2 settembre 2020

2 Settembre 2020

Gli occhi pieni di lacrime di una madre

di Giovanna Abbagnara

Verona – Francesca stringe tra le mani una foto di Nina, sua figlia, nata l’11 aprile 2019 e morta nel novembre dello stesso anno per un terribile batterio contratto nel reparto interno di Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento. Il citrobacter era annidato nel rubinetto del lavandino utilizzato dal personale per accudire i neonati. Insieme a Nina, in due anni, ci sono state altre tre vittime: Leonardo a fine 2018, Tommaso a marzo di quest’anno e Alice il 16 agosto scorso, lasciandone cerebrolesi nove e colpendone in tutto 96. Dopo la denuncia della donna, il direttore generale della Sanità del Veneto, Domenico Mantoan, ha nominato una commissione di verifica che il 17 giugno scorso ha depositato una relazione in Regione attestando che il rubinetto del lavandino interno al reparto, sotto indagine anche della Procura di Verona, era letteralmente «colonizzato» dal batterio killer ma anche da altri batteri. Un focolaio di infezioni praticamente. Pochi sanno forse che come emerso dal rapporto Osservasalute 2018, sono stati 49.300 i decessi per infezioni ospedaliere in Italia, un numero inaccettabile e di cui pochi danno notizia.

Tornando a Verona, da dove è arrivato il batterio? Secondo le verifiche degli esperti, è giunto lì dall’esterno, probabilmente a causa del mancato o parziale rispetto delle rigide misure d’igiene imposte al personale nei reparti ad alto rischio, come il lavaggio frequente delle mani, il cambio dei guanti a ogni cambio di paziente o funzione, l’utilizzo di sovrascarpe, sovracamici, calzari e mascherina. Davvero assurdo pensare a tutto questo dopo che per il coronavirus anche la mia vicina ultranovantenne e mio nipote di cinque anni sa che bisogna lavarsi le mani e disinfettare la mascherina ogni giorno! Il vaso di pandora a Verona è stato aperto grazie a Francesca Frezza, la mamma di Nina, la prima a denunciare l’accaduto e a far scoppiare il caso. Una mamma che non si è rassegnata alla morte della figlia e che ancora oggi mentre la guardo nel video di intervista al Corriere del Veneto, nonostante la mascherina, mostra un dolore acuto e profondo negli occhi. Perdere un figlio per una malattia è terribile ma perderlo per l’inefficienza e la trascuratezza di altri è inammissibile. La superficialità e la mancanza di igiene si è poi sposata con l’inefficienza del trattamento e l’accanimento terapeutico nei confronti della piccola. È sempre Francesca, che tra l’altro è biologa e conosce il mondo dei batteri: «La mia Nina ha sofferto in modo indicibile. Il citrobacter si è preso di lei tutto quello che ha potuto. E loro l’hanno intubata, volevano operarla, non hanno mai usato cure compassionevoli, nessuna terapia del dolore. Una sera, prima di portarla via da lì, sono uscita a camminare per un’ora sotto la pioggia per calmarmi. La piccola era al limite delle forze. Poi finalmente sono riuscita a portarla via, al Gaslini di Genova. Ha passato i suoi ultimi giorni in un hospice, serena. Se n’è andata senza urlare di dolore».

Ieri martedì 1 settembre il reparto è stato riaperto dopo la sanificazione. Si torna a nascere a Verona. Ma per Francesca quel luogo sarà per sempre legato al dolore dei suoi mesi al capezzale di Nina. “Ho voluto raccontare la mia vicenda non per avere giustizia, in questo confido pienamente nella procura di Verona, ho chiesto ascolto affinché da questa tragedia avvenga il cambiamento, perché non succeda più e per lanciare un messaggio che in Italia le cure Palliative esistono e tutti i bimbi malati e inguaribili sono un bene prezioso della società, vanno tutelati e rispettati come persone e come individui”. Una mamma comprende le altre mamme e lotta per i propri figli e i figli delle altre. È così che può cambiare il mondo, grazie al coraggio delle madri. Proviamo ad ascoltarle un po’ di più.


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