Scuola

di Piero del Bene, insegnante

Meglio o peggio di prima? Cosa salveremo della DDI…

10 Dicembre 2020

DDI

Ci abbiamo provato ed è stato un successo. Cosa? Il colloquio online con i genitori. La didattica digitale continua a riservare sorprese. Prima o poi torneremo in classe ma cosa ci avranno lasciato le lezioni smart?

Scrivo mentre ancora scorre tanta adrenalina nel mio sangue a seguito dei primi colloqui scuola famiglia interamente online della mia quasi ventennale carriera da insegnante. Tutti abbiamo partecipato da genitori, da insegnanti o da studenti alle lunghissime, interminabili file davanti alle porte delle aule per parlare col docente. Tutti o quasi, ci siamo lamentati. Quante volte abbiamo sentito dire, con rabbia, che bisogna cambiare metodo, che così non va bene, che non si possono prendere in ostaggio i genitori per sedute estenuanti di colloqui. Sappiamo di cosa si sta parlando. Il Covid ci ha risparmiato per questa volta una simile tortura. 

Con i colleghi abbiamo messo su, attraverso la piattaforma che usiamo per la didattica, un sistema di prenotazione e colloqui online. Ci siamo avvicinati timorosi all’evento. Con qualcuno ci siamo detti che probabilmente sarebbero sorti moltissimi problemi di qualsiasi genere. Ci aspettavamo un fiasco. “Prenoteranno?”, ci siamo chiesti. Forse sarebbe il caso di soprassedere per questa volta: più di qualcuno tra noi lo ha pensato. Siamo partiti. Il team digitale ha lavorato ad alcuni tutorial che sono stati distribuiti ai colleghi per la loro parte di competenza e alle famiglie per spiegare loro come dovessero muoversi. Arriva il giorno dei colloqui, partiamo e scopriamo che ci sono tutti coloro che si sono prenotati. Tre ore volate via entrando noi nelle case degli alunni e i loro genitori in quelle di noi docenti. Chi l’avrebbe mai detto! Tutto fila liscio, alla perfezione. Alcuni spunti di riflessione vengono lanciati dai genitori stessi: “Professore, meno male che c’è questa modalità, altrimenti si doveva uscire col tempaccio che c’è!”. “Prof. che bello! Niente più file, niente più vengo prima io”. “Prof, menomale che mi ha guidata mia figlia: mi ha letteralmente posta davanti allo schermo, ma è bello così!”. 

Quest’ultima considerazione mi ha portato alla riflessione che, nell’era digitale, le gerarchie generazionali sono completamente saltate: in questo campo sono i figli che insegnano ai genitori. I quali, evidentemente, avranno (dovranno avere) altro da insegnare ai loro figli e questa è una sfida epocale per la generazione degli adulti: se non devo più spiegare come ci si muove, cosa potrò testimoniare, insegnare? Ma vale anche la considerazione che, in questa situazione, la Scuola ha favorito, grazie anche al clima emergenziale che viviamo, uno strappo alle stanche abitudini dure a morire della maggior parte dei cittadini. Dalla cattedra, vale la pena chiedersi se in questa situazione si stia meglio o peggio di come si stava prima.

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In Gaudente et exultate, papa Francesco racconta che quando il cardinale Francesco Saverio Nguyên Van Thuân era in carcere, rinunciò a consumarsi nelle lamentele aspettando la liberazione. La sua scelta fu: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore»; e il modo con il quale si concretizzava questo era: «Afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario». Grato per questo esempio e considerato che viviamo o abbiamo vissuto dal punto di vista scolastico un tempo di cattività domestica, vorrei provare ad evitare di fare il lamentoso, che verrebbe molto facilmente, e cominciare a fare un’analisi ragionata di ciò che ci è capitato e per molti sta ancora avvenendo. Vorrei provare a svolgere l’esercizio di afferrare le occasioni che questo tempo storico ci sta offrendo. Si tratta di tenersi alla larga dagli estremi del campo. Coloro per i quali la Scuola andava bene come era, inorridiscono di fronte alla DDI. I fautori del cambiamento ad ogni costo, i seguaci del “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, volentieri, approfitterebbero della situazione presente per introdurre nel mondo della scuola italiana un nuovo ordine di idee. Va bene, siamo stati costretti alla didattica digitale. Siamo tutti d’accordo che quella in presenza sia migliore, soprattutto per quei docenti che sanno catturare l’attenzione degli studenti toccando corde profonde perché prima di tutto essi stessi sono in contatto con le proprie. Per gli altri non funziona la didattica in presenza e nemmeno quella digitale. Alessandro D’Avenia, docente e scrittore, con un’affermazione che per molti versi ha lasciato sorpresi, ha ricordato che: “La didattica a distanza, in molti casi, è il necrologio di un paziente moribondo, in molti altri casi è un’occasione di crescita straordinaria. Tutto dipende dalla relazione che avevamo prima con i ragazzi”. 

Il centro è la relazione che i docenti hanno con gli alunni: se è solida non sarà scalfita dalla DDI. Possiamo dire che un certo modo di fare scuola, stanco e sempre uguale a se stesso, contraddistinto da un continuo autocitarsi e perpetuarsi nel tempo, in questo momento storico è messo in grande discussione. Un’altra docente, anche lei giornalista e scrittrice, Paola Mastrocola, che in passato, in un libro dal significativo titolo “Togliamo il disturbo” aveva avuto parole pesantissime contro la deriva disfattista verso cui si incammina la nostra Scuola italiana, ha provato in questi giorni, a cogliere qualche lato positivo della didattica digitale che stiamo vivendo, sforzandosi di provare a vedere il “bicchiere mezzo pieno”. Un primo lato positivo, secondo lei, risiede nel fatto che la videolezione è registrabile e quindi replicabile, così lo studente la può bloccare quando ne ha bisogno, fosse anche solo per meditare su qualche concetto che ha appena ascoltato. “Per far bene una videolezione, un prof ci può mettere anche una settimana. E a quel punto può essere davvero una grande lezione”. A chi lamenta che gli studenti stiano sperimentando molta solitudine, la scrittrice risponde che “potremmo insegnar loro il lato buono della solitudine. Serve tantissimo a concentrarsi, a andar giù nel profondo delle cose, a studiare. Ecco, potremmo insegnare ai nostri figli e allievi a studiare!”. Ritorna qui, evidentemente, un suo vecchio tarlo secondo il quale i nostri studenti non studiano più perché figli di una società opulenta che non spinge ad andare nel profondo della realtà delle cose. Più interessante è la sua considerazione per la quale “Stare soli e sganciati aumenta il grado di libertà. Il lockdown potrebbe essere un tempo vuoto da riempire seguendo le proprie più intime inclinazioni”. L’esperienza ci dice che però i nostri giovani vanno aiutati a scendere nel profondo e l’emergenza sanitaria potrebbe, addirittura, rivelarsi un’alleata per questa missione.

Dal canto loro, i ragazzi mi raccontano di cosa si inventano per aiutarsi nei compiti e nelle interrogazioni online. Mi parlano di chat parallele sulle quali viaggiano risposte suggerite dai più bravi della classe ai compagni in interrogazione. Qualche collega ha notato una forma di nuova solidarietà digitale dei ragazzi della classe giustificata dalla pandemia. Di per sé non sarebbe niente male nemmeno questo risultato. Esso significa che, nel nuovo mondo, digitale ovviamente, avranno mezzi per cavarsela ma, quasi sicuramente, meno conoscenze. Chissà che ciò che stanno imparando “per imbrogliare” nell’epoca presente non diventi un requisito importante nel prossimo futuro. Il discorso della fiducia reciproca tra docente e allievo, però, crolla vertiginosamente in una scuola siffatta. Con esso cambia anche quello della valutazione che inevitabilmente, in presenza fisica, sarà rivisto e probabilmente vedrà dei cali nei voti. Ci sta. È da mettere in conto quest’anno.

E allora cosa si può salvare di questa esperienza che finirà? Torneremo in presenza, ci guarderemo negli occhi, leggeremo di nuovo il linguaggio dell’intero corpo e non solo del viso, ma saremmo dissennati se non portassimo con noi la novità delle lezioni smart che stiamo mettendo in essere. Come ha ricordato il Ministro dell’Istruzione: “La DDI entrerà comunque in classe” e le piattaforme parallele continueranno a sussistere per offrire di più. C’è da fare, poi, un pensiero serio a tutto ciò che circonda il mondo delle lezioni come i colloqui, i consigli, la produzione di certificati ed attestati: in questo ambito la digitalizzazione potrebbe davvero darci una mano come docenti ma anche come genitori. Mi raccontava una mamma che il suo datore di lavoro le ha concesso con grande facilità i dieci minuti per i colloqui online e non ha dovuto pregarlo come al solito per avere le ore di “permesso” per parteciparvi. Considerato che non tutti i lavoratori possono accedere a questo tipo di agevolazione e che questo è un male soprattutto della nostra Italia, questa nuova opportunità potrebbe diventare provvidenziale. Staremo a vedere. Il cammino è lungo. Nel frattempo, viviamo l’attimo presente, colmandolo d’amore.




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