Scuola

di Piero del Bene

Noi insegnanti padri dei nostri alunni come san Giuseppe…

10 Marzo 2021

Padri e insegnanti non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio oppure si firma un contratto, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui, di loro. San Giuseppe ci ricorda che “tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti”.

Per motivi legati ad una testimonianza che mi è stata chiesta, mi sono imbattuto ultimamente nella lettera di papa Francesco Patris Corde, con la quale il pontefice argentino ha indetto l’anno “Giuseppino”, cioè l’anno di riflessione dedicato a san Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Avevo pensato di estrapolare da quella lettura una riflessione sull’essere insegnanti. Contemporaneamente venivano pubblicati gli esiti di una ricerca statistica secondo la quale, detto in poche parole, la scuola non funziona più come ascensore sociale. Sembra che in Italia imparino e si laureino solo i figli di coloro che già hanno alle spalle un cammino di formazione scolastica strutturato. Anche questo è un argomento terribile, da affrontare in ambito di riflessione sulle finalità della Scuola. Dovremmo farlo noi insegnanti. Dovrebbe farlo lo Stato che pure spende una grande quantità di fondi per garantire una formazione decente ai propri futuri cittadini.

Dalla cattedra digitale, tuttavia, negli ultimi giorni, mi sono arrivate delle sollecitazioni che mi hanno portato altrove. Hanno iniziato alcuni miei alunni venerdì scorso. Alle ore 9.00 del mattino, mentre io me li aspettavo pimpanti e pronti, mi sono trovato di fronte ad una schermata di facce smunte con un mosaico di occhi spenti e tristi. Mi son detto che forse a fine settimana un poco di stanchezza ci può anche stare. Ho provato con qualche battuta a tirarli in vita senza esito. Abbiamo iniziato la lezione. I più bravi sono anche riusciti a seguire. Ma c’era evidentemente qualcosa che non andava. Ad un certo punto ho formulato una domanda ad uno dei miei ragazzi. Di fronte alla sua non risposta ho chiesto cosa stesse succedendo e lui, con un candore straordinario, mi ha detto che basta, non ne aveva più voglia. Si sta lasciando andare: infondo a cosa serve questa “cosa” ha detto riferendosi alla didattica a distanza. Avrei voluto uscire dal suo schermo per scompigliargli un poco i capelli, per cercare un contatto, per dare una pacca, ma questo evidentemente non è possibile. 

Lo stesso giorno una collega mi gira un post di un’altra collega che raccontava di aver vissuto uno dei giorni più intensi della sua carriera scolastica. Raccontava di come una sua brava studentessa le avesse detto durante la lezione sincrona la frase: “Prof, non ho più voglia di ascoltarla, voglio che sia lei ad ascoltare me. Sono stanca, sto male, voglio una vita normale… il problema è che nessuno ci chiede come stiamo”. La collega racconta di come a quella ragazza si sia accodata tutta la classe e di come si sia messa ad ascoltarli lasciando da parte il programma da svolgere. Anche lei si è accorta che i suoi alunni si stanno spegnendo, che “si sentono impauriti dal futuro e che vorrebbero più ascolto dagli adulti”. La sera dello stesso giorno, durante una condivisione tra adulti, alcuni dei quali docenti come me, ho raccontato di come mi senta quasi accerchiato dai casi di positività al coronavirus tra alunni, amici, sacerdoti. Molti asintomatici, per grazia di Dio, ma non tutti. Una collega che stimo molto per lo zelo, la competenza, l’amore che mette nel suo lavoro e di cui conosco l’impatto sui ragazzi, aveva avuto il suo sfogo dichiarando che non ce la fa più. Va bene il primo lockdown, va bene la didattica a distanza per brevi tratti, ma non si sopporta più questo tira e molla tra le speranze che ci accendono ad esempio col vaccino e poi il ripiombare in una situazione nera a causa di varianti che nessuno aveva messo in conto così veloci. Anche lei riferisce di come non ce la faccia più, di come si stia demotivando, di come non sappia più nemmeno perché insegni e cosa insegnare. 

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La luce in fondo al tunnel, insomma si fa più piccola e più fioca. Conosco colleghi, di solito fortissimi e coraggiosi, che non nascondono più di ricorrere all’aiuto di uno psicologo. La mamma di un alunno mi aveva raccontato, sempre quel giorno, di come lei stesse da più di venti giorni chiusa in camera perché positiva, con un padre in terapia intensiva e la sorella e la madre in subintensiva. Era preoccupata per i figli che dovevano gestire da soli la loro vita scolastica. Mi aveva chiamato per chiedere un poco di comprensione per il figlio che studia da noi, perché non sa come gestirsi in questa situazione. Tra le lacrime mi aveva chiesto di guardare con un occhio più attento il figlio, me lo aveva praticamente affidato. 

In questa complessa situazione, in questo quadro a tinte fosche, ho pensato che per quest’anno, sperando che sia solo per questo, si possa mettere anche da parte l’annosa questione della Scuola come ascensore sociale mancato. Penso che sia una questione che ora non si ponga. Trovo più pregnante la metafora della zattera alla quale un poco alla volta tutti ci aggrappiamo per evitare di andare alla deriva. L’ultimo anno contraddistinto dal Covid ha assunto un poco alla volta i connotati di un lento naufragio, se è vero, com’è vero, che siamo ancora nella stessa situazione dell’anno scorso, fatta di chiusure, di limitazioni sociali, di contatti rarefatti e di stanchezza emotiva assai elevata. La situazione non è facile se le famiglie sono in difficoltà, la società boccheggia e gli insegnanti smarriscono la via. Nei giorni del Festival di Sanremo, Fiorello e Amadeus si sono commossi in conferenza stampa, pensando che i loro figli si stavano perdendo una parte fondamentale delle loro esperienze sociali tipiche dell’adolescenza. È vero, ma non è tutto. Questi ragazzi rischiano di perdere non solo il tempo presente ma anche una caparra di quello futuro, per esempio in termini di relazioni. Le risse sempre più violente e sempre più diffuse e numericamente corpose stanno lì a raccontare un disagio relazionale che diventa sempre maggiore. 

E allora? Cosa si può fare? Da dove iniziare? Dove trovare la forza per reagire e ripartire? Mi è ritornato in mente, allora, il buon Giuseppe della lettera del papa. Francesco in quello scritto insiste molto sulla gente comune che nel nascondimento lavora per risollevare la situazione di tutti. Quella del Papa venuto dalla “fine del mondo” sembra proprio una risposta a tali sollecitazioni. “Le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia.” Ci rifletto e penso che, in fondo, Giuseppe ha vissuto nella sua vita una situazione simile alla nostra, con la vita sua e dei suoi cari, continuamente posta a repentaglio dagli eventi. Il Papa ricorda le parole rivoltegli: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Oggi è il Covid il nuovo Erode? Cosa fare in Egitto, in terra straniera, incognita? In Egitto Giuseppe, con fiducia e pazienza, attese dall’angelo il promesso avviso per ritornare nel suo Paese.

È vero che intorno a noi ci sono persone afflitte. È vero anche il contrario, tuttavia. È ancora Francesco che ci guida: “Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti”. E quale potrebbe essere il motore di tali azioni? Bisogna accogliere la vita con “fortezza piena di speranza” e affrontare “ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un significato nascosto”. “E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. “Non abbiate paura!”. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. Padri e insegnanti non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio oppure si firma un contratto, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui, di loro. Giuseppe ci ricorda che “tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti”. 

Mi sembra di poter concludere che, anche non capendo, (Giuseppe, infondo capì pochissimo, di ciò che gli capitava) a noi viene chiesto, ora, di attendere nella terra straniera dell’Egitto della pandemia (mi sembra che adesso si possa usare con pregnanza questa parola, mentre, finora era stata usata con troppa facilità ed imprecisione). Verrà l’Angelo. Arriverà la notizia che ci permetterà di tornare a casa dove vivremo una nuova normalità, evidentemente diversa da quella antecedente al virus. Mi sembra che la vicenda di Giuseppe ci indichi un atto di fede (anche solo nel futuro, per coloro che non vivono il dono della fede in Cristo). Mi sembra che venga chiesto a noi adulti, ora, di dare questo segnale. Forse, più e prima delle competenze e delle scalate sociali, probabilmente al mondo della Scuola oggi si chiede di diventare zattera a cui aggrapparsi. Penso che ciò venga chiesto anche a tutti gli adulti, anche se pure costoro vivono il disagio. Siamo sulla stessa zattera, è proprio il caso di dirlo. Stiamo compiendo una traversata in comune durante la quale tutti potremmo smarrire la strada. Forse è la prima volta, negli ultimi anni, che si imponga con evidenza il fatto che da entrambi i lati della cattedra ci siano persone con gli stessi problemi e dubbi. Sarà un apprendimento da non dimenticare in seguito. Sarà ciò che di più prezioso avrà potuto insegnarci questo anno vissuto con grande pathos.




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1 risposta su “Noi insegnanti padri dei nostri alunni come san Giuseppe…”

Una parola semplice: grazie. Di tutto. Saremo zattera, allora. In attesa che arrivi l’Angelo. Ci credo. Fermamente. Buona traversata a tutti.

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