La sfida della vita

L’ultima carezza di Giovanni Paolo II è stata per i bambini non ancora nati

di Giovanna Abbagnara

Il 22 ottobre scorso è stata celebrata la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Ma non possiamo dimenticare che quest’anno abbiamo celebrato anche il centenario della sua nascita e il venticinquesimo della sua enciclica Evangelium vitae, la “magna charta” della difesa della vita umana. Giustamente il santo Papa è ricordato per il contributo potente dato al crollo del comunismo, per la promozione della famiglia, per l’impegno ecumenico, per l’attenzione ai giovani, per il dialogo con tutti, per la difesa della pace, ma non dimentichiamo che Giovanni Paolo II ha sempre “proclamato alto” - come amava dire - l’intangibilità della vita umana. Non dimentichiamo che nel momento stesso in cui egli ha attribuito ai giovani il nome di “sentinelle del mattino”, in occasione della GMG convocata a Tor Vergata per il Grande Giubileo del 2000, ha anche affidato loro il compito di difendere la vita: “Difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno”. Chiediamo a Marina Casini Bandini di ripercorrere con noi alcuni momenti del lungo Pontificato di Giovanni Paolo II a difesa della vita umana alla luce dell’esperienza del Movimento per la Vita.

Marina, da dove vogliamo cominciare?

Inizio proprio con le parole di mio padre, tratte dal “Sì alla vita” pubblicato all’indomani della nascita al Cielo di Giovanni Paolo II. «Karol era nostro padre. Padre delle nostre anime, dei nostri ideali, della nostra tenacia. Era con noi nelle nostre case, soprattutto quando venivamo tentati dal dubbio, dalla stanchezza. Parlo del Movimento per la Vita e di quanti, senza tessere o elenchi nominativi, hanno condiviso il dolore per la morte dei bimbi e l’indifferenza dei grandi. Grazie, Santo Padre! Quante volte gli chiedevamo di incontrarlo, lui ci diceva: “Venite”. Talora fissavamo noi l’ora e il giorno, come è avvenuto il 22 maggio 1998 e il 22 maggio 2003, nel 20° e nel 25° anniversario della legge sull’aborto. Una parola – questa – censurata, da non dire mai, faticosa anche nelle comunità cristiane. Al massimo parole distratte: “vita”, “progetto”, ma non bambino ucciso. Per non vedere più la tragedia, per non trovarsi a discutere ancora e dividersi […]. Abbiamo sofferto un po’ per questa strisciante emarginazione […]. Ma Lui ci ha sempre accolti e sempre ci ripeteva: “Grazie!”. Per che cosa Santo Padre? Sei Tu che ci hai insegnato, incoraggiato, sostenuto, hai avuto per noi una fiducia smisurata che ci fa ancora tremare».  Queste parole ci dicono quanto fosse convinto l’impegno per la vita di Giovanni Paolo II e nello stesso tempo quanto intensi fossero il suo sostegno e il suo incoraggiamento per il popolo della vita.  E ripeteva: «Non vi spaventi la difficoltà del compito. Non vi freni la constatazione di essere minoranza».

Come definiresti l’impegno di Giovanni Paolo II per il diritto alla vita dei bambini non nati che Madre Teresa chiamava i più poveri dei poveri?

Lo ha definito lui stesso dall’inizio del suo Pontificato: “una missione indilazionabile”. In un discorso del dicembre 1980 disse che non si sarebbe mai stancato di «proclamare alto il valore della intangibilità della vita umana» e di «adempiere questa che ritengo missione indilazionabile, profittando dei viaggi, degli incontri, delle udienze, dei messaggi a persone, istituzioni, associazioni, consultori che si preoccupano del futuro della famiglia e ne fanno oggetto di studio e di azione». Hai ricordato la Santa di Calcutta, forse non tutti sanno che Madre Teresa fu nominata nel 2003 da Giovanni Paolo II «Presidente spirituale dei Movimenti per la Vita nel mondo».

Nel pensiero di Giovanni Paolo II come era visto il tema della vita e della vita nascente in particolare? 

Non come uno dei tanti temi, ma “il” tema che regge tutti gli altri – famiglia, pace, libertà, giustizia, diritti umani, dignità, uguaglianza, democrazia, famiglia, ecologia, poveri, solidarietà… – e ne permette lo sviluppo nella direzione della “civiltà della verità e dell’amore”. Aveva davvero una visione globale e unitaria dell’uomo e dei valori costitutivi della società. Ha indicato tutto lo spessore della questione della vita, collegandola con tutti i più importanti problemi dell’uomo di oggi. Non ha mai chiuso la difesa della vita umana nell’ambito di una morale “soggettiva” o soltanto “cattolica”, ma l’ha posta alla base e al centro di tutta la cultura moderna e laica dei diritti umani e nella prospettiva di un rinnovamento generale della società. 

Il suo linguaggio era chiaro, senza compromessi, senza ombre o equivocità, sempre inserito in una prospettiva grandiosa. Ha sempre preferito parlare di “bambino non nato” piuttosto che di “embrione” o “feto” per indicare l’uomo nella fase più giovane della sua esistenza. Non ha mai sminuito la verità, ma l’ha sempre annunciata con simpatia e carità. 

Il “suo manifesto”, pubblicato un anno dopo la beatificazione di Gianna Beretta Molla poi divenuta Santa, è quell’enciclica straordinaria che a pieno titolo rientra nella dottrina sociale della Chiesa. Evangelium vitae è il suo documento più organico e autorevole sulla vita e nella quale i CAV, le case di accoglienza, i MpV sono collocati tra i “segni anticipatori della vittoria”. Condividi la valutazione che si tratti di un’enciclica sociale?

Certamente! Per Giovanni Paolo II il tema della vita non era semplicemente una questione di coscienza o di morale sessuale, ma una questione eminentemente sociale, culturale, politica, che ha a che fare con il fondamento dei diritti umani. Tanto che sin dall’apertura, collega l’impegno della Chiesa a favore di coloro che sono oppressi nel fondamentale diritto alla vita all’impegno per liberare dall’oppressione la classe operaia ai tempi della Rerum di Leone XIII. «La Chiesa sente il dovere di dar voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti mani. Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati». Per affermare in modo convincente che la tutela della vita nascente costituisce la “nuova questione sociale”, Giovanni Paolo II ci dice che occorre uno sguardo contemplativo (EV,80), cioè uno sguardo umano fatto di ragione e di percezione del mistero presente in ogni essere umano. È uno sguardo che si pone la domanda sul senso del vivere ed investe perciò, necessariamente, la dimensione religiosa. È un tale sguardo che ci consente di qualificare ogni essere umano (la cui esistenza è percepibile dalla ragione) inevitabilmente come “persona”, soggetto, fine e mai cosa, mezzo, oggetto.

Non è possibile in poco spazio ripercorrere tanti momenti del suo Pontificato, mi ricordi qualcosa che riguarda specificatamente il Movimento per la Vita? 

Quando Karol Wojtyla, cardinale di Cracovia, nel 1978, assunse le redini della Chiesa universale era l’anno in cui in Italia fu approvata la legge 194 e il Movimento italiano per la Vita era nato da poco. Il primo Centro di aiuto alla Vita – visitato da Giovanni Paolo II nel 1986 – era sorto a Firenze nel 1975. Era urgente capire cosa fare per vincere la rassegnazione ed evitare che il tema del diritto alla vita fosse estromesso dal campo della società, della politica, della democrazia. Giovanni Paolo II si mostrò subito un forte alleato. La prima volta che il Papa ha ricevuto il MpV è stato il 26 febbraio 1979, in occasione del convegno dei movimenti per la vita d’Europa: «Il vostro impegno consiste in primo luogo in un’azione, intelligente e assidua, di sensibilizzazione delle coscienze circa l’inviolabilità della vita umana in tutti i suoi stadi, in modo che il diritto ad essa sia efficacemente riconosciuto nel costume e nelle leggi, come valore fondante di ogni convivenza che voglia dirsi civile; esso si esprime, poi, nella coraggiosa presa di posizione contro ogni forma di attentato alla vita, da qualunque parte esso provenga; esso, infine, si traduce nell’offerta disinteressata e rispettosa, di aiuti concreti alle persone che incontrano difficoltà nel conformare il proprio comportamento ai dettami della coscienza. Si tratta di un’opera di grande umanità e di generosa carità, che non può non raccogliere l’approvazione di ogni persona consapevole delle possibilità e dei rischi, a cui va incontro questa nostra società. Non vi scoraggino le difficoltà, le opposizioni, gli insuccessi che potete incontrare sul vostro cammino».

E poi?

Poi ci fu il referendum. Nei primi mesi del 1980 il partito Radicale raccolse le firme necessarie per peggiorare ulteriormente la già iniqua legge 194. Il nostro mondo era attraversato da incertezze sul da farsi, ci furono consultazioni e incontri. Alla fine, la decisione di non rassegnarsi. Però la situazione era preoccupante: senza giornali, senza televisione, senza denaro. Ciò nonostante, nell’estate 1980, prima che scadesse l’ultimo termine utile (30 settembre), il MpV provò a raccogliere le firme. Ed ecco arrivare le parole forti di Karol Wojtyla (30 agosto 1980): «Come Vicario di Colui che è la vita del mondo, alzo la mia voce in difesa di chi non ha mai avuto ne avrà voce: non si può sopprimere la vita nel seno della madre! I laici cattolici ricordano certamente l’invito dei loro vescovi ad operare per un superamento della legge attuale, inaccettabile, con norme totalmente rispettose del diritto alla vita». L’accenno al referendum fu evidente. 

E il Papa insistette ancora in molti incontri. Per esempio, a Siena (14 settembre 1980) disse: «Il problema dell’affermazione della vita umana dal primo istante del suo concepimento e, in caso di necessità, anche il problema della difesa di questa vita, è unito in modo strettissimo con l’ordine più profondo dell’esistenza dell’uomo come essere individuale e come essere sociale, per il quale l’ambiente primo fondamentale non può essere che quello di un’autentica famiglia umana. È necessario perciò l’esplicita affermazione della vita umana fin dal primo istante del suo concepimento sotto il cuore della madre; necessaria anche la difesa di questa vita quando essa è in qualsiasi modo minacciata (minacciata anche socialmente), è necessaria e indispensabile, perché in fin dei conti si tratta di quella fedeltà all’umanità stessa, della fedeltà alla dignità dell’uomo. […] Chiedo a Dio che questa nazione non dissipi la sua eredità fondamentale, eredità di vita ed eredità di amore responsabile […] Non dissipi l’Italia questa eredità, anzi la esalti in un’effettiva promozione dell’essere umano a tutti i livelli dei suoi diritti inalienabili, primo dei quali è e resta il diritto alla vita. Non dimentichiamo le grandi opere di Dio». Quell’estate “per la vita” del 1980, con l’aiuto del Papa, si concluse in modo clamoroso: oltre 2.300.000 cittadini italiani lasciarono la loro firma autenticata. 

Il referendum andò come è noto. Ma non possiamo dimenticare che quattro giorni prima del referendum, il 13 maggio, il Papa fu colpito quasi a morte in piazza San Pietro da Alì Agcà…

Esatto. Giovanni Paolo II venne a sapere dell’esito del referendum il 18 maggio, giorno successivo a quello in cui si svolse. Era al policlinico Gemelli ricoverato ancora in una grave situazione. Mio padre si è chiesto tante volte se il Papa fu ferito più gravemente dall’attentato o dal voto degli italiani. Ecco come nel dicembre successivo il Papa stesso, valutò l’accaduto: «Migliaia e migliaia di vittime innocenti sono sacrificate nel seno delle madri! Si sta purtroppo oscurando il senso della vita e di conseguenza il rispetto dell’uomo! Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E l’avvenire ne riserverà di peggiori se non si pone rimedio. La Chiesa reagisce a questa mentalità con ogni mezzo, esponendosi e pagando di persona. Così ho fatto io, così mi sono esposto io nella scorsa primavera. E nei giorni della mia lunga sofferenza ho pensato molto al significato misterioso, al segno arcano – che mi veniva dato come dal cielo – della prova che ha messo a repentaglio la mia vita, quasi un tributo di espiazione per questo rifiuto occulto o palese della vita umana»

Veniamo agli ultimi momenti della sua vita. Tutti hanno messo a confronto le immagini iniziali del Pontificato – un Papa forte, dalla voce potente, bello e atletico, sorridente, sempre in movimento – con il Papa degli ultimi anni, tremante, sempre più curvo, costretto alla immobilità, con una crescente difficoltà di articolare le parole, con il volto deformato, eppure sempre così capace di annunciare il Vangelo, sempre così necessario a tutta l’umanità, come è dimostrato dalla folla che ha pianto quando ci ha lasciato…

Si noti che l’agonia del Papa è cominciata nel giorno in cui, in Florida, Terry Schiavo veniva fatta morire di fame e di sete. La morte di Terry fu l’evento più clamoroso dell’allora emergente dibattito planetario per legalizzare l’eutanasia. Giovanni Paolo II ha mostrato il vertice di ciò che vuol dire “morire con dignità”: la morte non si cagiona ma si accetta e la dignità resta sempre presente con la stessa forza e la stessa intensità in ogni circostanza; la malattia, la disabilità, la sofferenza non la diminuisce, non la elimina. Ebbene, proprio poco prima di nascere al Cielo, in uno straordinario e impegnativo discorso rivolto il 10 gennaio 2005 al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Giovanni Paolo II ha guardato «con un solo colpo d’occhio, la grande scena dell’umanità con i comuni gravi problemi che l’agitano, ma anche con le grandi e sempre vive speranze che l’animano» e si è rivolto, tramite gli ambasciatori a tutti i giovani del mondo elencando ed illustrando «le sfide dell’umanità d’oggi: la sfida della vita, la sfida del pane, la sfida della pace, la sfida della libertà, di religione». Al primo posto la vita dell’uomo. Ecco le sue parole: «La prima sfida è la sfida della vita. La vita è il primo dono che Dio ci ha fatto, è la prima ricchezza di cui l’uomo può godere. La Chiesa annunzia “il Vangelo della Vita”. E lo Stato ha come suo compito primario proprio la tutela e la promozione della vita umana. La sfida della vita si va facendo in questi ultimi anni sempre più vasta e più cruciale. Essa si è venuta concentrando in particolare sull’inizio della vita umana, quando l’uomo è più debole e deve essere più protetto. Concezioni opposte si confrontano sui temi dell’aborto, della procreazione assistita, dell’impiego di cellule staminali embrionali umane a scopi scientifici, della clonazione. La posizione della Chiesa, soggetto identico all’uomo nascituro e all’uomo nato che se ne sviluppa. Nulla pertanto è eticamente ammissibile che ne violi l’integrità e la dignità. Ed anche una ricerca scientifica che degradi l’embrione a strumento di laboratorio non è degna dell’uomo. 

La ricerca scientifica in campo genetico va bensì incoraggiata e promossa, ma, come ogni altra attività umana, non può mai essere esente da imperativi morali; essa può del resto svilupparsi con promettenti prospettive di successo nel campo delle cellule staminali adulte. La sfida della vita ha luogo al contempo in quello che è propriamente il sacrario della vita: la famiglia. Essa è oggi sovente minacciata da fattori sociali e culturali che fanno pressione su di essa rendendone difficile la
stabilità; ma in alcuni Paesi essa è minacciata anche da una legislazione, che ne intacca – talvolta anche direttamente – la struttura naturale, la quale è e può essere esclusivamente quella di una unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio. Non si lasci che la famiglia, fonte feconda della vita e presupposto primordiale ed imprescindibile della felicità individuale degli sposi, della formazione dei figli, e del benessere sociale, anzi della stessa prosperità materiale della nazione, venga minata da leggi dettate da una visione restrittiva ed innaturale dell’uomo. Prevalga un sentire giusto e alto e puro dell’amore umano, che nella famiglia trova una sua espressione veramente fondamentale ed esemplare. Vince in bono malum».

Ma c’è anche un’altra cosa che possiamo raccontare…

Sì. Pochi giorni prima della Sua morte, il 29 marzo, è giunta a mio padre una lettera in cui il sostituto alla Segreteria di Stato, Mons. Leonardo Sandri, fece pervenire un dono a nome del Sommo Pontefice. Il dono era una somma di danaro: una evidente spontanea e inaspettata iniziativa del Santo Padre. Nella lettera si diceva: «Il santo Padre, mentre incoraggia a proseguire, con generosa dedizione l’impegno in favore della vita umana, accompagna il dono con la Sua speciale benedizione, che volentieri estende ai collaboratori ed a tutti i membri del Movimento». Mio padre rispose a Mons. Sandri con queste parole: «Grande è la mia gioia nel considerare che anche in mezzo alle difficoltà più grandi e a non piccoli problemi di salute il Santo Padre si ricorda di noi! Noi non ci dimenticheremo mai di Lui e consacriamo la nostra vita a trasformare in azioni le sue parole chiare, forti, indimenticabili, suscitatrici di energie e di entusiasmi. Mi gratifica il pensiero che Lei possa riferire al Santo Padre questo mio e nostro pensiero insieme ai sentimenti di un affetto veramente grande, accompagnato da una costante preghiera».

È commovente pensare che Giovanni Paolo II, ormai allo stremo delle forze, abbia pensato ai bambini non ancora nati minacciati di morte. La somma fu destinata a Progetto Gemma, la “carezza economica” per le donne in gravidanza tentate dall’aborto per motivi economici, un aiuto che va ad integrare il sostegno del CAV. La “carezza” del Papa della vita, prossimo ad entrare nella pienezza della Vita. 

Giovanni Paolo II ci ha lasciato una eredità immensa e anche le coordinate dell’impegno per la vita contenute nella preghiera a Maria aurora del mondo nuovo che conclude l’Evangelium Vitae: «franchezza e amore» e «tenacia operosa» per realizzare quella «generale mobilitazione delle coscienze» e quel «comune sforzo etico per mettere in atto, tutti insieme, una grande strategia in favore della vita», come il grandissimo Santo Giovanni Paolo II ci ha chiesto.




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