Autolesionismo

di Miriam Incurvati, psicologa

Tagliarsi: genitori accompagnate i vostri figli dentro il dolore

3 Marzo 2021

tristezza

Si chiama cutting, il nome inglese per dire autolesionismo. È un fenomeno esponenzialmente aumentato negli ultimi 10 anni e ancora di più nell’epoca della pandemia. Come interpretare il comportamento di un giovane che si taglia?

Oggi affronteremo un tema doloroso. Dalla redazione mi hanno chiesto di scrivere in merito al cutting, dunque ai comportamenti autolesionistici dei ragazzi. Ci addentreremo in questo terreno faticoso con molta cautela. Non desideriamo cercare colpevoli, né tanto meno affrontare un tema di estrema complessità con banali osservazioni dall’esterno. Ho voluto invece, fornire una possibile lettura del fenomeno. Tanto si può ritrovare online sull’argomento, pertanto si rimanda ad altri siti per più completi approfondimenti. Io mi soffermerò solo su pochi aspetti.

L’autolesionismo è il danneggiamento del proprio corpo con lesioni autoinflitte dirette e intenzionali. È un fenomeno esponenzialmente aumentato negli ultimi 10 anni. Ne soffrono soprattutto adolescenti e giovani adulti, con un’incidenza del 15-20% (Ross et al., 2002), mentre tra gli adulti la percentuale si attesta al 6% (Briere & Gil, 1998; Klonsky, 2011). Durante la pandemia, situazioni di disagio come è noto si ingigantiscono. L’isolamento, la paura dell’altro e di prendere la malattia, il distanziamento sociale, la didattica da casa, tutto questo forte stress prolungato nel tempo, agisce con un’enorme pressione su una mente già sofferente. Per questo, il cutting è spesso associato a quadri diagnostici complessi, come i pazienti borderline. Tuttavia, oggi siamo di fronte anche ad altri scenari, si registra infatti un ricorso notevole a questo tipo di pratiche. Si potrebbe quasi parlare di una moda: in rete si moltiplicano immagini e siti dedicati a questo tipo di comportamento. L’orecchio dei nostri giovani sembra quasi essersi abituato, ne parlano con leggerezza, lo etichettano come “cosa che capita”. E di rimpetto, noi adulti guardiamo sgomenti, una gioventù che ci appare incomprensibile. 

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Balza agli occhi questa incomunicabilità. Tanti attori che sembrano provenire da mondi così distanti, quasi come avessero dimenticato che pochi anni prima erano abitanti affiatati delle stesse famiglie. Allora cosa è successo? Come è possibile che un quattordicenne non parli più la lingua dei suoi genitori? Ed ecco che gli studiosi si sono ampiamente preoccupati di cercare risposte a queste domande. Come codificare il messaggio autolesionistico, come interpretare il comportamento di un giovane?

Teniamo in considerazione il presupposto per cui l’essere umano non invia messaggi solo con le parole, ma anche con il corpo. Pensate che la non verbale corrisponde al 55% della comunicazione, la paraverbale (tono, ritmo, timbro della voce) al 38% e solo il 7% alla verbale. Pertanto, consideriamo anche il cutting come una modalità per inviare messaggi. Può costituire una forma di comunicazione del proprio disagio. I tagli, le bende, i resti visibili sul corpo di un gesto fatto in privato, permettono quasi come in una magia, alla sofferenza interiore di risultare visibile agli occhi degli altri (Klonsky, 2007).

Sembra tutto paradossale, nell’era del digitale, nell’anno in cui è aumentato drasticamente il tempo trascorso in Rete, simili gesti sembrano denunciare una enorme contraddizione: il virtuale nega un corpo che reclama la sua regalità. Nella stagione della vita più carica di cambiamenti fisici (ormonali, genitali, cerebrali), in un tempo nel quale il corpo brama di incontrarsi con l’altro (nell’amicizia, nei primi amori, con la distanza dai genitori) la nostra società li ha rintanati in un virtuale spesso incapace di rispondere ai bisogni fondamentali. Per questo, mi sembra di intercettare un messaggio in codice, una corporeità tradita che urla il suo dolore. Propongo allora a tutti noi adulti di metterci in ascolto, di saper osservare. Se vogliono farsi vedere, e allora guardiamoli. Se vogliono farsi sentire, ascoltiamoli. 

Dal mio piccolo osservatorio speciale, il mio studio di psicoterapia a Roma, a volte ho la sensazione che vivano di sensazionalismi. Forse pensano che più alzano il tiro, più l’adulto li guarda. Vorrei dire che non è necessario. Vorrei dire a tutti noi adulti, forza alziamo il viso, guardiamoli, prima che si facciano del male. Passiamogli il messaggio che non servono gesti eclatanti, loro sono importanti per ben altro, già solo per le loro uniche ed irripetibili qualità. Informatevi dell’ordinario, valorizzate la loro esclusività. 

Se il canale che hanno bisogno di usare è il corpo, assecondiamo questo sacrosanto bisogno, torniamo anche noi ad usarlo, proprio come quando erano bambini. Basta chat di famiglia ma tornate a guardarvi negli occhi mentre cenate a tavola. Basta audio messaggi con le indicazioni per la giornata. Basta trinceramenti dietro: “Sta in adolescenza non gli si può parlare”. Ogni tempo è buono per incontrarsi, per costruire dimensioni relazionali. 

Accompagnateli fin dentro il dolore. Alcuni di loro, figli di una società mediatica che gli nega la morte, sono impauriti e spaesati di fronte alla malattia, al Covid, alle perdite di nonni o cari amici. Siamo tutti inermi di fronte ai grandi temi. Ma i giovani vanno accompagnati ancora di più. Sono il nostro futuro, vanno accompagnato sin da ora. Accompagnati e non sostituiti. Basta telefonate assillanti, modalità eccessivamente controllanti e basta ancora permettergli di non vedere il dolore. L’esposizione graduale e supportata ai mali naturali della vita li prepara a confrontarsi, a rimanere nel reale e a viverlo pienamente.




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