Eutanasia vuol dire esseri liberi? La storia di Laura

Laura Salafia

Screenshot del video: https://www.youtube.com/watch?v=8E938HZwhLc

Circa un milione di italiani ha firmato per il Referendum Eutanasia Legale al grido “liberi fino alla fine”. Ma è davvero libera di vivere una persona che sceglie di morire? Laura Salafia con la sua storia ci offre una pista di riflessione.

Sono oltre un milione i cittadini e le cittadine italiane che hanno firmato per il Referendum Eutanasia Legale. Precisamente 1.239.423 firme, raccolte in soli 3 mesi da più di 13.000 attivisti in 6.000 tavoli organizzati in oltre 1.000 comuni. Una vera e propria rivoluzione nata dal basso secondo associazioni come “Luca Coscioni”. Una tragedia secondo il mio modesto parere. È vero che ciascuno ha diritto ad esprimere le proprie idee, ma se è così allora anche io voglio dire la mia e voglio farlo raccontandovi una storia vera. È quella di Laura Salafia. 

Siamo nel 2010 nella bellissima Sicilia, Catania per la precisione. Lei, Laura, è una studentessa universitaria, iscritta alla Facoltà di Lettere e Filosofia, si avvia verso l’uscita del suo dipartimento. Ha appena imboccato l’uscio che ecco il proiettile di una pistola, esploso durante una lite, le centra in pieno la schiena. La giovane si accascia, intorno la gente urla, qualcuno scappa e poi l’ambulanza, le sirene spiegate, immagini dai contorni sbiaditi di mani che tentano in tutti i modi di strappare la sua vita alla morte. 

È questione di pochi istanti. Pochi istanti in cui tutto ciò che era, di colpo svanisce e inizia un calvario nei meandri della sofferenza umana, in quella dimensione senza un perché. I medici fanno di tutto per salvarla, eseguono i primi interventi chirurgici e subito dopo arriva la sconcertante diagnosi: tetraplegia. Il proiettile si è conficcato nella spina dorsale della ragazza, paralizzandola dal collo in giù. La sentenza è impietosa: Laura è condannata a restare su una carrozzina, senza la possibilità di muovere nulla se non la testa. 

Il trasferimento nell’unità spinale di Montecatone nei pressi di Imola è immediato, seguono 18 mesi di ospedalizzazione e di ventilazione meccanica. Poi un nuovo trasferimento questa volta all’unità spinale unipolare dell’ospedale Cannizarro di Catania. Tre anni di degenza. Tre anni come nove mesi di gravidanza, per rinascere a vita nuova, perché si formi in lei una nuova identità, una nuova coscienza forse più forte e tenace di prima.

Quello che sembra essere un traguardo si rivela un nuovo calvario. L’esistenza fuori dall’ospedale non è più in grado di accogliere Laura, bisogna adottare sistemi adeguati alla sua nuova condizione e adattare le infrastrutture a supportare le esigenze del suo corpo offeso. Tutto sembra essere perduto, inghiottito in quell’attimo disperato dove ogni sogno, ambizione o radiosa prospettiva è stata risucchiata in un vortice buio segnato dall’incertezza e dalla sofferenza. Benché quel corpo sofferente sembra essere un peso da trascinare, nella fede Laura trova la forza necessaria a portarlo con dignità e vigore, come la croce che Gesù abbraccia nel dolore, perché da altare di morte si trasformi in un canto di lode al creato.  

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Lottare e combattere, soffrire per poi rialzarsi è questo il motivo che scandisce i giorni di Laura. Un ritornello che si ripete senza sosta. La sua non è un’esistenza che si accontenta di trascinarsi, di annaspare per sopravvivere, Laura vuole vivere nonostante tutto. Riprende gli studi, utilizza un joystick per “guidare” col mento la sedia a rotelle. Grazie agli infrarossi riesce ad usare il computer e continua a coltivare i suoi sogni. È inchiodata su una croce fatta di ferro ma la sua vitalità supera ogni aspettativa, collabora con un quotidiano siciliano scrivendo con un particolare programma vocale Word. Incontra i giovani nelle scuole o in ogni altro punto aggregativo in cui essi si ritrovino per parlare loro di perdono, di speranza e del valore delle piccole cose le più ordinarie e scontate. A quanti le chiedono cosa provi nei confronti dell’uomo che un giorno ha puntato un’arma e ha sparato, dice: “Non ho mai pensato con odio a lui. Non ho nutrito spirito di vendetta nei suoi confronti, né lo giudico, perché non devo essere io a farlo. Perdonare non è facile, sulla terra ci sono i tribunali e in cielo c’è Dio a cui affido il perdono anche di colui che mi ha sparato”. Perché la vita è l’espressione di un mistero ed una sola cosa è inguaribile: la voglia di vivere.

Laura è nata perfettamente sana ma un funesto evento della vita le ha tarpato le ali. Se volessimo fermarci al dolore, l’unica cosa che vedremmo è un corpo offeso, incapace di vivere la vita autonomamente. Ma Laura Salafia non si è arresa, dalla sua sedia a rotelle continua ad urlare al mondo che la vera disabilità è quella del cuore e che molti sofferenti spesso non sono socialmente aiutati ad affrontare la malattia nemmeno quando è terminale. Nel maggio di quest’anno, nell’Aula Magna dell’Università di Catania, Laura ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per l’esempio e il coraggio che la sua testimonianza trasmette a chi ha l’onore di conoscerla.




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Ida Giangrande

Ida Giangrande, 1979, è nata a Palestrina (RM) e attualmente vive a Napoli. Sposata e madre di due figlie, è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II. Ha iniziato a scrivere per il giornale locale del paese in cui vive e attualmente collabora con la rivista Punto Famiglia. Appassionata di storia, letteratura e teatro, è specializzata in Studi Italianistici e Glottodidattici. Ha pubblicato il romanzo Sangue indiano (Edizioni Il Filo, 2010) e Ti ho visto nel buio (Editrice Punto famiglia, 2014).




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