CORRISPONDENZA FAMILIARE

di don Silvio Longobardi

Un cammino a due. Torniamo alle radici

19 Luglio 2021

coppia

Lo confesso, mi fa un po’ rabbia tutto questo parlare dei diritti Lgbt, anche in ambito ecclesiale, come se fosse questa la vera emergenza sociale, come se da questa legge (oggi in discussione in Parlamento) dipendesse il futuro del nostro Paese. Una valanga di parole per discutere di questo tema e assoluto silenzio quando si tratta della famiglia.

Non è raro incontrare sposi delusi e stanchi, rassegnati a vivere il matrimonio nella logica di una convivenza che non risponde alle esigenze più profonde del cuore e contrasta non poco con le attese che avevano coltivato. Non erano ingenui né illusi, i sogni di una vita a due erano legittimi e praticabili a condizione di fare della coniugalità il cuore stesso della vita. Ed è proprio questo che molto spesso non avviene, lasciando in ciascuno strascichi di amarezza e… vuoti da riempire in qualche modo. In qualunque modo. 

Sono anni che accompagno gli sposi e posso dire con assoluta certezza che, malgrado la buona volontà, faticano a dare una veste coniugale alla vita. E purtroppo, con rammarico, devo anche riconoscere che raramente incontrano sul loro cammino una Chiesa attenta a dare loro il cibo specifico di cui hanno bisogno. La maggior parte dei sacerdoti non ha un’adeguata preparazione per accompagnare i coniugi né ha coscienza che questo sia un impegno imprescindibile. Negli ultimi decenni, almeno a livello ecclesiale, si parla della famiglia, anche le iniziative di Papa Francesco concorrono a dare spazio a questo tema. Tutto questo è certamente utile ma anche insufficiente, anzi qualche volta fuorviante. Lo dico con chiarezza: Non basta parlare della famiglia, occorre fare della coniugalità la premessa di una più ampia opera che dia alla famiglia il suo volto. Piaccia o no, è bene dire che la vita di una famiglia si misura con la coniugalità. 

Mi sembra questo il cuore e la meta dell’insegnamento evangelico: “Non sono più due ma una sola carne” (Matteo, 19,6). E tuttavia, non è facile trovare pastori capaci di accompagnare gli sposi nel cammino nuziale e aiutarli a rivestire di coniugalità la vita quotidiana, le piccole e le grandi scelte.

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Lo confesso, mi fa un po’ rabbia tutto questo parlare dei diritti Lgbt, anche in ambito ecclesiale, come se fosse questa la vera emergenza sociale, come se da questa legge (oggi in discussione in Parlamento) dipendesse il futuro del nostro Paese. Una valanga di parole per discutere di questo tema e assoluto silenzio quando si tratta della famiglia. Troppo poco si parla degli sposi e meno ancora si mettono in atto strategie capaci di ridare fiato alla coniugalità. A leggere i numeri ci sono tutti i sintomi di una crisi che travolge anche i sentimenti più sinceri ma ormai la separazione coniugale viene pacificamente accettata come un fatto che appartiene alla vita ordinaria, non ci interroghiamo più sulle cause, non c’interessa custodire l’amore e neppure prevenire quelle ricadute che scaturiscono dalla lacerazione del legame affettivo. Anzi, c’è una sostanziale censura sugli effetti negativi della separazione, a partire dalle ferite che lasciano nei figli. 

Negli ultimi anni, grazie al solerte ufficio linguistico dei mezzi di informazione, abbiamo imparato a usare il termine femminicidio per quelle tragedie che riguardano i legami affettivi tra un uomo e una donna. In questo modo abbiamo elegantemente spostato il focus del problema. Il Potere culturale vuole farci credere che questo fenomeno sia un capitolo del libro Uomini che odiano le donne dello scrittore Stieg Larsson. In realtà, quella violenza brutale rappresenta il più plateale fallimento dell’amore, il segno evidente della crescente incapacità di vivere l’esperienza affettiva come un cammino a due in cui ciascuno impara ad accogliere e a rispettare l’altro. Chi non impara la grammatica della coniugalità, chi vive l’amore come un possesso, finisce per calpestare la dignità della donna. 

Dobbiamo tornare alle radici del problema, è bene prendere coscienza che approntare strategie adatte per aiutare gli sposi a vivere la coniugalità è un capitolo essenziale tanto per la vita ecclesiale quanto per quella sociale. Ci vuole un sostanzioso cambio di mentalità che, onestamente, ancora non intravedo nel modo di pensare e progettare la vita. La società è sorda, non vede la famiglia come una risorsa né la considera come un bene indispensabile. La cultura gender contribuisce ad emarginare la famiglia. Solo una comunità ecclesiale più attenta e preparata può aiutare gli sposi a indossare la veste della coniugalità e dare loro la possibilità di giocare un ruolo non marginale in questa partita della storia, affascinante e decisiva. 

È un tema importante che richiede un adeguato approfondimento. Prima delle pur necessarie parole, è bene pregare e far pregare per chiedere al buon Dio di suscitare nella sua Chiesa, sia tra i presbiteri che tra gli sposi, apostoli della famiglia. Questo nostro tempo ne ha particolarmente bisogno. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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