Arte

La poesia ci insegna verità che altrimenti rimarrebbero nascoste

poesia

di Gianni Mussini

Spesso ci si chiede a che serva veramente la letteratura e, in particolare, la poesia. Molte le risposte possibili ma spesso si trascura quella più vera e profonda: la poesia, come tutta l’arte, è necessaria perché strumento di conoscenza.

Tutti ricordano Il sabato del villaggio e la Quiete dopo la tempesta, forse i più popolari tra gli idilli leopardiani. Descrivono e anzi rappresentano, fanno vedere, due precisi momenti della vita di un paese italiano agli inizi dell’Ottocento. 

Nella prima di queste poesie rimane subito impressa la donzelletta che all’imbrunire viene dalla campagna con i suoi svelti passetti che trepidano al pensiero della festa domenicale, quando potrà usare il «mazzolin di rose e viole» per farsi bella agli occhi dei compagni. Con lei compaiono sulla scena altri personaggi di quel mondo: la vecchierella che siede sulla scala di casa (oggi la ritrovate proprio di fronte a palazzo Leopardi, a Recanati) e ricorda con lieta nostalgia quando toccava a lei divertirsi con i compagni; i fanciulli che giocano allegramente sulla piazzetta facendo un «lieto romore»; quindi il contadino che torna fischiettando alla «sua parca mensa»; e finalmente il falegname che, quando ormai tutto tace, «si affretta e si adopra» nella sua bottega, con il suo martello che picchia instancabile, per finire il lavoro e godere a sua volta, l’indomani, il meritato riposo domenicale. Personaggi vivi, indelebili nella memoria insieme ai suoni che suscitano: non manca neppure la squilla dell’Avemaria che segnala la promessa della «festa che viene». Ma Leopardi pensa anche a offrirci pennellate di colore, l’aria che imbruna, le ombre che scivolano dai tetti «al biancheggiar della recente luna» sino a quel verso semplice e sublime che potrebbe essere scritto da un angelo come da un bambino: «Torna azzurro il sereno». È la semplicità della grande poesia. Così semplice e bella che non ci accorgiamo neanche essere scritta in un italiano aulico, ispirandosi Leopardi ai modelli tradizionali: ecco allora parole come speme, garzoncello, zappatore, crine e via dicendo; ed ecco espressioni come «onde siccome suole» oppure «riede alla sua parca mensa».

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Le stesse famose «rose e viole» del mazzolino della donzelletta sono fiori di carta, vengono dalla tradizione lirica italiana, da Petrarca in poi, che tendeva a sublimare la realtà anziché dichiararla realisticamente. Lo notava un grande lettore di Leopardi come il ‘collega’ Giovanni Pascoli, in un famoso discorso in cui individuava anche la chiave di lettura acustica e visiva di questa poesia:

Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l’arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge […]. Ora il Leopardi questo «mazzolin di rose e di viole» non lo vide quella sera: vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del fascio dell’erba, quale stagione era quella dell’anno […]. E io sentiva che, in poesia così nuova, il poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla poesia italiana anteriore a lui: l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli.

Naturalmente si tratta di due diverse concezioni poetiche ma, attraverso la sua, Pascoli ci permette di capire uno dei segreti che animano quella di Leopardi. 

Il tema del Sabato del villaggio è la felicità o, meglio, l’impossibilità di essere felici. Tutti appaiono lieti ma, quando arriva finalmente la festa, rimane in bocca un senso di insoddisfazione: la grande speranza di gioia non si è veramente realizzata e la domenica non porterà che «tristezza e noia», mentre ciascuno ricomincerà a pensare al lunedì, inizio di nuove fatiche. 

Eccesso di pessimismo? Al contrario, si tratta di una considerazione lucidissima, perché la vera felicità o è infinita o non è, come sappiamo bene noi cristiani, a cui è comunque riservata la gioia di godere del momento, il nunc dell’Ave Maria in cui si gioca il nostro destino. E di questi nunc nella sua poesia Leopardi ce ne fa godere davvero molti. La felicità della donzelletta e della vecchierella rimane in eterno proprio grazie alla rappresentazione del poeta, che ne viene per così dire redento. Per questo il sacerdote scrittore Cesare Angelini, che in questa rubrica è già stato ricordato, parlava di un «sereno in Leopardi» capace di redimere la radicalità del suo pessimismo: se quei momenti belli sono esistiti o anche solo sono stati pensati, allora sono per sempre, mentre una scia di consolazione ha pure attraversato la sua vita, rendendola non inutile, ma anzi necessaria. Come a dire che l’amore non è mai sprecato, anche quando – il caso di Leopardi con le proprie poesie – è accolto con scetticismo o addirittura nichilismo. 

Qualcosa di analogo si può dire per l’altra poesia ricordata, La quiete dopo la tempesta, in cui il tema della felicità è però declinato specularmente a quello del Sabato: la felicità non è nell’attesa ma nello scampato pericolo. Anche qui troviamo quella poetica del «vedere e udire» ben colta da Pascoli, e troviamo un linguaggio aulico che pare però fresco e moderno. Così si vedono augelli che fanno festa in un piccolo tripudio di suoni; e poi le donne del paese colte nell’atto di raccogliere l’acqua piovana (mia madre mi raccontava di aver fatto lo stesso nel borgo dell’Oltrepò pavese in cui era nata nel 1919); e l’artigiano e l’erbaiuol che cantano e fischiettano, e la servitù che spalanca i battenti di finestre e balconi; e il passegger che riprende il cammino nel suo carro, tra un «tintinnio di sonagli». 

Come si vede, tutto si rianima di suoni, ma naturalmente anche di colori: il sereno che si fa largo tra i monti; il fiume che scorre «chiaro nella valle»; il sole che «sorride per li poggi e le ville», e così via. Sarebbe anche bello cercare, in questa lirica come anche nel Sabato, la fitta partitura fonica di consonanti e vocali che assecondano e ‘mimano’ la situazione: ma lascio al lettore il piacere di farlo per conto suo, recuperando i testi dai libri di scuola o dalla pagina web :https://www.giacomoleopardi.it/giacomo-leopardi/opere/

Mi interessa però proporre un’ultima riflessione. Spesso ci si chiede – magari anche senza confessarlo – a che serva veramente la letteratura e, in particolare, la poesia. Molte le risposte possibili, da quelle in chiave strettamente didattica (si impara la lingua, la storia) a quelle più esistenziali (leggere consola, aiuta a vivere meglio). Ma spesso si trascura la risposta più vera e profonda: la poesia, come tutta l’arte, è necessaria perché ci insegna verità che altrimenti rimarrebbero nascoste. È dunque, oltre al resto che si è detto, nientemeno che uno strumento di conoscenza. Attraverso il Sabato e la Quiete di Leopardi abbiamo due squarci da cui emerge in tutta la sua verità la vicenda della civiltà contadina, che sarà travolta dall’industrializzazione e dall’irruzione della modernità. È vero che non mancano saggi e documenti storici in cui quella civiltà è spiegata e raccontata con tanto di dati, cifre, grafici… Ma è anche vero che nulla può restituircela in modo altrettanto vero come appunto certe poesie, di Leopardi o altri; certi dipinti (penso a Fattori o Segantini); certi film (uno per tutti: L’albero degli zoccoli di Olmi).

Ecco perché l’arte è necessaria. E lo è sin dalla preistoria quando per esempio l’uomo di Cro Magnon sentiva il bisogno di disegnare sulle pareti delle caverne in cui abitava le sue mirabolanti incisioni. Era un artista, non meno dei grandi che ho citato, perché rivelava per segni la verità profonda della sua vita.




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