CORRISPONDENZA FAMILIARE

Quando il matrimonio diventa una babele. Consigli per gli sposi

25 Ottobre 2021

coppia

Da dove ripartire quando nella coppia la gioia della Pentecoste è offuscata da una caotica Babele? Prima di dare spazio alle parole gli sposi cristiani si mettono in ginocchio e bussano alla porta di Dio, invocando grazia e misericordia.

Nella gioia e nel dolore”, proclamano gli sposi nel giorno delle nozze. Un annuncio fedele dei giorni che verranno. La vita di una famiglia non è priva di gioie dolcissime ma è anche attraversata da sofferenze, amarezze e delusioni. A volte la tristezza è come una nebbia che avvolge da ogni parte e offusca anche il bene ricevuto e donato. Ci sono situazioni in cui il cammino coniugale sembra imboccare un vicolo cieco, gli sposi si trovano dinanzi ad un muro e non sanno come abbatterlo né come superarlo. In questi casi tutto si ferma. Manca la volontà – da parte di entrambi o di uno solo – di andare avanti. 

Le situazioni sono molteplici ma vi sono anche esperienze piuttosto comuni a tutti. Una di queste è quella in cui gli sposi si rendono conto di parlare lingue diverse, ciascuno difende a denti stretti le sue ragioni e non si sforza più di comprendere e accogliere quelle dell’altro. Sia chiaro questa diversità esisteva già prima ma l’amore (presunto o reale) permetteva di intrecciare le voci. La gioia della Pentecoste nuziale – in cui l’amore appare come una melodia – lascia il posto ad una sconsolata Babele, in cui c’è una confusione di voci. È un passaggio insidioso. Questa consapevolezza, infatti, non solo genera un dolore indefinibile ma anche una rabbia difficilmente celata. Ed ecco allora lo scontro verbale che, malgrado le intenzioni, alimenta una distanza ancora più grande e, alla lunga, conferma che non c’è più spazio per la comunione coniugale. In questi casi occorre fermarsi prima che sia troppo tardi, attuare una costante resilienza, contenere le emozioni ed evitare tutte quelle parole che possono ferire. Sarebbe bello che questo atteggiamento fosse comune alla coppia ma spesso è una chimera. Chi ama di più comincia prima e resiste di più. Chi ama più l’altro che se stesso, chi ama i figli più di se stesso, chi ama il matrimonio prima e più di se stesso.

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In realtà, ad un’analisi più attenta e realistica della situazione coniugale, è facile rendersi conto che non sono avvenuti cambiamenti significativi, accade piuttosto che l’ingenua pretesa di vederlo cambiato si scontra con l’amara realtà, si insinua il pensiero che probabilmente non cambierà mai, non secondo le proprie attese. Questa constatazione, se non viene contrastata con determinazione, genera prima lo sconforto, poi la rassegnazione e infine una progressiva chiusura che dissolve il sogno della comunione. E porta alla rottura del vincolo oppure ad una convivenza priva di slancio e di passione. Nel passato prevaleva la seconda opzione, oggi la prima è molto più gettonata. 

La vita di una coppia è radicalmente segnata dall’imperfezione. Non basta una generica accusa per la serie: “Siamo tutti manchevoli”. Non basta, anzi spesso diventa una scusa per non guardarsi nello specchio della verità. Prima delle nozze occorre invitare i nubendi a fare un onesto check-up in cui ciascuno, dopo aver fatto un elenco completo e puntuale dei limiti, suoi e dell’altro, dichiara la disponibilità ad accogliere l’altro con i suoi difetti e s’impegna a contrastare i propri deficit. Nero su bianco. Il matrimonio non è un contratto ma si basa sulla chiara consapevolezza delle risorse e dei limiti che ciascuno porta in dote. Se l’amore è autentico, le lacune non spaventano, anzi vengono accolte come una sfida esigente ma salutare. Per i credenti l’amore diventa la via della quotidiana purificazione. 

Lo scenario che ho disegnato non appartiene a tutti gli sposi, grazie a Dio vi sono esperienze bellissime di una comunione che resiste all’usura del tempo. Gli sposi credenti hanno oggi una particolare responsabilità, hanno la missione di mostrare – con la forza dei fatti – che la fede è un sostegno prezioso della comunione coniugale, aiuta a custodire e coltivare l’alleanza nuziale come un bene di assoluto valore. Anche loro fanno esperienza dell’umana fragilità e, a volte, si lasciano irretire dal male ma tutto questo non determina un’ostinata chiusura né fa cadere nella sterile rassegnazione. Quando infatti l’orizzonte appare offuscato, prima di dare spazio alle parole gli sposi cristiani si mettono in ginocchio e bussano alla porta di Dio, invocando grazia e misericordia. Questa preghiera non è un comodo rifugio ma il grido della fede che mantiene viva la speranza.

Lo Sposo è con voi”, ha scritto Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (Gratissimam sane, 18). Un documento che occorre rileggere e meditare. Quest’annuncio riprende e applica alla vita coniugale la promessa che Gesù ha fatto a tutti i discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni”. Anche gli sposi, nel giorno delle nozze, si sono impegnati a custodire fedelmente l’amore lungo tutti giorni della vita. Possono farlo solo perché sanno che un Altro accompagna e sostiene i loro passi.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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