Scuola

di Piero del Bene, insegnante

C’è un desaparecido tra i nostri ragazzi: il sonno…

9 Febbraio 2021

dormire

All’epoca del terremoto con epicentro presso l’Aquila, mi stupì una ragazzina, abitante in un paesino dell’alto casertano, dove allora insegnavo, che mi riferiva di averlo sentito perché era sveglia a scambiare sms con le compagne. Ricordo che il terremoto fu avvertito alle tre e mezza di notte! Che ci fa una ragazzina sveglia a quell’ora?

Più passano gli anni e più gli alunni diventano pallidi. In classe, anno dopo anno, li vedi sempre più bianchi, con gli occhi meno vispi, la stanchezza sempre più evidente. Anche alle prime ore di lezione. Soprattutto alle prime ore di lezione. Come ha scritto Marco Magrini in un suo libro dedicato alla divulgazione delle nostre ultime conoscenze sul cervello, la scoperta della lampadina elettrica ad opera di Thomas Alva Edison, ha cambiato radicalmente il mondo. Ha consentito, per esempio, a miliardi di persone, di disporre a proprio piacimento di tutte le 24 ore. Si tratta di un’esperienza che agli uomini vissuti prima di tale scoperta non era concessa. Poi è arrivata la Tv nelle ore serali. A noi bambini era però richiesto di andare a dormire “dopo Carosello”, alle 20:30. Infine sono comparsi i computer e gli smartphone che trattengono ben oltre quell’orario. Il grande desaparecido è, evidentemente, il sonno. Le ore dedicate al sonno dai nostri ragazzi sono troppo limitate e questo si vede in classe, la mattina, tra l’altro in una società che ci impone di cominciare le lezioni alle ore 8 per garantirci il sabato libero!

All’epoca del terremoto con epicentro presso l’Aquila, mi stupì una ragazzina, abitante in un paesino dell’alto casertano, dove allora insegnavo, che mi riferiva di averlo sentito perché era sveglia a scambiare sms con le compagne. Ricordo che il terremoto fu avvertito alle tre e mezza di notte! Ma allora quelle studentesse erano ancora una rarità. È arrivato poi Amici che, in certe annate, mandava i telespettatori, tutti o quasi ragazzi, a dormire, la domenica sera, all’una di notte se non più tardi. Il lunedì alle prime ore era impensabile fare lezione. Semplicemente non erano connessi. Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria escalation con le TV on demand e i computer o smartphone in cameretta. In certe classi di scuola media, la maggior parte degli studenti non si addormenta prima delle due di notte. La mattina successiva alle otto arrivano cadaverici a scuola. Qualcuno si accascia sul banco perché non ce la fa. Chiedono di andare in bagno a buttarsi dell’acqua sul viso, ma l’esito non può essere miracoloso. Spesso i genitori, interpellati, sono ignari. Credono che i loro figli dormano nella loro cameretta. Un papà addirittura, una volta, sottopose il figlio ad accertamenti medici perché lo vedeva svagato e troppo stanco. Solo in seguito scoprì la realtà: passava le nottate con la play station in competizione con alcuni compagni. Ultimamente, un alunno è svenuto in classe perché la notte precedente si era trattenuto al gioco fino alle 3 e mezza.

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Il sonno non è ritenuto in generale, molto essenziale. Alcuni degli uomini più influenti dell’epoca moderna fanno sfoggio delle loro “3 o 4 ore di sonno” per notte. Lo stesso Edison sembrò trionfare quando affermò che il sonno “è una folle perdita di tempo e un’eredità dei tempi delle caverne”. Un secolo e mezzo più tardi, tuttavia, le neuroscienze gli darebbero torto. Oggi sappiamo che, con poche ore di sonno, il cervello funziona peggio, commette errori, è maggiormente irritabile, è sicuramente meno creativo. Se la carenza di sonno è esagerata, potrebbe anche causare la morte. Ai miei alunni, per spiegare la funzione fondamentale del sonno, ricordo che si studia di giorno, si fanno esperienze di giorno, ma si impara di notte, quando il nostro cervello seleziona le esperienze più significative e le trasforma in conoscenza, eliminando i ricordi inutili. In poche parole, la cosa migliore che, generalmente, si può fare di notte, è dormire. Anche perché questa “inutile” attività che si dovrebbe estendere in un tempo lungo circa un terzo della nostra esistenza, è strettamente connessa con l’attenzione, cioè la capacità di stare concentrati su un compito, un lavoro, una discussione.

Bisogna distinguere, infatti, tra l’attenzione automatica, come può essere per esempio voltarsi sentendo pronunciare il proprio nome, e l’attenzione volontaria come può essere decidere di leggere questo articolo. Le due cose, evidentemente, possono arrivare a confliggere addirittura. È dimostrato, per esempio, che le interruzioni da telefonate, email, whatsAppate ed altre cose simili interferiscono negativamente sull’apprendimento di uno studente e riducono la produttività di un lavoro fino al 40%. Ma da questa situazione si potrebbe migliorare, se uno volesse. Attraverso il sistema della ricompensa e gli sforzi successivi. Il primo di questi, per migliorare il proprio grado di attenzione, è disconnettersi per qualche ora dai flussi informativi che arrivano dagli smartphone, vere e proprie armi di distrazione di massa. È stato dimostrato, per esempio, che il multitasking aumenta il livello dello stress. Molti di noi c’erano arrivati. Il fatto è che è stato dimostrato anche che si fa di meno e in più tempo in questa modalità di lavoro. Il nostro cervello, contrariamente a quanto si comincia a credere, non è un computer.

Se si vuole apprendere o imparare, occorre quella concentrazione che scaturisce da un atto di volontà. C’è una considerazione che cerco di far passare ai ragazzi, dalla cattedra. L’attenzione sarà un importante fattore–chiave della competizione. Secondo Cal Newport, come ha scritto nel suo libro Deep work, i cervelli che sono in grado di allontanare le distrazioni avranno maggiore successo nella nuova economia perché il lavoro intellettuale diventerà ancora più prevalente, ma anche e soprattutto, perché la capacità di concentrazione sta diventando materiale sempre più raro. Ai ragazzi dico sempre: “Provate ad immaginare un chirurgo che dopo aver aperto il corpo di un paziente non riesce a mantenersi concentrato. È sempre meno strano che ci si dimentichi attrezzi nei corpi dei pazienti!”.

Questo discorso, che dovrebbe interessare genitori, formatori ma anche chi guida uno Stato, risulta, tuttavia, sempre più controcorrente, sempre meno compreso e condiviso. Il motivo è legato evidentemente ad esigenze economiche immediate. È legato cioè al guadagno di tutti quegli attori che speculano sul mondo della notte, di tutti coloro, i singoli gestori, che hanno molto da guadagnare economicamente dal fatto che i nostri giovani stiano svegli di notte. La comunità nel suo complesso, invece, evidentemente, non ha molto da guadagnarci. 

Succede, così, che la semplice possibilità di stare svegli la notte venga trasformata in un diritto da pretendere di esercitare. Un amico, papà e collega insegnante, ultimamente, durante un colloquio fraterno, mi diceva di aver trovato nel lockdown un inatteso alleato nella sua battaglia quotidiana contro le nottate fuori casa della figlia ventunenne. Vederla a casa entro le ventidue è per lui e la moglie fonte di tranquillità. Prima, invece, gli risultava impossibile pretendere il rientro a casa in ore umane. “I miei amici sono tutti fuori a quest’ora!” era la risposta della figlia. Come dare torto a questi genitori? Un altro papà sconsolato, ci raccontava, qualche tempo fa, di non concepire la vita del figlio che rientrava all’alba. “Non posso più chiedergli nulla. Gli avevo chiesto la laurea e me l’ha portata”. Questa riflessione mi ha sempre colpito per diversi motivi. Quella laurea è stata presa per il papà? Non ha nulla a che vedere con lo sviluppo della vita futura di quel figlio? Si può considerare a posto, quel ragazzo, solo perché ha il pezzo di carta? E poi, l’ultima domanda, quella che più mi interpella: che progetti ha quel ragazzo per la sua vita? Ne ha qualcuno? Ma qui sconfiniamo nell’ipertrofia del presente che imprigiona i nostri giovani. Per essi, l’importante accade stanotte e non va costruito. Chissà che l’emergenza sanitaria non ci convinca diversamente! Sembra di no, comunque. Da qui nasce l’interpellanza al mondo degli adulti, educatori ad ogni livello: stiamo passando un’idea progettuale della propria vita a questi ragazzi? Per i genitori che vivono la fede, poi, la domanda è ancora più stringente: c’è spazio in queste pretese notturne per una ricerca vocazionale seppur minima?

Qualche anno fa, una canzone di Dolcenera, Siamo tutti là fuori, cercò di raccontare questo mondo dal punto di vista dei ragazzi. “Siamo di qua, siamo di là. Siamo dove ci va… Siamo tutti là fuori in attesa di vivere un sogno incredibile” perché essi, i sogni, ci devono raggiungere dove stiamo, non vanno inseguiti. “Stanotte sì sono così, come mi capita e voglio fare quello che mi va.” Non quello che è giusto. Salvo poi restare con l’amaro in bocca. Fu la cantautrice stessa a notarlo nella stessa canzone, quando cantava che: “Non c’è modo di parcheggiare l’anima…Siamo voci in un bar qualche volta in disparte, a piangere, ridere, credere, vivere”.

È il mondo di noi adulti, evidentemente, a dover raccogliere questo appello. Ultimamente, parlando con una mamma raccontavamo dell’incapacità del figlio di stare sveglio e attento durante le lezioni. I suoi compagni di classe avevano raccontato di come il loro amico stesse sveglio tutta la notte impegnato col cellulare e i videogiochi. La mamma sapeva ma, sconsolata, chiosava: “Che ci posso fare? Io di giorno lavoro e di notte ho bisogno di dormire. Non ho un marito che mi dia una mano e non riesco a controllare l’attività del figlio!” il quale, di pomeriggio si addormenta, si sveglia la sera e ricomincia. Chi lo salverà?




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