CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

“L’omosessualità è un peccato”: lo dice Fatima Daas, musulmana e lesbica

21 Settembre 2020

Fatima Daas

Le parole di questa giovane scrittrice invitano il mondo cattolico a interrogarsi sulla difficoltà al confronto su un tema così fondamentale della dottrina della Chiesa. Qualche domanda è il caso di porci.

Il titolo è rigorosamente virgolettato. Queste parole non provengono dagli ambienti del cattolicesimo più tradizionale, quello che non accetta di fare pace con i dogmi della modernità. Sono state recentemente pronunciate, in un’intervista rilasciata a France Inter, da Fatima Daas, una giovane scrittrice, nata in Francia 25 anni fa da genitori algerini, musulmana. 

Invitata a parlare del suo primo romanzo – La petite dernière – in cui racconta la vicenda di una giovane adolescente che sperimenta sulla sua pelle la fatica di vivere e di armonizzare le diverse e contrastanti esigenze, ha detto testualmente: “L’omosessualità è un peccato”. Il romanzo è una sorta di autoritratto, l’autrice infatti non nasconde le sue inclinazioni sessuali. “Lei dunque si ritiene una peccatrice?”, ha chiesto la giornalista, evidentemente sorpresa di quell’affermazione così tranchant. “Certo, sono una peccatrice”, ha risposto senza titubanze la giovane scrittrice. Ed ha aggiunto di non avere nessun titolo per dire cosa è peccato e cosa non lo è; e di non avere alcuna voglia di riformare la religione (l’islam in questo caso). Si limita a raccontare le contraddizioni e le imperfezioni che dimorano nella condizione umana. 

Non so quali reazioni ha suscitato nella comunità musulmana francese e non so neppure se la sua affermazione è stata impugnata dal mondo LGBT come omofoba. Tale dovrebbe essere, stando ai criteri oggi in voga. In fondo, dichiarare che l’omosessualità è un peccato significa riconoscere che questo comportamento non è rispettoso delle leggi di Dio e dunque non corrisponde alla verità della persona. Quel che posso dire con certezza è che una dichiarazione come questa è assai difficile trovarla nel mondo cattolico che conta. Nessun cattolico oggi si azzarda a dire in pubblico queste cose. Fanno parte del samizdat, cioè di quelle pubblicazioni che, ai tempi del brutale regime sovietico, i dissidenti russi facevano passare in gran segreto tra gli amici. 

Fatima Daas afferma la sua omosessualità senza pretendere che un’istituzione secolare come l’islam possa modificare le sue opinioni. Senza quell’arroganza che spesso incontriamo tra quei cattolici che pretendono dalla Chiesa un radicale e repentino cambiamento della prospettiva etica. La giovane francese parla con onestà. Nella comunità ecclesiale, invece, oggi prevale un silenzio che non rispetta la verità ricevuta dalla Tradizione e codificata nei testi più autorevoli del Magistero. Senza parlare di quei cattolici che si dichiarano apertamente favorevoli e presentano l’omosessualità non solo come un comportamento assolutamente corretto dal punto di vista etico ma anche pienamente conforme al dettato biblico. E non si rendono conto che una tale opinione contrasta con una storia bimillenaria e con i testi dell’attuale Magistero. Parlo dei documenti scritti e approvati, non delle frasi gettate al vento dei media o delle opinioni personali di teologi e vescovi. 

All’interno del mondo cattolico nessuno oggi si assume l’onere di dire che l’omosessualità è un peccato. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro a questo riguardo (nn. 2357-2359), dice che gli atti omosessuali sono “intrinsecamente disordinati” e “in nessun caso possono essere approvati”. Ed afferma che anche “inclinazione è oggettivamente disordinata”. Il documento si premura di precisare che non si tratta di affermazioni emotive ma di una dottrina fondata sulla Scrittura e sulla Tradizione. 

Una dottrina chiara. Vogliamo cambiarla? È possibile! Il Papa ha l’autorità di farlo. Ma non possiamo cambiare noi la dottrina, vivere e fare come se non ci fosse una chiara indicazione antropologica ed etica. A meno di non alimentare la confusione che rappresenta da sempre il grembo della menzogna e il mercato preferito dal maligno. 

È quasi inutile ribadire – ma sono costretto a farlo dal clima culturale in cui viviamo – che dichiarare eticamente disordinata l’omosessualità non significa affatto condannare le persone che presentano questo orientamento. Dio ci ama tutti come suoi figli e ci ama malgrado tutto ciò che facciamo. Ama anche i peccatori, ama quelli che hanno voltato le spalle, ama quelli che si sono macchiati di crimini. Ama tutti ma non approva tutto. Vorrei solo un po’ di chiarezza. Non mi pare che sia una pretesa ma una necessità del cuore umano, assetato di verità.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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3 risposte su ““L’omosessualità è un peccato”: lo dice Fatima Daas, musulmana e lesbica”

Grazie Don Silvio per la tua parresia, coraggiosa e sapiente schiettezza con cui da pastore buono annunci la verità. Quando ci ricordi che la confusione “rappresenta da sempre il grembo della menzogna e il mercato preferito dal maligno”, mi torna in mente una frase severa che Flora Gualdani sta gridando ai quattro venti ormai da qualche anno: “…se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione”.

Grazie di questo articolo che, mi sembra di capire, intende soprattutto porre la domanda su questo silenzio, non tanto dare risposte.

Che vi sia un gran silenzio (e piccolo assenso) su tutta la questione sessuale mi sembra innegabile.

E se si balbetta su contraccezione e sesso extraconiugale, figuriamoci se si può dire qualcosa con serenità e chiarezza sulla omosessualità.

Per cui effettivamente diventa sempre più arduo colmare la distanza tra l’insegnamento (scritto) della Chiesa e la mentalità comune dei fedeli.

Ma se non ne parliamo, e nel modo giusto, come potremo crescere e migliorare come comunità ecclesiale?

Magari però una declaratio terminorum avrebbe giovato, ad esempio citando il catechismo (n. 2357): “L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso”.

Magari per don Silvio questa definizione è scontata, ma molti invece intendono omosessualità come sinonimo di attrazione (tendenza) omosessuale.

Quindi stando al catechismo, l’omosessualità è un peccato; mentre la tendenza omosessuale è “oggettivamente disordinata” e “costituisce una prova”.

E ancora a rigore di logica, sempre ricordando che omosessuale è un aggettivo (a differenza di maschio e femmina che sono sostantivi), dovremmo definire omosessuale chi ha relazioni omosessuali in forza di questa inclinazione, e che quindi è peccatore in questo; e non chi semplicemente sperimenta l’inclinazione vivendola come una prova.

Tuttavia già questa distinzione, che sarebbe la base di partenza, temo che sia piuttosto impopolare.

Ma è solo così che si può comprendere il peso del verbo usato quando in conclusione si dice che “Dio ci ama malgrado tutto ciò che facciamo”.

Infatti il peccato è in “pensieri, parole, opere e omissioni”, in ciò che facciamo o omettiamo di fare quando dovremmo; non sta nelle inclinazioni o nelle tendenze.

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