Disabilità

La grazia delle persone con disabilità

sedia a rotelle

di Carlo Casini

“In voi l’umanità è nuda. Essa è puro mistero affogato nel mistero stesso di Dio. Voi ci togliete dall’alienazione, perché ci ricordate qual è la condizione umana, che – accecati dal nostro benessere, noi sì alienati ed handicappati nella profondità dello spirito – ci illudiamo possa contare sulla salute e sull’autonomia. Perché noi tutti, o prima o poi saremo come voi. Che importa se per anni o per poco tempo? Il mistero cristiano in voi si fa palese”.

Nota del direttore

Il 23 marzo 2020, il fondatore del Movimento per la Vita, Carlo Casini, all’età di 85 anni varcava la porta del cielo. Il suo impegno a favore dei bambini non ancora nati è certamente un aspetto fondante della sua vita e della testimonianza che ha lasciato al popolo della vita. Per questo è necessario non disperdere i semi di bene e le pagine di impegno e di riflessione che Casini ha lasciato con la sua vita e i suoi scritti. Di seguito proponiamo una lettera che il presidente scrisse al padre Bonfilio, amico e punto di riferimento storico, sul tema della disabilità. 

Caro Padre Bonfilio,

quando lei mi prega di scrivere qualcosa sul giornalino del “Gruppo Amicizia”, mi viene fatto di usare la forma della lettera. Non so perché, ma è un fatto che in questo modo riesco a scrivere in poco tempo. Il pensiero mi viene più fluido e sincero e lei sa bene come il tempo sia per me quanto più mi manca. Questa volta, poi, lei mi ha facilitato molto il compito suggerendomi di parlare di coloro che sono colpiti da handicap e stimolando i miei sentimenti con la foto di un giovane in carrozzella, alle cui spalle un manifesto declama: “Il dono della vita”.

Scrivo in giorni in cui i quotidiani ci informano della proposta di una associazione francese che vorrebbe legalizzare l’uccisione dei bambini con handicap nei primi tre giorni dalla nascita.

Per ora le reazioni sono di sdegno unanime. Naturalmente mi associo alla condanna. Ma non sono così sicuro che alla lunga una proposta del genere non passerà. La logica perversa che la sostiene, infatti, è già divenuta mentalità comune riguardo a quel medesimo bambino, se di lui si parla non nei tre giorni successivi alla nascita, ma nei mesi che la precedono. Anzi, quella logica ha già prodotto frutti ancora peggiori, se mai fosse possibile, della proposta francese.

Infatti, quando il bambino è nel seno materno, ad ucciderlo basta il semplice sospetto di una malformazione, non la certezza di essa.

Sicché lo sterminio diviene di massa, uccide anche i sani pur di non dimenticare l’uccisione di un nascituro disabile o malato! 

Ma non voglio fare filosofia. L’immagine che lei, P. Bonfilio, mi ha mandato è molto concreta. Mi fa venire in mente le tante persone con handicap che ho incontrato nella mia vita. Mi viene voglia di ricordare alcuni di quelli che hanno contato per me “politicamente”, nel senso che hanno stimolato la mia riflessione politica o che io ho incontrato in quanto “politico”.

Ricordo che nel 1981 aprii nel refettorio di Santa Croce la campagna del referendum sull’aborto a Firenze. La sala era gremita e si sentiva la contrapposizione calda e pronta ad esplodere. Appena finito il mio discorso, qualcuno alzò un braccio a scatti, in modo innaturale.

Sandro era in carrozzella e lo vidi allora per la prima volta. Si dimenava tutto e non capivo se quell’alzar di braccio era il segno di un parossismo di crisi o di una volontà di parlare. Lo spinsero verso il microfono e cominciò ad emettere suoni gutturali. Ero imbarazzato temevo la sala. Ma poi frammenti di parole si fecero intellegibili e il pensiero si manifestò vigoroso. Occorreva molta concentrazione per capirlo e la platea si fece silenziosa, tesa.

E nel silenzio Sandro fece cadere il ringraziamento ai suoi genitori per avergli donato la vita e lanciò la sfida: «chi può farsi giudice dalla mia felicita?». E orgogliosamente dichiarò di sentirsi realizzato: era studente di legge. Oggi Sandro si è laureato (il massimo dei voti) con una tesi sulla eutanasia.

La platea tacque. Nessuno volle più parlare. Il convegno si chiuse. La parola definitiva era stata detta.

A Cento, in Emilia, un paio di anni dopo, parlai in una palestra gremita di giovani. Alle mie spalle c’era una fila di persone con disabilità di vario genere. Alla fine mi fermai a parlare con loro. Una giovane donna era stata frantumata da un incidente stradale ed era paralizzata dalla vita in giù. Un bel volto. Cantava gioiosamente. Il marito le era accanto mi raccontò la sua storia, mi espresse la sua vicinanza, mi disse che voleva, nonostante tutto, un figlio. Proprio in questi giorni ho saputo: è madre. È già nato un bel bambino. Mi commossi molto a Roma. Uno dei soliti incontri del Movimento per la Vita. A volte soffro interiormente la stanchezza di dover ripetere le stesse cose, pur essendo profondamente convinto che devo farlo, che c’è bisogno che non mi stanchi. Ma talvolta sono gratificato dalla novità del dibattito e degli incontri. Quella volta un giovane trentenne, cieco dalla nascita, venne al tavolo e volle cantare una canzone composta da lui, musica e parole. Il ritornello, struggente, diceva «vorrei vedere il sole con gli occhi di un bambino». Poi l’intervento: «vedete? – egli disse – mi rendo conto della mia situazione e potete immaginare che cosa provo. Eppure io ringrazio Dio della vita che mi ha dato e delle condizioni in cui vivo. Come potrei altrimenti comporre le mie canzoni?».

Memorie di casi in cui il malato è stato dalla mia parte, ha parlato con me, mi ha confortato, ha messo il suo autorevole sigillo su quello che dicevo.

Altre volte sono stato chiamato a parlare a loro, nelle loro feste, nei loro incontri. Io di fronte a loro. Il momento della verità: che dico a loro? Che diritto ho io di parlare?

Abbastanza recentemente sono stato chiamato ad incontrarmi con loro, venuti da ogni parte, sul sagrato di una chiesa al culmine di una splendida collina toscana. Il sacerdote aveva dato la Benedizione eucaristica e volle che parlassi all’altare, un tavolo davanti alla porta di chiesa, con Gesù-Sacramento ancora vicino. Dio mio – pensai – bisogna essere assolutamente sinceri, umili. Erano lì a semicerchio, giovani e vecchi, donne e uomini. Quelli che capivano e quelli dall’aria assente, le labbra pendule e gli arti in continua agitazione. Accanto gli amici che li avevano accompagnati e qualche splendida mamma. Una vita, con forza e senza clamori, accanto alla carrozzella. Pensavo: sui giornali non ci vanno. Non vanno in Parlamento queste madri, splendide, pensai, facendo l’esame di coscienza e sentendomi piccolo. Scoprii poi che due di queste mamme abitavano con i loro figli non lontano da dove abito io.

Chi le aveva mai viste? Chi ne aveva mai parlato? Sommessamente mi espressero la loro comune preoccupazione: «quando noi non ci saremo più, chi penserà ai nostri figli?». La solita domanda. Ma quando te la senti fare dal vivo, con tono sommesso di chi non chiede nulla, di chi, in fondo, è contenta di stare accanto a quel figlio, fai fatica a non far trasparire la commozione.

Di fronte all’altare dissi tutto quello che in verità pensavo, cercando di tradurlo in parole comprensibile a tutti. “Ecce homo”. Voi siete l’uomo. In voi, proprio perché siete piagati, legati, incapaci, dipendenti, dolenti, risplende più che in me, più che negli altri, la dignità dell’uomo. Che cosa ci vuole a riconoscere questa dignità in chi è sano giovane, bello, magari ricco? È fin troppo facile. Anzi c’è il rischio che non l’uomo risplenda, ma la giovinezza, la salute, la bellezza, la ricchezza. “Ecce homo”. In voi l’umanità è nuda. Essa è puro mistero affogato nel mistero stesso di Dio. Voi ci togliete dall’alienazione, perché ci ricordate qual è la condizione umana, che – accecati dal nostro benessere, noi sì alienati ed handicappati nella profondità dello spirito – ci illudiamo possa contare sulla salute e sull’ autonomia. Perché noi tutti, o prima o poi saremo come voi. Che importa se per anni o per poco tempo? Il mistero cristiano in voi si fa palese. O la croce di Cristo o l’angoscia della solitudine egoista e violenta in un mondo determinato dalla morte. O la croce di Cristo o il terrore del male infinito.

Dio vi ama teneramente: questo voi lo sapete e a Lui vi affidate. Chi sa chi dovete salvare! Io sono qui che vi parlo e corro a destra e a sinistra e mi preoccupo se in questa “civiltà dell’informazione” le cose che faccio non sono conosciute e non sembra che cambino qualcosa.

Quanto più efficace, quanto più benefica spinta di cambiamento cotesta vostra immobilità in carrozzella, cotesta vostra inutilità offerta insieme a Gesù qui tra noi!

Mi ricordo ancora il nostro amico Diego. Ho già scritto di lui su “L’amicizia”. Una giovane vita di padre e di sposo piegata e legata per anni e anni in una carrozzella. Morì alla fine come una candela che si spegne, consumandosi poco a poco nei movimenti, nello sguardo, nella voce, con i dolori sempre più forti. Alla fine, l’ultima volta che ci parlammo, quando non si trovavano più parole che non fossero vere, glielo dissi e fu come una liberazione: chissà chi devi salvare!

Ecco padre. Ho raccontato un po’ così, a caso. Ma mi pare, che, in fondo, un filo logico ci sia e che ci sia anche una indicazione “politica”. Adesso fanno i bambini in provetta e li selezionano, o almeno vorrebbero: maschio o femmina, occhi blu, mente da premio Nobel. E guardiamoli al microscopio prima di nasconderli nel caldo del senso materno: se sembrano venuti male, si buttano. Comunque c’è sempre l’aborto (no – ho usato un linguaggio provocatorio e terrorizzante – l’I.V.G.): facciamo l’analisi prenatale e se vi è il minimo sospetto di handicap impediamo la nascita. Un bambino si può sempre rifare con facilità. Oggi combattiamo le malattie combattendo il malato: forse tra poco la malattia mediterranea non ci sarà più perché tutti i bambini che potrebbero essere portatori di questa anemia di origine mediterranea vengono o verranno abortiti.

No, non c’è posto per i malati e i disabili in questa società. Fa paura. Certo, quando è grande è brutto e sgradevole farlo fuori.

Anzi, mai come ora si cerca di fare leggi per aiutare i portatori di handicap e di abbattere le barriere architettoniche, etc. etc. Ma che contraddizione! Chi è colpito dalla malattia o dalla disabilità ci tira fuori dall’allucinazione in cui ci stordiamo. Meglio non vederlo. Che non cresca. Che non diventi grande. Ecco la proposta francese. Criticata in Europa. Ma in America c’è subito chi l’ha ripresa: perché un termine di soli tre giorni? Proponiamo un più lungo periodo di osservazione: un mese. Poi c’è l’eutanasia per i vecchi e i malati incurabili. “Per il loro bene” naturalmente. Per la “dignità della persona” naturalmente. Veramente, padre, siamo ad uno spartiacque. Io mi vado sempre più convincendo che ha ragione Dostoevskij: senza Dio tutto è possibile. Io aggiungo: perché tutto perde significato. Il dolore, la sofferenza, l’handicap, la malattia sono la zona franca di Dio: dategli un senso senza di Lui, se vi riesce. Cancellate un Amore infinito che regge il mondo e dite di chi potete fidarvi.

Così, caro padre Bonfilio, mentre il mio viaggio in treno da Roma a Firenze, che mi dà il tempo di scriverle, giunge nella zona dopo Arezzo dove la ferrovia, rimasta ancora quella vecchia, con i suoi scuotimenti e le sue curve, impedisce di dominare bene la penna, io termino la riflessione che lei mi ha suggerito. Non so se sarà utile agli amici lettori. Almeno, per me lo è stato. La vita è un dono, certo. Sempre, certo. Purché ci sia un Donatore che si chiama Amore (“Deus caritas est”) e purché egli ci prenda per mano condividendo fino in fondo la nostra condizione di fronte al mistero del male piantando di fronte a noi la sua croce.

Carlo Casini

Fonte: “Gruppo Amicizia”, anno 12, n. 109, dicembre 1987.




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