Vita

Se difendiamo i poveri e gli oppressi come facciamo a passare indifferenti di fronte all’embrione?

Antonio Riboldi

di Gianni Mussini

Come si può essere progressisti difendendo solo alcune categorie di persone e dimenticandone altre? Per questa ragione Antonio Riboldi, vescovo rosminiano, aveva a cuore il destino di ogni bambino concepito, perché “la persona va difesa sin dall'inizio”.

«Il bambino non è una cosa, è una persona che deve avere una identità precisa e un’origine chiara. Proviamo a pensare davvero: chi ha ragione? Le nostre mamme povere e intelligenti o chi arriva a manipolare la vita, l’origine della vita? Sento di fare una battaglia per l’uomo, mi sono sempre sentito veramente bene quando ho potuto difendere una persona dalla camorra, dalla mafia, dalla povertà, dall’ingiustizia. La persona va difesa sin dall’ inizio. E se dicono che sono medievale, pazienza». 

Sono parole del vescovo rosminiano Antonio Riboldi (1923–2017), contenute in un’intervista al Corriere della sera in prossimità del Referendum sulla fecondazione artificiale del 2005, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica. Ma al di là del merito (la possibilità di manipolare e persino sopprimere l’embrione umano), conta qui il metodo che sta alla base del ragionamento, ovvero l’unità inscindibile di tutto ciò che merita una tutela etica: da questo punto di vista, è irragionevole difendere i poveri e gli oppressi, come le vittime di mafia e camorra, dimenticando quello che Madre Teresa chiamava “il più povero tra i poveri”, il bambino concepito.

Riboldi aveva testimoniato intrepidamente il Vangelo quando si trovò a essere parroco in Sicilia, nella valle del Belice, sconvolta dal terremoto del 1968 e da sempre travagliata dalla criminalità organizzata. Si adoperò perché tutti i senza tetto potessero tornare ad avere una casa e, intanto, accettò di abitare, come loro, in una baracca. Collaborò anche con due martiri della lotta alla mafia come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il Presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dieci anni dopo, Paolo VI lo fece vescovo di Acerra, dove si trovò questa volta a fronteggiare la camorra. Anche qui la sua azione fu determinata e instancabile, fermissima eppure aperta al soffio della misericordia divina: uno stile che contribuì ad abbattere muri di omertà e a suscitare il pentimento dei colpevoli; tanto che il boss Raffaele Cutolo volle confessarsi da lui, in carcere. 

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Inutile dire che queste sue battaglie lo resero molto popolare presso la grande stampa laica e progressista. Ma Riboldi metteva in crisi proprio la laicità e il progressismo dei suoi interlocutori nel mondo: come si può infatti essere progressisti difendendo solo alcune categorie di persone e dimenticandone altre? E come ci si può dire laici rifiutandosi di riconoscere in modo pacato e razionale le evidenze scientifiche e le argomentazioni giuridiche che militano a favore dei diritti dell’embrione? 

Concluso il suo ministero episcopale, padre Riboldi proseguì il suo apostolato nelle carceri italiane, incontrando diversi terroristi pentiti. Ma si è impegnato anche nel giornalismo militante, dirigendo il mensile “Amici di Follereau”, dell’omonima associazione volta alla promozione dei poveri nei Paesi del Terzo Mondo. E infine, visto che la fiaccola va posta sopra il moggio e la buona notizia del Vangelo deve circolare, è stata una delle voci più seguite della nota rubrica radiofonica “Ascolta si fa sera”.

Insomma, tutto si tiene nella vita di questo vescovo che si sentiva “veramente bene” quando poteva “fare una battaglia per l’uomo” senza troppi arzigogoli e secondo il “sì sì, no no” del Vangelo: l’insegnamento, diceva padre Antonio, delle “nostre mamme povere e intelligenti”. Che raramente si sbagliano!




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