Crisi coniugale

“Pensavo di potermi costruire un’altra famiglia. Poi ho capito che mi mancava la mia”

di Giovanni e Roberta Casaroli, di Retrouvaille Italia

Una storia di morte e resurrezione che proviene dal Programma Retrouvaille: «Lessi di un poeta che scrisse: “Pensavo di non avere nulla, ma ho dovuto provare l'inferno per rendermi conto di essere stato in Paradiso”. Fu la frase che in quel periodo mi diede una scossa... ma a quel punto, cosa potevo fare per tornare da mia moglie?».

L’amore non si spiega. Non c’è una ragione che spiega l’amore. L’unica cosa che possiamo dire con certezza è che il cammino dell’amore non è una fusione, non è appoggiarsi l’uno all’altro per stare in piedi, ma è il dono di due persone distinte che sanno stare in piedi autonomamente e camminano una accanto all’altra verso la stessa direzione. Tutto questo può iniziare da un sentimento, ma si nutre di scelte. La storia che stiamo per raccontare ci insegna che c’è sempre una secondo possibilità per coloro che decidono razionalmente di stare insieme e di alimentare l’amore.

BRUNO

Elsa era la figlia della governante dei genitori del mio amico secchione, da cui mi recavo a studiare ai tempi delle medie. Mi era decisamente indifferente, anzi mi era quasi antipatica, dato che parlava poco, salutava a malapena e aveva atteggiamenti da snob. Finite le medie, io e il mio amico abbiamo intrapreso strade diverse, per cui ci siamo persi di vista e con lui ho perso di vista anche Elsa. 

ELSA

Era la fine degli anni Ottanta quando Bruno, spinto dalla signora dove mia mamma continuava a lavorare, mi telefonò per chiedermi se ero disponibile a un incontro. Quella telefonata mi lasciò alquanto perplessa, ma non indifferente. Ero incuriosita dalla proposta e, non avendo relazioni stabili in quel momento, accettai. Quella serata trascorse allegramente e il tempo volò, tanto che rientrando Bruno mi disse: «Allora ci si può rivedere?». Incominciammo a vederci settimanalmente e poi gli incontri aumentarono. Bruno era molto simpatico, loquace e mi metteva di buon umore. Si era appena laureato e la passione che metteva nel curare gli animali era straordinaria. Si avvicinava a me sempre con grande dolcezza. Tutto questo mi aveva fatto innamorare. Facevamo lunghe passeggiate, parlando di ogni cosa, ridendo spesso, e il tempo volava. Mi sentivo amata e protetta. Quando ci siamo sposati, ero felice di avere una casa tutta nostra, m’immaginavo una vita serena e piena di interessi. Quando Bruno arrivava la sera, ero felice di vederlo e mi sentivo completa e appagata vicino a lui.

BRUNO

Elsa e io siamo arrivati al matrimonio con naturalezza, ci amavamo molto, non discutevamo mai e anche i momenti che precedettero il matrimonio li abbiamo trascorsi con la certezza che quell’avvenire lo desideravamo insieme. Non vedevo l’ora che arrivasse la sera per vederla, stare con lei, parlare con lei. Mi sentivo appagato e realizzato in quell’amore che sentivo e che ricevevo nei semplici gesti quotidiani della vita familiare. Finalmente le mie giornate avevano un senso: il mio scopo era quello di realizzarmi nella famiglia e per fare ciò era necessaria la presenza di Elsa, perché con lei tutto diventava semplice e luminoso. 

ELSA

Con l’andare del tempo la situazione è cambiata. Il Bruno che io pensavo di conoscere, allegro e aperto, che faceva ridere tutti gli amici, era tra le mura di casa nostra ben diverso, soprattutto diverso da come io lo volevo. Il cambiamento per me è diventato palese con la nascita di nostro figlio. Il piccolo aveva pochi giorni e a ogni pasto smetteva di mangiare di colpo, si inarcava e iniziava a piangere. Ero esasperata da questa situazione. Dopo innumerevoli visite dal pediatra e da specialisti vari, la situazione non migliorava. Bruno era nervosissimo e non riuscivo a parlarci. Lo aspettavo per cena, ma lui mangiava velocissimo e si isolava tra computer e tv e non parlavamo più come un tempo. Condivideva con me la scelta dell’auto o qualche altro problema finanziario, ma non le preoccupazioni per il bambino. Bruno mi stava deludendo sotto molti aspetti. Mi sentivo sola e insoddisfatta della vita che conducevo; le mie aspettative sul nostro matrimonio si stavano frantumando giorno per giorno dentro quella monotonia di gesti, pensieri e nel vuoto interiore che provavo. Le giornate trascorrevano silenziosamente, non c’erano litigi tra noi, ma una profonda incomprensione fatta di un non detto che serviva per scongiurare il litigio. Tutto mi allontanava da Bruno.

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BRUNO

Il tempo, la routine, la sedentarietà, la stanchezza delle giornate lavorative, le piccole e grandi frustrazioni quotidiane e i problemi sorti con la nascita di nostro figlio ci hanno allontanato. La persona che avevo sposato non mi capiva, per lei tutto era dovuto e se facevo qualcosa, non andava mai bene. Non c’era la critica esplicita, ma l’atteggiamento di distacco e delusione erano sempre e comunque le costanti del nostro rapporto. Di sera non avevo alcuna voglia di parlare: non era più importante raccontare a Elsa della giornata trascorsa; al limite le raccontavo di qualche arrabbiatura, usando sempre il tono infuocato dell’ira, che non creava dialogo, ma qualche suo commento sarcastico. E quando mi isolavo tra computer e tv in zapping veloci, Elsa pronunciava la fatidica frase: «Beh, io sono stanca e vado a dormire, buona notte… a domani». Mi lasciava totalmente indifferente. D’altra parte anch’io a casa non mi sentivo più considerato, ma solo. Percepivo il disagio di Elsa, ma dentro di me prevaleva il pensiero egocentrico che ero fatto così, perché lei non mi capiva? Perché mi criticava per i miei modi di stare con gli altri? Perché non ascoltava quando le raccontavo dei miei dubbi? Stavo meglio al lavoro, dove mi realizzavo, dove ero qualcuno, dove ero importante. Così, nel tempo, mi sono invaghito di un’altra donna, per la quale ero tutto questo. Era come se fosse caduta dal cielo la mia donna perfetta. Lei era sempre presente al lavoro, mi chiedeva come stavo, aveva sempre un atteggiamento positivo sulle cose, cercava di propormi soluzioni ai problemi, era la mia valvola di sfogo e mi dava una felicità che non provavo da molto tempo. A poco a poco il suo pensiero iniziò a presentarsi spesso nella mia mente, con l’immagine del suo sorriso. Era come trovarmi in una favola, Io riconoscevo, ma molto bella e intrigante. A mano a mano che passava il tempo, però, questa favola diventava sempre più realistica e concreta. In un vero momento di follia pura, ho deciso di lasciare Elsa e nostro figlio per cercare di ricreare, con questa persona, quel clima d’amore che nella mia famiglia non c’era più. Non pensavo al dopo, a cosa sarebbe potuto succedere. Era il mio angelo caduto dal cielo, era la mia nuova speranza di una vita diversa, da cogliere al volo, come la fortuna.

ELSA

Quando, qualche giorno dopo le feste di Natale, Bruno mi diede la notizia che c’era un’altra, per me fu un colpo durissimo, una vera violenza. Nonostante i problemi del quotidiano, pensavo fossimo una famiglia normale, come ce ne sono tante. Non mi aspettavo certamente questo. Sono caduta dalle nuvole, trovandomi in una realtà molto angosciante. La persona che avevo felicemente sposato anni prima, mi aveva appena detto non sei più importante, non conti più nulla. Presi l’automobile, erano le tre del mattino, e non so quanti chilometri percorsi senza una meta. Ero infuriata con Bruno, non volevo più vederlo, mi aveva rifiutata per un’altra. Ero arrabbiata con lui e con me stessa perché non ero riuscita a fargli capire quanto io ero importante. Era uno sciocco, presuntuoso ed egoista. Rientrai a casa proponendogli di ripensarci, ma dopo una settimana in cui non parlavamo se non per litigare, Bruno un sabato mattina si preparò la valigia e uscendo disse: «Vado da mia madre per un po’, credo sia meglio per tutti». Restai senza parole: vederlo uscire da casa con quella valigia fu un colpo duro per il mio ego, anche se qualche giorno dopo incominciai ad apprezzare l’essere sola con mio figlio: l’aria che si respirava era più leggera, il peso di sopportare silenzi e musi duri non c’era più. La scelta che Bruno aveva fatto non dipendeva da me, era sua e come tale volli mettere subito in chiaro la nostra separazione. Il mese successivo eravamo dall’avvocato per concordare la nostra separazione consensuale e a luglio dello stesso anno eravamo dal giudice a confermarla.

BRUNO

Ho goduto poco della mia ritrovata libertà e sono piombato nel periodo più brutto e oscuro della mia vita. Il dolore per le scelte sbagliate e per il male inferto a tutti coloro che mi circondavano mi ha gettato nello sconforto. La storia con questa nuova compagna durò a malapena sei mesi, durante i quali, gradatamente, emersero le differenze fondamentali legate innanzitutto alla differente età: lei aveva molti anni in meno, non era sposata ed era in cerca di occupazione stabile. Io avevo gettato tutto ciò che in undici anni di matrimonio avevo costruito con Elsa, per lei. A distanza di tempo capii che si trattava dello scontro tra due mondi che erano cresciuti all’ombra dell’infatuazione e dell’innamoramento. Inizialmente si trattava di piccole incomprensioni, ma nel breve trascorrere di un’estate diventarono scontri accesi e diverbi. Quando lei mi chiese di chiudere il rapporto, pur trovandomi in grave difficoltà emotiva, lo accolsi con la fatidica frase: se tu ora esci da quella porta, non mi cercare più. Trascorsi alcuni mesi sperando in un suo ritorno, pensando e ripensando a dove avevo sbagliato, dandomi la colpa di tutto. Incominciai a frequentare compagnie di separati, a uscire tutte le sere per non sentire il vuoto, a intraprendere relazioni fugaci per strapparmi di dosso quel mantello pesante che si chiama solitudine. Trascorsi un anno in questo limbo di apparenze, di sorrisi e risate strappate per non sentirmi solo e spesso, nel bel mezzo della serata, faceva capolino la domanda: “Che ci fai qui?”. Avete presente la silent disco? Ecco, era come se io indossassi delle cuffie per creare il caos intorno a me, ma non appena le toglievo, era lo stesso insopportabile silenzio a circondarmi. Non scorderò mai la solitudine di quella casa in affitto, colmata soltanto dai dirompenti ricordi. La presa di coscienza degli errori commessi mi stava soffocando, il mio egocentrismo mi aveva portato a non avere più nulla: come potevo avere ancora fiducia nella vita e nel futuro? Lessi di un poeta che scrisse: «Pensavo di non avere nulla, ma ho dovuto provare l’inferno per rendermi conto di essere stato in Paradiso». Fu la frase che in quel periodo mi diede una scossa… ma a quel punto, cosa potevo fare?

ELSA

Dopo l’impatto iniziale della separazione ho provato un senso di liberazione, come se un peso mi fosse caduto dalle spalle, perché l’incomprensione che mi aveva logorato ed estenuato per lungo tempo era finita. Solo dopo qualche mese ho incominciato a sentire la solitudine. In quei giorni bui, nei quali ho provato una profonda tristezza, mi sono resa conto di essere una persona difficile, che non sa accettare le proprie debolezze e di conseguenza neanche quelle degli altri. Mi sono resa conto di aver riversato su Bruno il mio desiderio di essere la migliore in ciò che facevo. All’inizio non badavo a questo, semplicemente consideravo Bruno un po’ infantile e perciò tendevo a sistemare da sola ogni cosa. Con la nascita di nostro figlio e con i suoi problemi, però, non ce l’ho più fatta a fare tutto. L’essere madre era un compito nuovo, che non conoscevo, e il fatto di trovarmi indecisa e insicura l’ho riversato su Bruno, cercando in lui quello che io, con rabbia verso me stessa, non ero in grado di comprendere e affrontare. L’ho subdolamente attaccato per renderlo più simile a me. Il punto è che cercare di plasmare a nostra immagine e somiglianza chi ci circonda non unisce, ma allontana. Incominciai a sentire la mancanza di Bruno e del suo entusiasmo per le piccole cose della vita quotidiana, come il fare la spesa insieme, la ricerca del tappeto per la casa nuova… E mentre ero immersa nei miei pensieri, come caduto dal cielo, arrivò un collega di lavoro che, fermamente convinto dell’indissolubilità del Sacramento del matrimonio, mi propose di provare a intraprendere il Programma Retrouvaille.

BRUNO

Erano trascorsi ormai tre anni e mezzo dalla separazione e la consapevolezza che non desideravo un’altra famiglia era divenuta certezza. Un giorno passò da me al lavoro il collega di Elsa, che conobbi tanto tempo prima a una serata di beneficenza nella sua parrocchia, e mi lasciò una busta sulla quale c’era scritto: «Può essere un’alternativa». Nel mio squallido e buio due camere con angolo cottura, aprii la busta e vi trovai il dépliant di Retrouvaille: lo lessi e lo posai sul mobile della cucina. Come potevo… Con quale faccia avrei potuto chiedere a Elsa di partecipare? I ricordi dei nostri trascorsi, ciò che avevamo fatto insieme agli inizi del nostro rapporto, erano luccicanti nei miei pensieri e si facevano sempre più presenti quando nostro figlio era con me. Per due settimane quel dépliant restò sul mobile, poi mi venne l’istinto di proporre a Elsa di mangiare una pizza tutti insieme per la festa del papà. Quella fu la prima volta, dopo tre anni e mezzo, che noi tre eravamo ancora insieme. Dissi a Elsa del dépliant e lei annuì, ma non disse nulla. A fine serata glielo proposi esplicitamente e lei disse: «Vediamo». Era come se un po’ di luce entrasse nuovamente nella mia esistenza. Decidemmo di partecipare al weekend di Retrouvaille nel gennaio del 2005 e ad agosto dello stesso anno ritornammo a vivere tutti sotto lo stesso tetto. La nostra crisi è iniziata subdola e sorniona, come un’ombra strisciante che copre la luce del sole; lentamente abbiamo iniziato a non comunicarci ciò che provavamo, a nascondere i nostri sentimenti, per paura del giudizio e di essere rifiutati. All’inizio le incomprensioni possono essere piccole, ma poi l’egoismo prende il sopravvento e la persona che hai accanto rischia di diventare il tuo peggior nemico, perché ti opprime, ti schiaccia, ti leva la libertà di essere felice. Abbiamo capito che la nostra storia di incomprensione, che ha avuto come culmine la separazione, è nata molto tempo prima, senza che ce ne accorgessimo, considerando questi piccoli e fastidiosi eventi come normali e comuni a tutte le coppie sposate. Siamo caduti dalle nuvole: per non essere felici non occorre necessariamente attraversare grandi sciagure, e occorrono umiltà e un profondo lavoro di coppia perché ciò non accada.

ELSA

In passato mi sono lamentata che nella mia vita mancava il vero amore e che Bruno non mi capiva, ma adesso comprendo che io per lungo tempo, per timidezza ed egoismo, avevo tenuto chiuse le porte del cuore. Con il percorso di Retrouvaille le incomprensioni, i risentimenti e anche i litigi non sono magicamente spariti né noi siamo diventati migliori, ma abbiamo imparato a conoscere le nostre differenze e a gestire i conflitti in modo costruttivo. Non abbiamo semplicemente deciso che potevamo far finta di nulla o metterci una pietra sopra. Abbiamo dovuto scavare profondamente dentro di noi per arrivare a ridere ancora insieme. Credo che nessuno di noi due sia realmente cambiato per l’altro, mentre è radicalmente cambiato il modo di ascoltare e il modo di dire cosa proviamo. Non viviamo su una nuvoletta rosa dove tutto è perfetto, perché la vita di tutti i giorni è piena di piccole e grandi incomprensioni, che talvolta ci esasperano o ci lasciano ferite profonde. Tuttavia chiedo sempre al Signore di darmi la forza di dire ogni giorno a Bruno : dimmi di più! Per poter pensare: ora so qualcosa di te che non conoscevo. Una cosa che può essere bella per te può anche essere spiacevole per me, ma fa parte di te. Con molta serenità e proprio perché abbiamo preso la decisione di amarci, possiamo affermare che oggi siamo una coppia nuova, con la gioia di vivere l’uno accanto all’altra, in una dimensione completamente rinnovata e che cresce sempre, giorno dopo giorno.

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