“Da sacerdote dovrò occuparmi solo di restare aggrappato a Dio”

Zachari

Il calo delle vocazioni nella Chiesa mi preoccupa e non poco, ma poi incontro giovani come Zachari e la prospettiva cambia: “Volevo diventare sacerdote ma dovevo aiutare la mia famiglia… poi santa Teresa mi ha indicato la via”.

Il primo ottobre, nel giorno in cui la Chiesa ci chiede di contemplare santa Teresa di Gesù Bambino, il giovane Zachari Korgho, 24 anni, originario del Burkina Faso, ha iniziato ufficialmente il suo noviziato. Raccontare la sua storia, in un tempo in cui si parla spesso di un vertiginoso calo delle vocazioni, mi riempie il cuore di gioia.

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Ho il suo nome in agenda, in uno di quei giorni in cui non ho letteralmente il tempo di guardarmi allo specchio. Lo chiamo poco dopo aver finito un incontro scuola-famiglia online e confesso di essere davvero esausta. Lui mi risponde subito e il modo in cui mi accoglie sembra volermi dire: “Rilassati! Per ascoltare la mia storia devi mettere a tacere tutto il resto”. Ha ragione. Me ne accorgo subito. 

“C’è un momento nella tua vita in cui ti sei sentito chiamato alla vita sacerdotale?” gli domando. Ci pensa un po’ su e poi mi risponde: “No… ho sempre voluto farlo, fin da quando ero un bambino. I miei genitori erano catechisti e i sacerdoti venivano spesso a trovarci. Mentre li guardavo, immaginavo di essere uno di loro”.

“Mio fratello aveva iniziato il seminario minore, ma io non ci andai perché i miei genitori non potevano sostenere la spesa. Più tardi mi ritrovai contro il parere di tutta la famiglia”. Mi spiega che in Africa, il concetto di famiglia è molto diverso dal nostro e non è riferito solo a mamma e papà. La famiglia è intesa come nonni, zii, cugini ecc. “Loro pensavano che non fosse saggio mandare tutti e due i figli in seminario. Pensavano che io potevo rimanere per lavorare e dare una mano ai miei”. Il Burkina Faso è infatti uno degli Stati dell’Africa occidentale in cui la povertà miete ancora tante, troppe vittime.  

“Avevo rinunciato al mio sogno ormai, quando un giorno per puro caso trovai Storia di un’anima di santa Teresa di Lisieux. Lei che non aveva rinunciato ai suoi sogni, che era riuscita nonostante le difficoltà a entrare in convento anche se era ancora troppo piccola. Avevo necessità di studiare e mi dissero che nell’Oasi Santa Teresa a Koupela c’era la possibilità di farlo in un centro che avevano aperto proprio per permettere a noi di usare la corrente elettrica. Ci andai e mentre ero lì, ascoltai due ragazzi parlare tra di loro del percorso vocazionale. Domandai alle suore del Centro e mi dissero che non solo c’era un percorso di discernimento vocazionale ma che il sacerdote fondatore della Fraternità di Emmaus la realtà spirituale che sostiene il Centro, don Silvio Longobardi, era lì in Burkina Faso. Gli parlai e iniziai il mio percorso con la Piccola Famiglia, il ramo vocazionale della Fraternità che è un Movimento composto in gran parte da sposi. È stato un cammino lungo, durato quasi due anni che mi ha portato al noviziato”.

 

Gli domando cosa ha provato durante la Celebrazione del primo ottobre, mi risponde che non riesce a mettere in parole le emozioni. “Sono stato accompagnato da tutte le famiglie della Fraternità. Hanno pregato per me ed io ho sentito le loro preghiere. Sono fortunato. Ho una famiglia spirituale bellissima”. I parenti di Zachari hanno accolto con una certa amarezza la scelta del ragazzo, ma i suoi genitori lo hanno sempre sostenuto e appoggiato nonostante la necessità materiale. Mi commuove pensare alla caparbietà con cui ha inseguito un’ambizione che dalle nostre parti sembra essere sempre più bistrattata, ridotta ai minimi termini e ricoperta di pregiudizi, quella del sacerdozio appunto.

“Cosa pensi di poter dare alla Chiesa come sacerdote?” gli chiedo. “L’unica cosa che domando è di vivere la mia vocazione in piena coerenza. Di riuscire a coltivare sempre l’intimità con Dio, è questo che mi renderà sacerdote e se resterò aggrappato al Signore potrò donarmi interamente ai fratelli che mi ha posto accanto”.




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Ida Giangrande

Ida Giangrande, 1979, è nata a Palestrina (RM) e attualmente vive a Napoli. Sposata e madre di due figlie, è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II. Ha iniziato a scrivere per il giornale locale del paese in cui vive e attualmente collabora con la rivista Punto Famiglia. Appassionata di storia, letteratura e teatro, è specializzata in Studi Italianistici e Glottodidattici. Ha pubblicato il romanzo Sangue indiano (Edizioni Il Filo, 2010) e Ti ho visto nel buio (Editrice Punto famiglia, 2014).

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