Lotta alla Pornografia

“Il porno è un mondo di demoni che miete vittime ogni santo giorno con il placet degli spettatori”

tristezza

di Ida Giangrande

Mentre sono in vacanza ad assaporare il “dolce far niente” mi arriva una lettera anonima. La leggo e piango, non faccio fatica a credere a ciò che vedo scritto e non posso non rendere pubblica una tale denuncia. “Quando racconto la mia storia mi sento dire: è stata una tua scelta. Non ti ha costretta nessuno. È falso. Una donna che arriva a mortificare il proprio corpo in quel modo è portata con la mano a farlo dalla società, dalla famiglia, dall’odio”.

Ho dei ricordi molto vivi della mia infanzia da principessina in attesa del principe azzurro. E, successivamente, ho ricordi vividi di me e il mio principe che diventato mio marito, siamo seduti sulla spiaggia con lo sciabordio del mare in sottofondo e il cielo stellato come cornice. L’amore, quello vero, quello fatto di tenerezza e rispetto, è un diritto di tutti, di tutte le persone. Di tutte le donne, ma di fronte alla lettera che state per leggere sono costretta ad ingoiare un boccone amaro e ad incassare l’amara verità della realtà cruda in cui viviamo.

Sono anni che noi di Punto Famiglia impieghiamo tutte le energie che abbiamo nella lotta alla pornografia, denunciandone il lato più oscuro e mortifero. Oggi per raggiungere questo obiettivo vi racconto la storia di Gerica (nome di fantasia scelto da lei).  «Il porno non ti guarda in faccia» inizia così la sua lettera. Una mail che mi arriva in un italiano incerto su cui sono costretta a lavorare a lungo pur di renderla fruibile al nostro pubblico. «Ci vuole pochissimo per entrare nel giro e anche quando smetti… non ne esci mai. Quando racconto la mia storia mi sento dire: è stata una tua scelta. Non ti ha costretta nessuno. È falso. Una donna che arriva a mortificare il proprio corpo in quel modo è portata con la mano a farlo dalla società, dalla famiglia, dall’odio… Il porno è un mondo di demoni che miete vittime ogni santo giorno con il placet degli spettatori». La pelle d’oca e un morso alla bocca dello stomaco mi aiutano ad immergermi nelle parole di quel racconto, piccole porte che mi portano in un mondo lontano e profondamente diverso dal mio. «Ho subito una violenza quando ero appena un’adolescente. Il mostro veniva dalla mia famiglia. All’epoca non lo chiamavo così. Ero convinta che quello che mi faceva era normale. Lui mi faceva credere che fosse normale: il dolore, quel disagio in fondo al cuore, il senso di sporcizia che ti porti appiccicato addosso come una seconda pelle. Ho vissuto per anni credendo che l’amore fosse questo. Che gli uomini fossero questo. E quando ho capito che potevo guadagnarci su e affrancarmi da un’infanzia mai vissuta, ho cominciato a farlo senza risparmiarmi nulla. 

Ho cominciato a prostituirmi in un locale a Budapest. Ufficialmente ero una accompagnatrice, ufficiosamente se il cliente voleva di più ed era disposto a pagare a me doveva stare bene. L’ho fatto e dopo la prima volta ti ci abitui. Il puzzo è sempre lo stesso. Il gesto anche. Pochi minuti. Tutto passa. Fai finta. Reciti. Un giorno uno di loro, il lui di turno, mi disse che ero troppo carina che farlo così. Potevo guadagnarci di più. Mi disse che c’era un casting per un film. Il passaggio è stato rapido e indolore. Mi hanno presa subito. 150 euro a scena, né rodavo centinaia di scene, ma era diverso da quello che facevo con i clienti. Dovetti spendere le prime somme per rifarmi i seni, poi i glutei. Dovevo essere come volevano loro, sempre a favore di telecamera, sempre interamente depilata. Essere pronta a tutta, fare di tutto altrimenti? La paga scendeva.  Unica garanzia, le analisi del sangue del partner con cui mi accoppiavo. Uso questo termine ma non è adeguato. Io non avevo un partner, né avevo vari e non mi accoppiavo fingevo di farlo. Era il mio corpo che lo faceva sul serio

Quando tornavo a casa mi sembra di sentirlo che mi implorava, le gambe a pezzi, la schiena dolente, i lividi sulla pelle delle volte in cui mi hanno prese a sculacciate e quelli sull’anima delle volte in cui mi hanno insultata. Si deve fare… al pubblico piace così. La donna deve essere offesa, ingiuriata, violentata… il porno è questo una violenza autorizzata da me e dal sistema. Il porno è questo: masochismo. Desiderio di farsi del male. Nessuna donna affettivamente e mentalmente sana si sottoporrebbe ad una mortificazione simile. Talvolta mi sembra di sentire ancora la voce del primo uomo che mi ha violentata, quello di famiglia. “La colpa è tua” diceva… “sei tu che mi provochi” e con il tempo ho finito con il crederci che era colpa mia. Che me lo meritavo. Che puzzavo come le scene che giravo. Odiavo gli uomini, odiavo le donne… odiavo me stessa. Mi facevo male e sopportavo in silenzio, perché mi dicevo che me lo meritavo. Era il castigo che dovevo subire. Ho girato scene sadomaso. Ho provato dolore e avvertito le mortificazioni più frustrante che una donna può subire. Loro non mi guardavano nemmeno in faccia. Nessuno in quell’ambiente di guarda in faccia. Non serve la faccia. 

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Sono andata avanti così per anni fino a quando ho cominciato a non sentire più nulla, né il dolore né il piacere. Sul set mi accusavano di essere poco partecipe di non comunicare piacere. Io ci provavo ma ero apatica, assente e per risvegliarmi cominciavo a pippare, bere e poi…. drogarmi. A nessuno interessava nulla, anzi più sei disinibita più piaci. Ero ricca, avevo tanti di quei soldi che mi uscivano dalle orecchie ma intanto avevo perso la mia dignità e non riuscivo nemmeno a guardare quel corpo riflesso allo specchio. Non rivedevo mai le scene che rodavo, mai… mi facevo schifo. E proprio da quel senso di disgusto che provavo per me stessa cominciava a rinascere una nuova me. Lo sa come si dice? Quando tocchi il fondo o muori lì oppure trovi la forza di risalire la corrente. Ed io ho trovato la forza. Una forza straordinaria che solo Dio può donarti perché solo Lui in questo mondo di restituisce la dignità. La vita, il sistema, i soldi te la tolgono. Solo Dio ti dice che sei importante, che sei prezioso, che il tuo corpo non è fatto per offrire spettacolini eccitanti a gente malata, ma per custodire un’anima immortale, fatta per il paradiso.

Da qui ho ricominciato e non è stato facile. Ho dovuto pagarmi percorsi di terapie per uscire dal tunnel della droga e dopo altri per recuperare il rispetto per me stessa e altri ancora per affrontare i traumi dell’infanzia. Non ne sono ancora uscita. La mia non è una storia a lieto fine. Non riesco ad avere rapporti ad esempio. Mi innamoro ma quando si arriva al dunque mi ritiro come si fa con l’acqua bollente. Sono segnata a vita dal mio passato, porterò le cicatrici del porno per sempre sulla pelle a ricordarmi lo squallore in cui ho accettato di vivere. Mi sono detta però che tutto quel dolore poteva servire a qualcun’altra delle mie ex colleghe e così spendo la vita a cercare di tirarne fuori dal giro quante più è possibile. Non sempre ci riesco. Devo lavorare in sordina perché l’industria del porno è come quella della prostituzione, se togli loro la carne da macello con cui si alimentano, diventa pericolosa. Per questo motivo devo tenere celata la mia identità. Ma spero di cuore che questa mia lettera possa arrivare a qualcuno che si diverte a guardare il porno oppure a qualcuna che lo fa anche a livello amatoriale pensando che sia solo un piacevole divertimento. A queste persone vorrei dire: non è normale. Tornate indietro finché potete».




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