi». «Il medico mi ha garantito che ogni cosa è stata presa in considerazione. Ci penserà lui». Non possiedo più parole né voce. La stanza si riempie di una grande tristezza, tristezza dalla quale ciascuno di noi, per motivi diversi, si sente sommerso. Infine, sentendo di aver perso e di ritrovarmi senza nessuna energia, riesco a dire: «Io sono qui e mi piacerebbe tanto rivederla. Sappia che l’aspetterò».

Ho atteso per giorni. Ho sperato in una telefonata, in una richiesta di appuntamento, in un qualunque segnale. Nulla se non l’eco di quella disperazione.

Stasera la telefonata: «Quanto tempo! E che sorpresa!». «Eravamo a cena con tanto di torta con doppie candeline rosa e azzurre: sette per ciascuno e ho sentito forte l’impulso di telefonarle per ringraziarla per conto di tutti noi. I miei bambini sono nati e stanno bene: Eleonora e Matteo. Sono bellissimi e noi non sappiamo misurare la nostra gioia. Mi sono alzata di scatto e ho detto loro che dovevo proprio telefonare a un’amica prima che spegnessero le candeline». Inutile dire la mia commozione. «Sono io che devo ringraziarla, Manuela. Non vi ho mai dimenticati e la sua telefonata è il più grande sorriso alla Vita».




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