CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

“Se niente importa”. Alcune regole per restare credenti

9 Novembre 2020

“Ciò che conta è l’attenzione alla salute”. È questa la nuova dottrina, accolta come un dogma nell’era della pandemia? Se la Chiesa non insegna ad affrontare la sofferenza, quale che sia la causa, viene meno al suo compito essenziale. La Chiesa non può assicurare nessuno ma deve rassicurare tutti. Eppure mi domando: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?”.

Quando si siede a tavola un ebreo non pensa solo a mangiare né sperimenta solo la gioia della comunione fraterna. Il cibo rientra nel suo rapporto con Dio, appartiene cioè all’esperienza di fede. Un ebreo non può mangiare di tutto, ci sono regole precise da rispettare nella preparazione del cibo e vi sono alimenti che devono essere permanentemente esclusi dalla tavola. La carne di maiale, ad esempio. Un vero ebreo non cede, non viene meno a queste regole neppure quando vi sono in gioco altri e importanti valori, neppure quando sei quasi morto di fame. 

Un’ebrea ormai anziana raccontava al nipote i tempi della seconda guerra mondiale, quando i figli di Abramo erano costretti a fuggire e a nascondersi per evitare la cattura e la morte. Anche lei era scappata e vagava di luogo in luogo. Il cibo era scarso, poco o nulla. Un giorno incontrò un contadino che, mosso a pietà, le regalò un bel pezzo di carne. Era maiale. “E tu cosa hai fatto?”, domanda il nipote. “Non l’ho mangiato”, risponde la donna. “Neppure per salvare la vita?”, incalza il piccolo sempre più stupito. “Se niente importa, non c’è nulla da salvare”, chiosa la nonna. Il nipote in questione è Jonathan Safran Foer, uno scrittore americano, che ha narrato questo episodio in un libro in cui spiega i motivi che hanno ispirato la sua scelta vegetariana. 

Ho ascoltato questa vicenda emblematica durante la trasmissione radiofonica Linee d’ombra. Mi ha fatto pensare alla situazione attuale in cui niente più importa se non salvare la pelle. Come ha detto un liturgista, in un’intervista pubblicata ieri da Avvenire: “Ciò che conta è l’attenzione alla salute”. Ipse dixit. È questa la nuova dottrina, accolta come un dogma, senza bisogno di altre indagini e neppure della proclamazione ufficiale. 

La pandemia è tornata a interpellare la fede. Alcune anime belle forse pensavano che, dopo la dura esperienza dei mesi scorsi, eravamo più preparati ad affrontarla, avremmo reagito con quel sano discernimento che non fa della doverosa prudenza una maschera della paura. Forse mi sbaglio ma non mi pare che sia questa la linea prevalente, anche se vedo nel popolo credente un timido tentativo di custodire l’esperienza della fede in mezzo ad una tempesta di parole che alimenta un panico generalizzato. 

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La pandemia mette in crisi quella fede che non trova nel Vangelo la sua ragion d’essere e sempre più spesso coincide con le ragioni dell’umana convenienza. Nessuno dubita che sia un’esperienza dolorosa che mette seriamente alla prova la nostra fragile umanità e mostra quanto sia intrinsecamente debole una cultura che non sa proporre nient’altro oltre al benessere materiale. Ma proprio per questo la pandemia avrebbe potuto far emergere la bellezza e la forza di una fede che affronta il male con la certezza che c’è un bene più grande da custodire. 

“Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”. È un detto che spesso viene utilizzato nel gergo sportivo. Forse possiamo applicarlo anche ad altre situazioni della vita sociale. Quando tutto si oscura, è il momento più adatto per accendere la luce. Se la fede non illumina questi eventi, se anch’essa si accomoda nel salotto allestito dalla ragione sanitaria, se non sappiamo dire altro, se non siamo capaci di andare oltre, se anche i credenti restano chiusi nella zona oscura della paura, vuol dire che abbiamo perso un’occasione importante, non abbiamo saputo dare ragione di quella speranza che scaturisce dalla fede. 

La tempesta giunge sempre all’improvviso e ci trova impreparati. Lo sappiamo. E sappiamo pure che ogni tempesta della vita porta con sé la sofferenza. A dire il vero, è un capitolo che appartiene alla vita umana, un’esperienza con la quale spesso siamo chiamati a fare i conti. Dovremmo essere abituati. Dovremmo esserlo almeno noi cristiani, discepoli del Crocifisso, noi che siamo stati invitati a camminare sulla via della croce e invece… ogni volta che la sofferenza bussa alla porta, gridiamo come bambini impauriti. La verità è semplice, diciamolo in modo brutale: nessuno vuole soffrire! È comprensibile, anzi è la reazione più istintiva dell’umana natura. il problema è un altro: non sappiamo e non cerchiamo più di dare un senso alla sofferenza. 

E così, invece di accoglierla come una purificazione, ci sentiamo traditi, come se Dio avesse promesso una vita priva di fatica e di dolore. La paura prende il posto della fiducia, le emozioni salgono sul trono e pretendono di comandare, tanto alla ragione quanto alla fede. Se la Chiesa non insegna ad affrontare la sofferenza, quale che sia la causa, viene meno al suo compito essenziale. La Chiesa non può assicurare nessuno ma deve rassicurare tutti. Non può dare garanzie ma deve comunicare la certezza che Dio non abbandona il suo popolo. È questo l’annuncio dell’apostolo Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8, 35-37). 

Stando al Vangelo non possiamo evitare le tempeste (Mt 7, 24-27), la prima e forse unica preoccupazione seria è quella di restare aggrappati a Cristo. Questo significa vivere da cristiani e non da pagani, come figli di Dio e non come estranei. Se la fede non ci insegna a vincere il male con il bene, diventa sale insipido, anzi fa del cristianesimo una religione costruita dagli uomini. In questo caso non è più la stoltezza di Dio a illuminare i nostri passi ma la sapienza del mondo. 

Dobbiamo chiederci sinceramente se la fede ha giocato e gioca un ruolo significativo nella vicenda pandemica, se cioè abbiamo letto e vissuto gli eventi a partire dalla fede in Gesù Cristo, morto e risorto. È questo a mio parere il punto decisivo. Alla fine della storia, personale e collettiva, non ci verrà chiesto se abbiamo compiuto miracoli e neppure se abbiamo convertito o guarito qualcuno. Un’altra domanda risuonerà in quel giorno: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Una domanda non meno drammatica perché è legata al giudizio ultimo. Una domanda che dovremmo porci anche oggi. 

La questione ovviamente non riguarda solo la pandemia ma tocca ogni ambito della vita. Le tempeste sono scomode ma, proprio per questo, costringono a togliere la maschera che abitualmente indossiamo. Lo dico con parole ruvide: Se la fede non cambia lo stile di vita, se viviamo la pandemia con le stesse paure di tutti e/o con la stessa fiducia esclusiva nella ragione, vuol dire che la fede non serve a nulla, è solo una graziosa e inutile appendice. 

Dobbiamo custodire o ritrovare la fede come esperienza di vita e non solo come pratica religiosa. Una fede che dona coraggio e forza, non si chiude nella paura. Una fede capace di dire: “Se niente importa, non c’è nulla da salvare”.




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