Aborto

Le donne abortiscono in seguito a una violenza: ne siamo proprio sicuri?

bimbo

di Ida Giangrande

Quanti sono gli aborti effettuati in seguito ad una violenza di natura sessuale? Contrariamente a quanto si crede, l’assioma secondo il quale un bambino frutto di uno stupro sarà abortito non è affatto scontato. Ve lo dimostro dati alla mano…

Negli ultimi tempi ho cercato di mettermi nei panni del fronte opposto al mio e di analizzare una ad una tutte le cause che potrebbero spingere una donna ad abortire. Mi sono soffermata a lungo su ciascuna delle motivazioni addotte dai pro-aborto come giustificante ad una cosa irrazionale e innaturale come l’aborto volontario. A oggi, dopo una lunga e attenta riflessione, posso dire con certezza: è inutile che vi affannate non c’è alcuna ragione che possa giustificare la soppressione di un bambino nel grembo. 

Come la mettiamo per le donne rimaste incinte dopo una violenza sessuale? Urleranno alcune femministe radicali stracciandosi le vesti. Su questo voglio soffermarmi oggi e riflettere insieme a voi senza alcuna pretesa ma con lo spirito genuino di chi entra in punta di piedi in un universo ingarbugliato per provare a vederci chiaro. 

Una violenza sessuale, si sa, è uno degli abomini che ci accosta più agli animali che alle persone. Nessuna giustificazione per quanti commettono un gesto tanto assurdo e incomprensibile. Al contrario assistenza e accompagnamento per le vittime di stupri e violenze a sfondo sessuale. Nello specifico, però, mi sono domandata: quanti sono gli aborti effettuati in seguito ad una violenza di natura sessuale? Quante, invece, le donne che vi ricorrono pur essendo state vittime di violenza?

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Molte persone danno per scontato che le donne vittime di stupro che poi rimangono incinte a seguito della violenza vogliano l’aborto a tutti i costi. Per qualcuno, in casi come questo non c’è nemmeno da ragionare: l’aborto è la conseguenza naturale di una violenza sessuale. Innanzitutto vorrei ricordare che per quanto deplorevoli e squallidi, non tutti gli stupri sfociano in una gravidanza. Tuttavia molti studi dimostrano che l’assioma secondo il quale una donna rimasta incinta in seguito a una violenza, debba abortire è clamorosamente falso e per niente scontato.

David Reardon, Amy Sobie, e Julie Makimal hanno scoperto che il 73% delle vittime di stupro che sono rimaste incinte hanno scelto la vita. Di queste, il 64% ha cresciuto i propri figli e il 36% li ha dati in adozione. Una serie di due studi più vecchi fatti dalla Dr.ssa Sandra Mahkorn ha trovato simili risultati. Il 75% delle donne, nei suoi studi, ha scelto di non abortire.

Lo studio di Reardon ha confrontato le donne che hanno abortito con quelle che, invece, hanno portato a termine la gravidanza. Cosa ne emerso? Che l’88% delle donne che hanno abortito si è rammaricata del proprio aborto e ha ritenuto di aver fatto la scelta sbagliata. Solo una era davvero soddisfatta di averlo fatto. Le donne rimanenti erano ambivalenti, sentivano cioè di aver preso la decisione giusta ma riconoscevano che l’aborto era stato traumatico per loro. 

Il 93% delle vittime di stupro che hanno abortito ha dichiarato che non consiglierebbe l’aborto a qualcuna nella stessa situazione. Solo il 7% ha ritenuto che l’interruzione volontaria di gravidanza fosse una buona soluzione in caso di stupro. Inoltre, il 43% ha affermato di essersi sentita spinta a scegliere l’aborto dalla propria famiglia e/o da sanitari abortisti.

Delle donne che avevano proseguito la gravidanza, udite udite: nessuna si è mai pentita di avere avuto il bambino o desiderava invece aver abortito. Oltre l’80% esprimeva semplicemente felicità rispetto al proprio figlio e sulla sua situazione. Solo quattro donne su 82 che hanno portato a termine la gravidanza hanno affermato che l’aborto “potrebbe” essere una buona soluzione per una gravidanza che si verifica in seguito ad uno stupro. Il 94% ha dichiarato che l’aborto non è una buona soluzione in questi casi.

Chi mi conosce bene sa che non mi piace molto parlate di indici, numeri e percentuali. Queste possono servire ma fino a un certo punto, quando si tratta di situazioni così complesse è la testimonianza di vita che conta. Una sola storia può valere quanto la percentuale altissima di una statistica. Sono tante le donne che hanno ringraziato di aver avuto la possibilità di abortire in seguito a una violenza, ma ce ne sono altre che invece hanno dichiarato l’opposto. È il caso di Jennifer Christie. Guarda qui il video di Jennifer Christie

Stuprata durante un viaggio di affari e rimasta incinta pochi mesi dopo, ha dichiarato di non aver voluto reagire alla violenza subita con un’altra violenza e di aver immediatamente deciso di tenere il suo bambino. «Se la vita davvero ha un valore, allora non ci possono essere eccezioni» ha dichiarato. E, nonostante si ritenga comunemente che il figlio concepito durante uno stupro rappresenti il ricordo costante di quel terribile evento, Jennifer non la pensa così e anzi sostiene: «Non ho mai sentito una madre il cui figlio è stato concepito in uno stupro affermare che le ha ricordato l’aggressione subita. Mio figlio, semplicemente, mi ricorda che il bene trionfa sempre sul male, che l’amore è più forte dell’odio e che la nostra umanità non è determinata dal modo in cui siamo stati concepiti».

Testimonianze come questa sono preziose oggi che il tema della gravidanza a seguito di uno stupro è usato come apripista per giustificare e alimentare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il mito dell’aborto buono, giusto e santo che libera e salva la vita delle donne. È interessantissima invece l’analisi che ne fa la stessa Christie quando dice: «Si parla dell’1% dei bambini, quelli concepiti in seguito a una violenza sessuale, per creare una legge che massacri il restante 99%». Pensiamoci la prossima volta che sventoliamo la piaga delle violenze sessuali sulla madre per legittimare la soppressione di suo figlio.




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