CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

Chi alimenta la cultura dell’odio?

14 Settembre 2020

Fino a quando l’aborto sarà pensato come un diritto da difendere ad ogni costo, non possiamo sperare in un futuro migliore. La cecità ideologica impedisce di capire il dramma dell’aborto e le conseguenze che tutto questo genera nel cuore dell’uomo e nel tessuto sociale. L’aborto è una delle espressioni di quell’odio che attraverso la vita sociale.

Siamo tutti contro la violenza. Ci mancherebbe. Ogni forma di violenza offende la dignità della persona e offende Colui che ha dato la vita. Non è solo un reato ma una bestemmia. I mezzi di informazione fanno a gara nel rappresentare lo sdegno della società civile contro gli assassini del giovane Willy. E fanno bene. Farebbero ancora meglio se avessero il coraggio di allargare l’orizzonte per denunciare con la stessa fermezza tutte le offese rivolte alla persona umana. A cominciare dalla stupida e insensata violenza che ci accanisce contro i bambini che sono accucciati nel grembo della madre. 

La nostra società ama presentarsi come l’epoca in cui i diritti fondamentali della persona sono stati finalmente riconosciuti a tutti. In realtà, si tratta di diritti scritti sulla carta ma tante volte vengono impunemente calpestati. Personalmente dubito assai sulla sincerità delle intenzioni di bene che vengono proclamate a parole e scritte sulla carta. I documenti impegnano a creare una società del dialogo e dell’integrazione, dell’accoglienza e della convivenza. La realtà è ben diversa. 

Non sono sorpreso dai limiti e dagli sbagli. Gli errori, anche quelli macroscopici, accompagnano la vicenda umana, sono la cifra della nostra radicale imperfezione. Ma la storia del nostro tempo è ben più grave perché è segnata dagli orrori. Basta pensare agli orrori della rivoluzione francese e a quelli legati alla rivoluzione comunista. Il terrorismo islamico, che oggi imperversa nel mondo (e di cui non si parla più perché riguarda in gran parte i Paesi africani) non ha niente da insegnare, semmai è l’oggettivo prolungamento della stessa mentalità che riconosce la piena libertà solo a chi accetta di sottomettersi al potere. 

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La nostra è l’epoca dei genocidi: il Novecento inizia con la strage dei cristiani armeni in Turchia (1915-1918), prosegue con lo sterminio degli ebrei (1941-1945) e trova il suo sigillo con la guerra civile in Ruanda tra hutu e tutsi (1994). Solo per citare gli eventi più drammatici. È l’epoca delle grandi guerre mondiali, mai così crudeli, mai con tante vittime. Ed è anche l’epoca che nel 2014 Papa Francesco qualificava così: “Oggi siamo in un mondo in guerra, dappertutto! Siamo nella terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi, a capitoli”. In effetti vi sono ovunque conflitti bellici locali che fanno danni gravissimi e irreparabili. 

L’ostilità e la contrapposizione sono il pane quotidiano della società civile. Il male attraversa i giorni dell’esistenza, sembra aver messo radici nel cuore stesso dell’uomo. Solo così ci spieghiamo le grandi tragedie e i gesti isolati della violenza gratuita. Un male che sempre più spaventa l’uomo comune, come appare in una recente inchiesta di Franco Garelli sulla religiosità in Italia. 

In questa cornice assai negativa, intreccio perverso di luci e ombre, c’è un capitolo a parte, una realtà difficile da comprendere: è l’accanimento contro i bambini non ancora nati. Parlo a ragione di accanimento perché tocca tanto l’ambito sociale e culturale, quanto quello legislativo. Questi vengono condannati a morte per il solo motivo che danno fastidio, sono stati concepiti in un momento sbagliato, coloro che li hanno generati ritengono di non avere la possibilità di prendersi cura di loro; o semplicemente non hanno la voglia di farlo perché in quel momento l’agenda della vita contempla altre priorità, altri obiettivi. 

Anche questo è un male, appartiene alla biografia del male che imperversa ovunque. Un male ancora più drammatico degli altri perché non viene riconosciuto come tale né viene combattuto, anzi viene pacificamente accettato nella società ed esaltato come un diritto. Uccidere qualcuno è diventato un diritto! È facile oggi parlare a favore delle categorie più deboli, tanti difendono il diritto dei migranti ad avere un futuro migliore, tanti altri manifestano contro il razzismo, aumentano le iniziative di solidarietà. Eppure quando si tratta di questi piccoli esseri innocenti, non c’è voce che li difende e quelli che tentano di farlo sono messi al bando, emarginati come persone socialmente pericolose. 

Fino a quando l’aborto sarà pensato come un diritto da difendere ad ogni costo, non possiamo sperare in un futuro migliore. La cecità ideologica impedisce di capire il dramma dell’aborto e le conseguenze che tutto questo genera nel cuore dell’uomo e nel tessuto sociale. L’aborto è una delle espressioni di quell’odio che attraverso la vita sociale. La forma più grave perché è rivolto contro i più piccoli. Questo accanimento non ha alcuna ragione. A me sembra uno dei segni più evidenti della presenza diabolica perché solo una mente malvagia e radicalmente avvolta dal male può pensare di risolvere i problemi della donna, eliminando il figlio che porta in grembo. 

“Il cielo non è caduto su di noi”: mi disse mons. Nabil Hage Chucrallah, arcivescovo maronita di Tiro (Libano). Eravamo nel 2006, all’indomani della guerra con Israele che aveva lasciato vittime e rovine nel Paese dei cedri. Voglio custodire questa speranza e dire che, malgrado tutto quello che avviene, noi siamo figli della resurrezione e crediamo che la luce che Dio ha seminato nel cuore dell’uomo non può essere soffocata. Ma sappiamo anche che la vera rivoluzione dell’umanità richiede gente pronta a soffrire e a lottare per il bene, pronta a dare la vita. E noi speriamo di essere tra questi.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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