CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

A piedi scalzi dinanzi al coniuge, come Mosè dinanzi al roveto…

6 Luglio 2020

matrimonio

In questo periodo molti sposi ricordano con gratitudine il giorno dell’anniversario delle nozze, altri si preparano con trepidazione a celebrarle, malgrado le oggettive difficoltà dell’emergenza sanitaria. Agli uni e agli altri voglio offrire queste parole che recentemente ho scritto ad una coppia di amici per condividere con loro la gioia del matrimonio.

Cari amici,

questo per voi è un giorno santo e desidero condividere la gioia e la gratitudine che, in modo tutto particolare, oggi risplende nel vostro amore e nella vostra casa. Sono passati diciotto anni dal vostro primo , e tanta acqua è passata sotto i ponti, tanti problemi e tante responsabilità, ma la gioia iniziale non è venuta meno, non è stata consumata dagli affanni, anzi è cresciuta perché è stata rivestita di una sempre maggiore consapevolezza della vocazione e della missione che quel giorno avete ricevuto. 

Volendo giocare con i numeri, possiamo dire che questo diciottesimo anniversario vi fa entrare nella maggiore età e v’impegna a fare un salto di qualità, vi chiede di manifestare tutte quelle potenzialità che Dio ha scritto fin dal primo giorno del vostro cammino nuziale. Permettetemi dunque di consegnarvi alcune parole che possono aiutarvi a fare altri e più decisivi passi nel cammino della fede e dell’amore.

Ecco la prima parola: mistero. È un vocabolo che viene usato spesso, specie nelle inchieste giornalistiche, ma ha perso la sua originaria valenza antropologica, eppure è uno di quelli che descrive più efficacemente la condizione umana come una realtà che non può essere compresa e misurata con la sola ragione perché in ogni essere umano c’è un di più, qualcosa che va oltre ciò che si vede e si tocca.

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L’esperienza dell’amore umano è uno dei luoghi dell’esistenza in cui maggiormente s’intravede il mistero, inteso nella sua accezione più bella. È uno spazio umano assai fragile, come ogni altra realtà che appartiene alla Creazione, eppure è possibile percepire in esso la presenza di qualcosa che non può essere semplicemente spiegata attraverso le normali indagini conoscitive. In una società secolarizzata come la nostra, che esalta la scienza e la tecnica, e pretende di spiegare tutto, l’amore umano appare ancora avvolto in un fascino misterioso, come il roveto biblico che arde e non si consuma. Non sono così ingenuo da dimenticare tutti i limiti di una cultura romantica che presenta l’amore solo come uno scambio di sentimenti e lo traduce in un’esperienza sessuale nella quale l’esclusiva ricerca del piacere fisico dissolve ogni mistero.

E tuttavia sono convinto che, malgrado tutto, nell’esperienza affettiva che unisce l’uomo e la donna resta una dimensione misterica che andrebbe salvaguardata e maggiormente espressa. E questo dipende anche dalla testimonianza che ogni singola coppia è capace di dare. Gli sposi cristiani devono acquisire la consapevolezza di essere portatori di un grande mistero e manifestare con coraggio che il loro amore viene da Dio e conduce a Dio, è un’umile e fragile parola che però ha la forza di rendere presente il mistero di quell’amore che veste di gioia la fatica dei giorni.

Veniamo alla seconda parola: Eucaristia. Avete deciso quest’anno di vivere la promessa eucaristica, anche se coinvolge uno solo di voi, questa scelta dà una precisa impronta a tutta la vita coniugale e familiare. Non solo è un impegno coniugale ma anche una significativa testimonianza per le vostre figlie. Questa scelta porterà molti frutti di santità nella comunità domestica. 

Vivere nella luce eucaristica significa rileggere il matrimonio a partire da quest’esperienza che ogni giorno ci permette di incontrare il Signore della vita. Quando ci accostiamo alla Mensa eucaristica, in apparenza siamo noi ad assimilare il pane. In realtà, come spiega Sant’Agostino, è Gesù che ci accoglie e ci assimila a Sé. In questo modo, mangiando il Pane eucaristico noi riceviamo una nuova identità, quella di Cristo. Diventando altro in Lui siamo chiamati a vivere in altro modo.

È la stessa dinamica che avviene nella vita coniugale: ognuno di voi, nella misura in cui accoglie l’altro, diventa altro con lui. Il noi che siete chiamati a costruire ogni giorno non è semplicemente la somma dell’io e del tu ma una realtà radicalmente nuova che si costruisce solo e nella misura in cui ciascuno è disposto a perdere se stesso. Ogni volta che ognuno rivendica il proprio io finisce per chiudersi nella stanza dell’io, rinuncia ad essere altro. L’esperienza dell’alterità è certamente faticosa ma diventa oggettivamente più facile se viene coltivata a partire dall’esperienza eucaristica. Chi impara a inginocchiarsi dinanzi a quel Dio che si fa Pane, impara a riconoscere il mistero di un Dio che si presenta con il volto fragile del proprio coniuge.

In una bella omelia, fine anni ’70, il cardinale Ratzinger, ricorda che all’inizio del secondo millennio i monaci di Cluny, prima di accostarsi alla Comunione Eucaristica, toglievano le calzature, icona del racconto biblico dell’Esodo, quando a Mosè viene intimato di arrivare a piedi scalzi dinanzi al roveto. È una scena bellissima e una suggestiva provocazione coniugale: ognuno si presenta scalzo dinanzi all’altro perché riconosce in lui l’umile segno del Mistero.

Mi sono accostato in punta di piedi e con discrezione ora vi lascio, certo che queste parole possono confermarvi nella fede e, spero, accrescere la consapevolezza della grandezza della vocazione che avete ricevuto. Vi abbraccio, vi saluto e vi assicuro la mia preghiera nella Messa che celebro questa sera. In Cristo, Sposo della Chiesa.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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