Disabilità

Ezio Bosso, la musica oltre la disabilità…

Ezio Bosso

Francesco Modeo, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

di Margherita Lapitelli, insegnante

La disabilità è un valore aggiunto per tutto il mondo. Una maestra di vita che ci conduce all’essenze di tutte le cose. Ne abbiamo testimonianze concrete proprio sotto i nostri occhi. Ne volete una? Ezio Bosso.

La percezione che si ha comunemente della disabilità è sempre a metà tra il buonismo e l’ipocrisia: sembra che la persona disabile sia sempre un infante bisognoso di cure e non un individuo che, al di là del limite dell’handicap, può dare il meglio di sé ed eccellere in quello che fa. Come se l’handicap investisse la persona in toto e la inghiottisse in un buco nero. Forse è ciò che a tutti fa comodo pensare. 

Eppure ci sono molte persone che, nonostante la presenza di un handicap, sopraggiunto o presente dalla nascita, lottano tenacemente per realizzare i loro sogni, trasformando il limite posto dall’handicap in un’occasione. È la storia di Ezio Bosso e di come abbia superato il dramma della malattia, della progressiva invalidità, e dell’handicap che hanno messo un limite nel corpo, ma mai nel cuore, nella mente, e nella sua capacità di cogliere il bello della realtà.

Pianista, direttore, compositore, divulgatore, promotore, organizzatore, Ezio Bosso ha incarnato un’idea di musica classica che si fa vicina alla gente, che diventa spettacolo, godimento e divertimento: Beethoven e Mozart proposti e raccontati in modo da poter essere amati, non come figure distanti e corrucciate. 

Bosso lo ha sempre fatto, nei teatri di tutta Europa, con le tante orchestre che lo hanno invitato, con quelle da lui create, o come testimone e ambasciatore internazionale dell’”Associazione Mozart14”, nata dalla famiglia Abbado per donare la musica a sofferenti ed emarginati. Ed avrebbe continuato a farlo con la Nona di Beethoven per l’Arena di Verona per il mese di agosto 2020, se non fosse stato stroncato, nel maggio 2020, da una malattia autoimmune neurodegenerativa di cui soffriva dal 2006, in piena pandemia da Covid, dopo aver vissuto per un lungo periodo difficoltà neuromotorie e una progressiva inabilità motoria fino a perdere l’uso di due dita della mano.

Nell’ultima intervista ha ribadito il suo invito: credere nell’Arte, nella poesia, nella forza della musica che nessuna pandemia può spegnere. Ascoltando The 12th Room (La dodicesima stanza, Egea), il suo doppio album, oppure partecipando ai suoi concerti viene da chiedersi cosa si celi nella sua musica. In essa si avvertono luce e oscurità, cadute e risalite come se ogni nota fosse un viaggio verso le profondità dell’anima, “testimonia paure e dischiude speranze”. Nella sua musica è la vita intera che parla, ancor di più da quando il pianista e compositore ha iniziato a convivere con la malattia e la disabilità. E proprio questa pienezza di vita a far sì che le composizioni di Bosso siano fra le più interessanti per il cinema (sue le colonne sonore dei film di Salvatores), la danza, e il teatro.

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Nonostante suoni da quando aveva quattro anni e abbia scritto decine di partiture, The 12th Room è incredibilmente la sua prima uscita discografica, come il punto di arrivo di un nuovo percorso, spirituale ed artistico. Lo stesso autore ne parla come di una “rivelazione”, un prendere coscienza, una ricerca di sé che significa “accettare sé stessi e quindi l’altro per la ricchezza che porta”. La stessa percezione del buio, cioè l’assenza di musica diventa occasione di rivelazione, non solo di privazione. Bosso dirà in più interviste che tutto è parte dell’esperienza, e che gli eventi, brutti o belli, costruiscono la storia e la persona: una storia dolorosa, gioiosa, allegra, triste…Vivere il problema come un’opportunità. E anche quando si è immersi nel buio, da quello nasce qualcosa: ogni esperienza che ci tocca come essere umani, dolorosa o meno, ci lascia un’eredità. “Soprattutto aiuta a liberarci dal pregiudizio di essere menomati e a percepirci come un’identità. Il nostro corpo, che è sempre più intelligente, lo impara prima di noi. Quando mi sono trovato a vivere in questa stanza buia, allora ho cominciato a chiedermi che cos’era».

Esperienze di vita che cambiano la persona e anche il modo di fare musica: “La musica è così: esprime quel che siamo, evolvendo con il nostro crescere. Nel mio caso, è cambiato anche il mio modo di percepire, di ascoltare, di suonare, perché ora devo farlo restando quasi in piedi. A detta dei miei colleghi, suono molto meglio ora: prima ero come un animale selvaggio, adesso ho una coscienza diversa. D’altra parte ascoltare Glenn Gould quando aveva 20 o 55 anni non è lo stesso: senti sempre quel suono che è suo, ma cogli anche sfumature diverse, perché dentro ogni nota mettiamo tutta la vita che abbiamo vissuto. In questo, la musica che io amo non è quella del sé, bensì quella che trascende noi stessi”.

La musica è diventata, per Bosso, uno strumento per affrontare le proprie difficoltà, i propri limiti in modo nuovo e più consapevole, più aperto all’ascolto, agli altri. E questo aprirsi diventa un modo per perdere una parte di sé accogliendo l’altro. Nel raccontare il modo con cui organizza lo studio delle proprie composizioni, Bosso racconta di avere avuto difficoltà nel comporre dopo l’insorgere della malattia, più che nel suonare. “E anche questo fa sì che la Sonata sia il brano più importante della mia esistenza: tutta la libertà che mi sono guadagnato, giuro che l’ho messa lì dentro. Dentro quella forma”. 

E questo sublimare la sua traumatica esperienza di vita attraverso la musica fa sì che questa assurga ad una funzione altissima, come ascoltiamo da un’intervista televisiva, in cui Bosso dirà che anche il silenzio nella musica diventa una parte fondamentale della partitura e l’armonia che si crea è un’armonia divina… Come a dire che tutto concorre al bene, e tutto nella natura è espressione del bello e del buono di Dio… anche la malattia.

A margine del brano d’apertura del suo primo Cd, leggiamo che per imparare bisogna perdersi, lasciare i pregiudizi e le paure…E questo perdersi fa paura perché significa mettersi in discussione, uscire da sé, guardare alle proprie fragilità. Ma solo questo consente di aprirsi alla novità, e non essere ingabbiati nella propria condizione. “Solo così impariamo. Solo così siamo liberi”.

L’esperienza umana ed artistica che Ezio Bosso ci ha lasciato deve partire proprio da questa considerazione: bisogna accogliere e ascoltare l’altro per decentrarci dai nostri problemi, compresa la disabilità. Ed è bello concludere con queste sue parole, pronunciate di fronte al Parlamento europeo: “La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”.




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