Covid

Il Covid è tornato, come affrontarlo?

Immagine: United Nations COVID-19 Response

di Filomena Civale, medico

Siamo nel pieno della terza ondata ed io ho deciso di entrare nelle USCA, ovvero le Unità Speciali di Continuità Assistenziale. La “Guardia Medica” dei pazienti Covid. Ogni giorno mi ritrovo a vedere ciò che non avrei mai voluto…

Al ritorno dal Pronto Soccorso alla specializzazione, un senso di vuoto mi riempie. Questo tempo del Covid fa sì che la formazione sia a singhiozzo, e intanto fuori c’è una fame incredibile di medici. Decido allora di intraprendere un nuovo percorso, aggiuntivo alla Specializzazione, si tratta delle USCA, ovvero le Unità Speciali di Continuità Assistenziale. La “Guardia Medica dei Covid”, che cerca di tamponare la crisi nella gestione dei pazienti a domicilio.

Quando ho iniziato avevo il dubbio di aver commesso un errore, gestire questi turni in aggiunta a quelli previsti dalla specializzazione non è semplice. Ma dopo soli due turni capisco invece che tra le pieghe delle mie fragilità era nascosta la volontà di Dio. Mi ritrovo nel pieno della terza ondata che si apre con i miei amici più cari colpiti dalla “bestia”. Sono gli amici in Cristo, esattamente la mia famiglia. Dio mi ha dato gli strumenti per poter donare loro quella goccia necessaria, in un periodo in cui la gestione territoriale non è delle migliori, vuoi per la pandemia, vuoi per l’organizzazione sanitaria.

E così mi cimento nel mondo delle USCA, i cui medici che ne fanno parte sono tutti giovani come me, con un solo infermiere, quattro totali in turno, a prendersi cura dei malati di due città. Ed è così che esco per andare a lavoro e mi ritrovo in una tuta “spaziale”, esco per domiciliari con la “macchina USCA” e poi mi ritrovo in situazioni che non avrei mai voluto vivere. Parlo di case che diventano ospedali, con bombole di ossigeno ovunque. La storia è sempre la stessa: ci sono coppie di anziani che vivono soli, con i figli lontani o isolati. Solitamente sono in maschera con 10 litri di ossigeno al minuto che, spesso, non sono sufficienti. Devono essere ricoverati, ma non è possibile perché i posti in ospedale non ci sono e le ambulanze fanno file, anche di 48 ore, fuori l’ospedale.

Cosa si può fare? Questa domanda risuona nelle orecchie e nel cuore. Sì può fare…Tutto quello che si può. Siamo dei semplici strumenti nelle mani di Dio e, a volte, anche noi commettiamo degli errori. Tuttavia continueremo a fare la nostra parte, senza pensare al tempo che ci vorrà e a quando finirà. Per Israele il deserto è durato 40 anni e noi proviamo a restare fedeli tutto il tempo che Dio vorrà.




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