Vita

Una culla per la vita invece dell’immondizia

Culle per la vita

di Giovanna Abbagnara

Dopo i fatti siciliani, tentiamo di rileggere il dramma dell’abbandono dei neonati attraverso questo colloquio profondo e vero con Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la Vita italiano. “È necessario ripartire dallo sguardo che riconosce nel figlio concepito uno di noi, sostenendo le maternità difficili così da restituire alle donne l’innato coraggio dell’accoglienza e condividendo la gioia del sì alla vita”.

Recentemente siamo stati raggiunti da due terribili notizie arrivate a breve distanza l’una dall’altra: a Ragusa un bambino appena nato è stato trovato, avvolto in una copertina e dentro un sacchetto della spazzatura, e a Trapani una bambina neonata è stata buttata giù dalla finestra… Gli esiti sono stati diversi: il bambino è stato salvato da un passante occasionale, la bambina purtroppo non ha avuto scampo. 

Sì esiti completamente diversi e pensare che avrebbe potuto non aver scampo neanche il piccolo neonato di Ragusa se il passante non si fosse fermato a raccogliere il sacchetto che lo conteneva per metterlo nel bidone della spazzatura e non avesse sentito il pianto del bimbo che poi è stato portato all’Ospedale Giovanni Paolo II, accolto dalle cure amorevoli degli operatori e chiamato Vittorio Fortunato. Per Vittorio Fortunato si è attivata un’onda di solidarietà e subito una ventina di famiglie ragusane hanno contattato i servizi sociali per accoglierlo. Sebbene l’esito dei due drammatici fatti accaduti a Ragusa e a Trapani sia stato diverso, restano i terribili gesti che hanno portato un bimbo appena nato in un sacchetto accanto a un bidone di immondizie e l’altro lanciato dalla finestra. Gesti di totale rifiuto. Gesti che dicono solitudine e paura (del giudizio degli altri, delle responsabilità…), disperazione. Proprio nel mese in cui si celebra la Convenzione sui diritti del fanciullo (20 novembre 1989), due piccole creature innocenti, ricche soltanto della loro umanità, ancora carica di speranza, proiettata nel futuro, con un avvenire tutto da disegnare, buttate via come oggetti di cui disfarsi, cose inutili e inservibili da rottamare. Quanto dolore anche pensando alle mamme di questi bambini! Purtroppo, non è la prima volta che accadono storie simili.

Ricordi qualche altro episodio?

Sì… ricordo alcuni episodi nel 2019: la scoperta della neonata trovata morta a Campi Bisenzio (Firenze), accanto al contenitore di farmaci scaduti nei pressi di una farmacia; il piccolo Giorgio, appena nato, ritrovato in una borsa in un cassonetto nei pressi del cimitero di Rosolina Mare (Rovigo) e salvato da un passante che ha sentito i suoi vagiti e chiamato le forze dell’ordine; la piccina emersa dal Tevere con ancora il cordone ombelicale. Un’altra storia tristissima è quella di Ostra (Ancona), dove nel marzo 2018 su un nastro trasportatore di un’azienda di riciclo di rifiuti è stato trovato il cadavere menomato di un neonato. Ancora, in pieno centro a Santa Maria di Sala, nel Veneziano, nel 2016 un neonato, nudo e con il cordone ombelicale ancora attaccato, è stato ritrovato chiuso in un sacchetto accanto a un cassonetto dell’immondizia e salvato da una donna, che sentendone il pianto ha chiamato i soccorsi. Nel febbraio 2013, davanti al reparto di Ginecologia dell’Ospedale San Camillo di Roma, un neonato fu gettato vivo in un cestino dei rifiuti. Nel 2003, stessa sorte per un neonato trovato in un cassonetto a Maiano Monti, una frazione di Fusignano, in provincia di Ravenna. Povertà umane, affettive, spirituali che conducono alla svalutazione della vita umana in un impasto di solitudine e disperazione; di buio e di freddo. Ricordo anche che qualche anno fa, a proposito di una bimba ritrovata a Bologna nel 2013 tra i rifiuti di un immondezzaio e salvata grazie a chi ha saputo percepirne il flebile vagito, fu diffusa una bellissima lettera del Cardinal Carlo Caffarra diretta proprio a Maria Grazia, la piccola neonata.

Hai la lettera? Vogliamo offrirla anche ai lettori di Punto Famiglia? 

Certo, molto volentieri. Così scrisse il Cardinal Caffarra: «Cara Maria Grazia, sei stata buttata nei rifiuti sotto la mia finestra, vicino alla mia casa. Eri diventata qualcosa di troppo; un di più di cui bisognava disfarsi. Come è potuto accadere? Perché non sei stata guardata con gli occhi dell’amore, forse resi ciechi da un indicibile dramma. E quando non guardo l’altro con questi occhi, esso diventa un residuo da cui liberare la realtà. Un rifiuto di cui disfarsi. Sei stata salvata perché il tuo vagito ha trovato ascolto nel cuore paterno di due uomini buoni. Il tuo vagito vale più di tutti i nostri calcoli egoistici, perché ha gridato che nessuna persona può essere rifiutata. Ci ha ricordato che l’intero universo è meno prezioso di te, anche quando vagivi in mezzo ai rifiuti; è meno prezioso di una sola persona umana. Grazie per avercelo ricordato dal fondo di un letamaio. Il tuo vagito entri nella coscienza di ciascuno di noi fino in fondo, e dentro la nostra città. Il cassone dell’immondizia posto sotto la mia finestra fu guardato con occhi pieni di amore da Dio stesso, perché in esso c’era la sua immagine. Non rinunciamo più alla verità che ci è stata svelata dal tuo vagito: nessuna persona è da buttare, perché in ogni persona è presente un mistero da venerare. Tanti sono passati davanti a quel cassonetto. Io stesso lo vedo ogni volta che mi affaccio alla finestra. Continueremo a vivere dimenticando chi siamo, e come fossimo tante solitudini pressate l’una contro l’altra? Eppure ancora mi attraversa il tuo vagito, che indica la verità di cui andiamo affannosamente in cerca, nei nostri giorni divenuti tristi. Grazie, piccola bambina, perché ascoltando il tuo pianto ho imparato ancora più intimamente cosa significhi essere padre: prendersi cura di ciascuno perché nessuno sia più sfigurato. Che la nostra città percorra, guidata dal tuo vagito, l’intero cammino che porta dalla solitudine all’amore. Che il tuo vagito sia il dolore di chi ha generato in noi la coscienza della nostra umanità, e ci ha fatto sentire il peso specifico di essere persone: per sempre. Grazie, piccola madre di noi tutti».

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In qualche caso, come quello di Maria Grazia e di Vittorio Fortunato, la drammatica situazione si è capovolta in una nuova speranza di vita, grazie all’attenzione di chi ha saputo intercettare quel sottilissimo vagito, intravedere quegli impercettibili movimenti. Ma nel caso della bimba di Trapani e in altri tristissimi casi, purtroppo, no. È chiaro che non possiamo fermarci allo sconcerto e alla denuncia, scuotendo la testa sospirando. E allora?  

Innanzi tutto, non vi è dubbio che situazioni come quelle che hanno portato delle persone a Ragusa e a Trapani (nel primo caso non si sa chi sia stato; nel secondo sicuramente la madre, una ragazza di 17 anni che aveva tenuta nascosta la gravidanza) a compiere gesti così terribili, sono il frutto di grossi disturbi o di un vissuto e/o di un contesto umano che avrebbe dovuto essere aiutato a sfociare in un percorso di risanamento e quindi di accoglienza verso la nuova vita. Invece di puntare il dito contro chi compie simili azioni, dovremmo chiederci cosa poteva essere fatto per evitarle per tutelare sia il figlio che la sua mamma.

Ma poi c’è tutta la galassia degli aiuti alle maternità difficili o non attese…

Certamente! Dovrebbe essere maggiormente diffusa la conoscenza della rete dei Centri di Aiuto alla Vita (si trovano in ogni regione, isole comprese, e spesso sono abbinati a case di accoglienza) e dei servizi Progetto Gemma e SOS Vita. Un volontariato che offre un «servizio semplicemente grandioso – come ha scritto Giuliano Guzzo – senza pari per bellezza e valore e, soprattutto, fondamentale per salvare, nel vero autentico e non retorico della parola, decine di migliaia di vite». Si deve poi sapere che esiste la possibilità di partorire in anonimato in modo che la mamma dia alla luce il suo bambino in ospedale ricevendo cura e assistenza, e così tutelare sia lei che il figlio. Devono poi essere note le sedi – spesso associate a ospedali o parrocchie – dove sono installate le “culle per la vita”. 

Le culle sono simili alle vecchie “ruote degli esposti”, ma più evolute sia nella struttura sia soprattutto perché meglio garantite dal punto di vista della sicurezza e della salute dei bambini…

Sì, perché sono riscaldate all’interno, monitorate con una videocamera, collegate ad un allarme che informa della deposizione di un neonato. Sicuramente deporre un bimbo in una culla può essere un passo molto sofferto, ma certamente è una scelta di amore da parte di una mamma e di un papà, che – non potendo accudire e accompagnare nella crescita il proprio figlioletto – lo affidano con fiducia all’accogliente solidarietà di chi potrà prendersene cura. Nel luglio scorso, a Bari, un neonato è stato deposto nella culla termica adiacente alla parrocchia di San Giovanni Battista a Poggiofranco. Nella culla insieme al bimbo, un biglietto: «Lui è Luigi. Piccolo, mamma e papà ti ameranno per sempre». «Nessun bambino è un errore. Se sei in una situazione difficile e non riesci a prenderti cura del tuo bambino, lascialo nella culla termica. Nel più completo anonimato, sarà accolto e assistito», è scritto sul manifesto che campeggia sulle grate che circondano il locale. Ecco la “cultura della vita” all’opera! Sono diversi ormai i neonati o le neonate che vengono deposti nelle “culle per la vita”.

Il Movimento per la Vita si è occupato e si occupa delle culle, vero?

Il Movimento per la Vita, come ben risulta dal libro di Rosa Rao: “Le culle per la vita. Un bambino sta bene nella culla!” è stato in Italia pioniere delle moderne “ruote”, le “culle” appunto, e sin dall’inizio degli anni 90 ha sempre avuto a cuore questo tema non solo per l’aspetto concreto di essere – la culla – una risposta immediata offerta in nome della vita ad una situazione di difficoltà, ma anche per il fondamentale messaggio culturale che dice che i bambini non si buttano via e che la comunità è pronta ad accogliere il bambino di una mamma in difficoltà che non può accudirlo. Nel sito www.culleperlavita.it è possibile vedere quante culle ci sono in Italia regione per regione.

Sarebbe bello che almeno in ogni città venisse realizzata una culla per la vita. Ma quanti bambini sono stati salvati dalle culle?

È necessario che la realtà delle culle sia conosciuta il più possibile. Difficile a dirsi quanti bambini sono stati salvati, perché i bambini salvati non sono solo quelli di cui parla la cronaca e di cui si conosce il nome, ma anche quelli nati grazie al messaggio che la culla diffonde: coraggio, non avere paura, non sei sola!

Dove sono state inaugurate le prime culle? Perché non è una realtà molto conosciuta?

Le prime culle sono quelle di Casale Monferrato e Aosta. Poi si sono moltiplicate. La scarsa informazione su queste opzioni è probabilmente dovuta ad una cultura che cerca di mettere il silenziatore sul bambino nella fase prenatale e di conseguenza non favorisce la conoscenza di strumenti che potrebbero evitare infanticidi, tragici abbandoni, ma anche aborti.

Infatti, se non ricordo male, proprio per questo ci furono specialmente all’inizio accese contestazioni… 

Non solo contestazioni, ma ci fu anche una denuncia penale per istigazione all’abbandono di minori. Le contestazioni e la denuncia erano dovute a quella mentalità radicale che non vuole in nessuna maniera mettere in discussione la legalità dell’aborto e che dunque reagisce aggressivamente nei confronti di iniziative che in un modo o nell’altro ricordano che accogliere la vita nascente è sempre la risposta più giusta e l’adozione è l’unica vera alternativa a difficoltà tali da impedire alla mamma di accompagnare il suo bambino nella crescita. L’accusa fu comunque respinta e negli anni le culle sono diventate numerose. Purtroppo, ancora oggi, c’è chi giudica aspramente i genitori che ricorrono alle culle. Ma, come ha giustamente detto il professor Nicola Laforgia, primario del reparto Terapia intensiva neonatale dove è stato visitato Luigi: «Non parlerei di abbandono, è stato un atto di amore quello dei genitori che hanno lasciato il proprio figlio in un posto dove erano sicuri che sarebbe stato accolto e curato». E poi, pensiamoci bene, se di abbandono vogliamo parlare, il peggiore degli abbandoni, l’abbandono supremo, è quello che rifiutando lo sguardo sui più poveri dei poveri come, lo sappiamo bene, Madre Teresa chiamava i bambini in viaggio verso la nascita, impedisce loro di vedere la luce. 

Certo. Se non sono rari i casi di neonati rifiutati appena nati e considerati scarti da buttare, è una moltitudine quella dei bambini che vengono scartati prima di nascere.

E questo è l’abbandono supremo, perché prima che fisico è mentale: risiede nel pensiero, nella mente, nel cuore. Di questi bimbi viene cancellata anche la possibilità di essere guardati, si vogliono relegare nell’irrilevanza, come se non esistessero; di loro, come esseri umani a pieno titolo, non si deve parlare. Il loro scarto non è considerato uno scarto, ma un “diritto”; non è l’uccisione di un essere umano, ma una “scelta di libertà”; non è un gesto incivile, ma una “conquista”; non è un regresso ma un “progresso”. Perché? Perché non si vuole riconoscere nel concepito uno di noi. Le parole che scrisse il Cardinal Caffarra, devono farci riflettere a fondo e non solo di fronte ai casi di bimbi abbandonati appena nati e considerati scarti, ma anche di fronte al più drammatico, al supremo degli abbandoni: quello per la moltitudine di bimbi cui viene impedito di nascere.

C’è dunque un collegamento stretto tra l’aborto e abbandono di un neonato nel cassonetto o sul ciglio della strada?

Sì è il rifiuto dell’accoglienza di un altro, del figlio. Quel figlio nella sostanza è sempre lo stesso, sia che sia stato appena concepito, sia che sia appena nato, sia che abbia un mese o due o tre, o che abbia tre, quattro o cinque anni. È assurdo perché antiscientifico e irrazionale invocare l’aborto come alternativa al rifiuto brutale di bambini neonati. È solo un modo per noi adulti, grandi, benpensanti, di non esser disturbati dall’orrore a cui possono portare certi drammi esistenziali, ma se il tutto avviene nel grembo materno, non ci scomponiamo. 

Cosa rispondere a chi invoca la libertà della donna?

Che è un concetto falso di libertà perché intesa come facoltà di decidere qualsiasi comportamento ritenuto utile anche a costo di cancellare un altro. Ma così si viola anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo secondo cui il fondamento della libertà consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana. Quindi la libertà fa parte del contenuto della dignità umana, ma il fatto che essa sia affermata per tutti gli esseri umani implica che la dignità di tutti è posta a fondamento della libertà individuale. Perciò nel momento in cui ciascuno prende una decisione deve tenere conto della dignità altrui altrimenti la sua non è libertà, ma sopraffazione. La libertà ha un forte contenuto relazionale. Riconoscere l’altro come altro, come portatore di una dignità intrinseca e uguale a quella di colui che guarda dimostra che la libertà attiene ai rapporti tra gli uomini e che il suo vertice, la sua massima realizzazione è l’amore. 

E che dire a coloro che ritengono che il concepito non sia un altro, ma un “grumo di cellule”?

Che la scienza moderna dice esattamente il contrario e lo mostra con immagini e filmati chiarissimi. Si discute poi se sia un altro a pieno titolo, cioè se sia una persona. Ma ricorrere al concetto di persona per fare distinzioni in termini di valore tra esseri umani, è un’operazione antistorica e culturalmente violenta che contrasta con il principio di uguaglianza. In ogni caso il dubbio milita dalla parte della vita e non della sua soppressione.

Dunque?

È necessario ripartire da quello sguardo che riconosce nel figlio concepito uno di noi, sostenendo le maternità difficili così da restituire alle donne l’innato coraggio dell’accoglienza e condividendo la gioia del sì alla vita. Ne risulterebbe anche consolidata e rilanciata nella verità la cultura dei diritti dell’uomo che si fonda sul riconoscimento dell’inerente e uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana.




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