Eutanasia

Cosa c’è di misterioso nella figura del “barbone” che da sempre ha affascinato artisti e scrittori?

di Gianni Mussini

Ha poco da spartire con il comodo pietismo di chi si contenta di contemplare la Croce come un buon soprammobile che non ci cambia dentro. Il barbone vede il mondo “dal basso”, è per definizione umile, e istintivamente conosce le verità essenziali della vita facendo piazza pulita di ogni sciocca retorica borghese. Sarà per questo che il “barbone” da sempre attira l’arte?

Non lontano da casa mia, verso il campo della Madonnina dove giocano a calcio i ragazzi della Folgore, sino a pochi anni fa c’era una baracca di lamiera popolata di cianfrusaglie. Ma non mancava una vecchia stufa con tanto di camino esterno. Ci viveva un barbone. Intorno, prati e boschi che, pur a due passi dal centro, ospitavano talvolta persino greggi in transumanza: in piena Lombardia, mica l’Abruzzo…

Lo ricordo ancora con un po’ d’invidia, quel barbone; lo immagino mentre respira, mangia, dorme, si riscalda al suo focolare, guarda il cielo e la campagna circondata dal profilo innevato delle Alpi… È persuaso, come avrebbe detto lo scrittore filosofo goriziano Carlo Michelstaedter: non ha un passato su cui recriminare né un futuro in cui costruire inesistenti castelli ma vive con pienezza il suo presente, quel “nunc” in cui – lo insegna l’Ave Maria – riposa la nostra salvezza.

Forse proprio per questo la figura del barbone ha una sua fortuna nella tradizione cristiana più vera, che ha poco da spartire con il comodo pietismo di chi si contenta di contemplare la Croce come un buon soprammobile che non ci cambia dentro. Il barbone vede il mondo “dal basso”, è per definizione umile (da humus, “terra”), e istintivamente conosce le verità essenziali della vita facendo piazza pulita di ogni sciocca retorica borghese (la posizione sociale, i soldi, le vane ambizioni, l’ossessione dell’apparire). Sa anche essere paziente perché nella preziosa liturgia della giornata prima o poi arriva un po’ di pane e formaggio, un cappuccino caldo, alla bisogna anche qualche buon capo di abbigliamento. Non accampa diritti, ma attende tutto come una grazia.

Facciamo tutti i barboni allora? Evidentemente no. Non possiamo nasconderci che certe scelte sono esito di un fallimento – esistenziale, economico o che altro – che ha lavorato duramente nella psiche. Ma, come diceva il filosofo Luigi Lombardi Vallauri, solo un uomo può essere un fallito, non un animale: ecco la prova dell’unicità della nostra condizione e, forse, della scintilla divina che la anima.

Un barbone, per di più alcolista cronico, è il protagonista della splendida Leggenda del santo bevitore di Joseph Roth, racconto che ha conosciuto la pure splendida trasposizione cinematografica di Ermanno Olmi e che da qualche anno è degnamente proposto anche in teatro dall’attore (e molto altro) Carlo Pastori. La vicenda è quella appunto di un clochard parigino di origine polacca, Andreas Kartak, che una notte sotto un ponte della Senna riceve duecento franchi da un misterioso signore affascinato dalla storia di Santa Teresa di Lisieux: dovrà restituire la somma “nelle mani del prete” dopo la messa delle dieci in Santa Maria di Batignolles, la chiesa che ospita proprio una statua della Santa. L’incontro provoca in Andreas un sussulto di dignità che gli permette di recuperare per un momento la propria più autentica dimensione di uomo. Ed è questo il vero miracolo suscitato dalla carità anche quando essa appare sprecata o inutile: quel momento di grazia non andrà perduto in tutta la nostra storia, è già parte di un eterno su cui vigila la mano accogliente e misericordiosa del Padre.

In una serie di nuovi fallimenti e nuovi miracoli (perché un Padre non si stanca mai dei suoi figli), il clochard perderà e riconquisterà più volte il suo piccolo tesoro sino a quando, deciso a saldare il debito, si reca alla chiesa fermandosi però prima in un vicino bistrot. L’ultima bevuta gli è fatale. Ormai moribondo, viene soccorso – nuova grazia – da una ragazzina in abito blu che si chiama Teresa e che già aveva incontrato: ora la scambia per la Santa verso cui è debitore. Portato nella sagrestia della chiesa, muore indicando la tasca dove tiene il denaro ed invocando la “Signorina Teresa”. Roth conclude il racconto con queste parole: “Che il Signore conceda a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella!”. Dove, come si vede, l’autore include anche se stesso nella categoria: quella dell’alcolista, certo; ma in generale (e in profondo) anche quella dell’outsider capace di vedere ciò che è nascosto ai molti. Roth era in effetti originario di quell’esteso universo ebraico che, attivo nella mitteleuropa asburgica, si era poi disperso a causa della furia nazista. Un mondo per natura non omogeneo alla cultura ufficiale (di qui per esempio il fiorire di quell’umorismo che ha prodotto tanti formidabili campioni, da Kafka a Karl Kraus sino a Woody Allen, americano ma originario di quel mondo).

Sarà per questo che la figura del barbone ha spesso attirato l’attenzione di artisti e scrittori. La poetessa polacca Wisława Szymborska, premio Nobel 1996, ha dedicato proprio a un collega di Andreas Kartak un’illuminante lirica intitolata appunto Il clochard, il cui protagonista “Guadagna il suo vino rosso / tosando i cani della zona. / Dorme con l’aria d’un inventore di sogni, / e la sua barba sciama verso il sole”. Dall’altra parte ci sono gli altri che “lo guardano con una curiosità / che non hanno per nessuno di noi, / o assennato Pietro, / operoso Michele, / intraprendente Eva, / Barbara, Clara”. Ma al posto dei nomi di quei benpensanti ci potrebbero stare tranquillamente i nostri.

C’è posto, nella nostra storia, anche per un santo barbone, il francese – vissuto nel ‘700 – Benedetto Giuseppe Labre. Camminatore instancabile tra un santuario e l’altro della nostra Europa, la sua vocazione di “vagabondo di Dio” lo portò finalmente a Roma, dove alloggiò tra le rovine – e i proverbiali gatti – del Colosseo, percorrendo ogni giorno un suo particolare pellegrinaggio tra le chiese e i luoghi santi della città eterna. Canonizzato nel 1881, sarà poi nominato patrono dei pellegrini. Sulla sua morte è tanto commovente quanto istruttiva una nota di don Michele Colagiovanni (Congregazione del Preziosissimo Sangue): “Il mattino del mercoledì santo 1783, dopo aver partecipato alla funzione nella chiesa della Madonna dei Monti, uscendo si accasciò sul sagrato. Fu portato in casa di un macellaio di Via dei Serpenti dove, la sera stessa, ricevuta l’unzione, spirò. Esposto nella chiesa, fu sepolto in un cavo appositamente fatto a lato dell’altar maggiore, fra la venerazione di tutto il popolo romano”.

In chiusura di questa carrellata non può mancare il barbone forse più popolare tra di noi, quello immortalato dal milanese Enzo Jannacci nella canzone dialettale El purtava i scarp de tennis. Con un’operazione che somiglia molto allo straniamento teorizzato dalla critica formalista russa, Jannacci coglie nel protagonista di questa storia i tratti di una umanità affascinante e insopprimibile. Questo balordo con le scarpe da tennis se ne va verso la periferia milanese, dalle parti dell’Idroscalo, parlando da solo perché, ecco la scintilla divina, “rincorreva già da tempo un bel sogno d’amore”. Un giorno, mentre lui era sempre lì a parlare da solo, il suo sogno sembra materializzarsi nell’apparizione di una bella ragazza “bianca e rossa, che pareva il tricolore”, alla quale – disadattato com’è – non riesce però a rivolgere la parola (“Ma po lù, l’è sta bon pù’ de parlà”). C’è quindi un inserto parlato, con un automobilista che gli chiede la strada dell’aeroporto. Il barbone non è mai stato all’aeroporto, conosce solo la strada dell’Idroscalo. Chiede un passaggio in macchina perché non è mai stato su una macchina, e racconta che anche lui ha avuto il suo grande amore (“roba minima, s’intend, roba da barbon”), prima di scendere perché è giunto alla sua meta.

L’indomani lo trovano senza vita sotto un mucchio di cartone. Lo guardano (lo guardiamo?) “che ‘l pareva nisùn”, che non sembrava nessuno. Lo toccano, sembra dormire; ma ecco ancora la voce del saggio ipocrita (la nostra voce?):

                                               Lasa sta che lè roba de barbon.

Lascia stare, che è roba di barboni. Roba qui vale qualcosa senza valore e senz’anima, come Renzo e Lucia per don Rodrigo che li considera “gente perduta, gente di nessuno”, tanto che “non hanno neanche un padrone”. Ma per il cristiano Jannacci in quella roba c’è un pezzettino d’infinito, amato e riscaldato da un Padre.

Dunque non mi ha sorpreso quella volta che (era il 2009), mentre infuriava la polemica sulle sorti di Eluana Englaro, proprio Jannacci fu tra i pochi a spendere una parola perché non venisse tolta la vita a quella povera ragazza. Da medico, sapeva che non si poteva per nessun motivo interrompere quella vita o accelerarne la morte (come poi avvenuto). Perché, come disse citando il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero. Invocò addirittura dalle pagine del Corriere della sera “una carezza del Nazareno” per Eluana.

Come il suo barbone, quella volta Jannacci fu sconfitto. Ma, come il suo barbone, quella volta si meritò un posticino accanto al Padre che, se dimentica le balordaggini dei suoi figli, tiene da conto gelosamente i loro meriti: la carità ci permette infatti di essere una cosa sola con colui che è perfetta Carità. Così, se anche fossimo abbandonati dal mondo, potremmo sempre contare sulla carezza del Nazareno, come Jannacci e il suo barbone.




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1 risposta su “Cosa c’è di misterioso nella figura del “barbone” che da sempre ha affascinato artisti e scrittori?”

Profondamente commossa ringrazio Gianni Mussin. Ogni sua parola mi è andata al cuore. Gli autori che cita sono cari amici della nostra vita. Ho conosciuto San Benedetto Labre attraverso uno scritto di André Louf che non ho più dimenticato. La stirpe dei viandanti non finisce mai e testimonia che il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.

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