Educazione

di Miriam Incurvati, psicologa

Dopo il suicidio del bambino di 11 anni chiediamoci: che cos’è una challenge?

15 Ottobre 2020

Dopo il caso del ragazzino di Napoli, morto suicida probabilmente a causa di una sfida online, molti genitori si domandano come proteggere gli adolescenti? La prima regola è conoscere il loro linguaggio…

Per stare al passo con i tempi bisogna rimanere aggiornati. Se hai un figlio adolescente devi conoscere almeno un po’ il suo linguaggio. Il gergo adolescenziale, infatti, è una vera e propria miniera d’oro, ci apre al mondo dei giovani. Conoscere parole e significati schiude uno spiraglio di possibile condivisione: hashtag, meme, challenge per fare solo qualche esempio.

Oggi dedicheremo particolare attenzione a quest’ultimo termine. Challenge significa sfida, in ambito sportivo si indicano le gare con premiazione finale. Se riferito invece, al contesto adolescenziale, si declina come una serie di competizioni tra amici reali e/o digitali. Un fenomeno certamente non nuovo. Da sempre, i ragazzi del muretto piuttosto che le compagnie a scuola, organizzano rivalità di vario genere con benefici in termini di piacere, passatempo e spirito di aggregazione. Questo dato temporale dimostra come evidentemente simili attività rispondano a bisogni di base, come quello relazionale, di mettersi alla prova e di superate il limite. Pertanto, attribuiamo un valore neutro, anzi quasi positivo, a giochi di questo tipo.

Eppure l’ambiente nel quale avvengono simili dinamiche oggi, ha caratteristiche totalmente nuove rispetto al passato. Il digitale non solo supera i confini di spazio e tempo, che prima erano circoscritti alla piazzetta o alla classe, ma mette anche in contatto svariate tipologie di persone guidate da diversi intenti. Inoltre, a volte, il desiderio di superare il limite è legato ad un alto rischio per la salute. “Sebbene nel corso dell’adolescenza si verifichi un miglioramento nella maggior parte degli aspetti misurabili della vita – per esempio, la forza fisica, la funzione immunitaria, la resistenza al caldo e al freddo, e la velocità e prontezza di reazione -, il rischio di morire o riportare ferite gravi è tre volte più elevato in questa fase della vita di quanto non sia durante l’infanzia e l’età adulta. Questo aumento del rischio non è dovuto al caso: secondo gli scienziati, è collegato ai cambiamenti geneticamente determinati che avvengono a livello cerebrale in questi anni”. Siegel, in un libro interessantissimo titolato “La mente adolescente”, evidenzia il cambiamento cerebrale nei termini di un’evoluzione potenziale in autonomia, maturità, costruzione creativa della propria identità. Eppure non tralascia di mettere in guardia da inquietanti pericoli. Rimando al testo per una lettura più approfondita.

In questo ambito mi preme invece, riflettere su una questione: è possibile assecondare la voglia di sperimentazione di un adolescente, riducendo però al minimo il rischio di danni permanenti? Abbiamo visto come le challenge abbiano molti risvolti positivi. Eppure esistono sul digitale, così come nel reale, situazioni pericolose, ambienti devianti, personaggi capaci di manipolare.

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Penso al recente dramma avvenuto al ragazzino di Napoli. Nell’ultimo messaggio inviato alla madre, oltre a scusarsi per quello che avrebbe fatto di lì a poco, e a dichiarare il proprio amore per la famiglia, il bambino ha fatto riferimento a qualcuno che in qualche modo lo avrebbe spinto al suicidio: “Ti amo ma ora ho un uomo incappucciato davanti e non ho tempo”. Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi che il bambino sia stato contattato da “Jonathan Galindo”, ovvero il protagonista di una delle leggende che girano su Internet. Il personaggio in questione, rappresentato da un uomo con una maschera spaventosa di Pippo della Disney, proporrebbe agli adolescenti, dopo averli adescati sui social, di giocare a una challenge mortale. Una sorta di perverso gioco in cui la vittima è chiamata a superare una serie di prove che prevedono atti di autolesionismo e, alla fine, anche la morte. È sotto indagine l’esistenza reale di una simile challenge, ma in generale, è ormai noto che in rete ci siano siti di tale portata.

Al di là delle situazioni più drammatiche, uno dei pericoli più alti, a mio avviso, rimane comunque che i piccoli fruitori possano rimanere scioccati, sconvolti se non addirittura traumatizzati da ciò a cui sono esposti. 

Certamente non è utile un atteggiamento che demonizza o cerca di escludere totalmente la tecnologia dalla vita dei figli. Si tratterebbe di un approccio non applicabile alla quotidianità, che invece richiede sempre più la mediazione tecnologica (la didattica a distanza ne è una chiara rappresentazione). Ma soprattutto, un simile approccio è incapace di attrezzare le giovani generazioni ad uso consapevole. Diventa sempre più fondamentale, allora, l’azione di vigilanza e guida degli adulti di riferimento. La rete è una miniera di informazioni e stimoli. Eppure è strutturata anche in tranelli e pericolosi inganni.

La rete è un habitat totalmente nuovo. Manderesti tuo figlio in un bosco alle 23:00, a raccogliere more? Penso proprio che anche il genitore più distratto, occupato o debole avrebbe delle remore a lasciar andare il proprio figlio. Daresti mai una Ferrari a tuo figlio neopatentato, o addirittura con la sola patente per il motorino? Penso proprio di no. Dobbiamo quindi affrontare la cosa, informarci ed informare (vi suggerisco in merito famiglie digitali, la rubrica di progetto Pioneer o tante altre realtà che si occupano di formazione specifica sull’argomento), fornire adeguate norme d’uso. Di seguito ne indico alcune:

  • usare filtri per proteggere da siti hot
  • controllare la cronologia
  • disporre i dispositivi digitali in ambienti comuni della casa in modo da poter essere oggetto di controllo da parte degli adulti
  • definire dei tempi fissi per l’uso delle tecnologie
  • organizzare il tempo della giornata equilibrando quello dedicato al virtuale e quello al reale
  • lasciare sempre aperto il dialogo su ciò che si vede in rete in modo da favorire lo sviluppo del senso critico.

Queste sono solo alcune delle indicazioni da poter dare. Educare è possibile, è un nostro dovere, è un diritto dei nostri figli. Ciò che seminiamo oggi porterà frutto domani. Rispondo dunque alla domanda di sopra. Sì, è possibile garantire uno spazio per sperimentarsi solo se al fianco dei ragazzi ci sono adulti formati e pronti a proteggerli.




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