“Immischiamoci a Scuola”: che fine hanno fatto i genitori?

9 Novembre 2021

scuola

Qualche anno fa, il Forum delle Associazioni familiari lanciò l’iniziativa “Immischiati a Scuola”. Lo scopo era formare genitori che tornassero ad essere presenti negli organi decisionali e che iniziassero a pensare di candidarsi come rappresentanti di classe o d’istituto. Il progetto ebbe un’ottima risonanza, ma oggi si registra un clamoroso ritorno al passato. Perché? Dove sono finiti i genitori?

“È irrinunciabile, per la crescita e lo sviluppo degli alunni, una partnership educativa tra famiglia e scuola fondata sulla condivisione dei valori e su una fattiva collaborazione, nel rispetto reciproco delle competenze”. La leggo su una rivista periodica scolastica. Traduzione: se vogliamo aiutare a crescere i nostri giovani, non si può rinunciare, non si può fare a meno di una collaborazione fattiva tra genitori e docenti. La seconda parte della traduzione è più difficile, quasi come tradurre la parola scugnizzo dal napoletano all’italiano. La collaborazione tra famiglia e scuola deve essere fondata sulla condivisione dei valori. Non si dice quanti. Nemmeno quali. Sicuramente non tutti. E questo è chiaramente un problema. Tutto ciò deve avvenire nel rispetto reciproco delle competenze, che tradotto significa che i docenti non facciano i genitori e i genitori lascino lavorare i docenti per la parte di lavoro che compete loro. In altre parole, tranne che nel caso di genitori che per mestiere fanno l’insegnante, nella stragrande maggioranza dei casi essi sono competenti in altre discipline. Stando a ciò che vedo dalla cattedra, posso dire che forse, sul riconoscimento delle competenze di un docente, almeno apparentemente, superficialmente, i genitori ci seguono pure. Necessariamente i docenti, d’altro canto, devono rispettare le scelte dei genitori in fatto di educazione anche nei casi in cui non dovessero condividerle. 

Sulla questione dei valori, invece, negli ultimi anni, la situazione si è di molto ingarbugliata. Faccio queste considerazioni nel mese delle elezioni dei membri degli organi collegiali della scuola. Nel mese di ottobre si sono rinnovati i consigli di intersezione per la scuola dell’infanzia, di interclasse per la scuola primaria e di classe per quella secondaria di primo e secondo grado. In tutti questi organi, i docenti sono membri di diritto. Si elegge, invece, la componente genitori. Nella scuola secondaria di secondo grado fanno parte del consiglio di classe anche due studenti, eletti dagli studenti della classe. Non è sempre stato così. Fino a metà degli anni Settanta del secolo scorso, infatti, i genitori e le famiglie non avevano voce in capitolo nelle questioni di scuola. Si è voluto, con tale cambiamento, dare alla scuola il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica, che garantisca interazione tra docenti, alunni e famiglie e, attraverso questi, con la società in cui è immersa la scuola. Si trattò, quasi mezzo secolo fa, di un passo ambizioso. Nel mese di novembre si rinnoveranno i Consigli di Istituto. Ricordiamo che il Consiglio di circolo o d’Istituto è l’organo di indirizzo e di gestione della scuola, ha funzioni deliberative e rappresenta tutte le componenti dell’Istituto. In esso sono rappresentati i docenti, i genitori e il personale amministrativo. È l’organo che governa la scuola. Esistono anche organi di livello geografico maggiore: provinciali, nazionali. Sono però meno noti ed appetiti. Era necessario questo cambiamento di gestione scolastica? Sì. Decisamente. Ma non è stato ancora compreso. Anzi negli ultimi anni, la partecipazione delle famiglie, attraverso questi organi, alla vita della scuola sta diminuendo. 

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È talmente evidente e vero che, qualche anno fa, il Forum delle Associazioni familiari lanciò il progetto “Immischiati a Scuola”. L’idea, lo scopo era formare genitori che tornassero ad essere presenti negli organi decisionali e che iniziassero a pensare di candidarsi come rappresentanti di classe o d’istituto. Si voleva costruire una rete di genitori che volessero mettersi in gioco, creando «una nuova amicizia costruttiva» tra famiglie e tra famiglia e scuola, dopo anni in cui il rapporto scuola-famiglia è stato segnato più che altro dallo scontro o dalla contrattazione. L’idea dell’amicizia costruttiva tra famiglie, intese tra di queste, e tra famiglia e scuola, in poche parole, rappresenta la grande difficoltà che ancora osservo dalla cattedra. Seguirono giornate di formazione che si fondavano su quella che sembrava essere una nuova voglia di partecipazione spinta anche da una certa diffidenza per quella che si affacciava come l’ondata educativa del gender richiamata nel comma 16 della legge 104 del 2015, la cosiddetta “buona scuola”. L’esito, dopo alcuni anni di lavoro, “sotterraneo” ma non troppo, portò dei frutti: sembrò poter rinascere un certo protagonismo positivo, non per controllare, ma per condividere. L’idea di fondo era che la Scuola è un luogo di incontro e non di conflitto. La realtà che trapela dalle testate giornalistiche, talvolta, lascerebbe intendere qualcosa di diverso. L’esperienza del Forum, tuttavia, cercò di smuovere anche docenti e dirigenti che hanno scoperto relazioni ed esperienze inaspettate. 

A distanza di qualche anno, forse anche per colpa dell’emergenza sanitaria i cui strascichi ancora incidono sulla vita dei membri della nazione, l’effetto sembra essere svanito. In generale, dal punto di vista sociale, l’ultima tornata elettorale, sembrerebbe suggerire una certa disillusione nella compartecipazione delegata alla gestione degli spazi comuni. Detto più chiaramente, così come non si va più a votare per eleggere i propri rappresentanti per la gestione della cosa pubblica, allo stesso modo sembra si snobbi la rappresentanza scolastica. È un risvolto che andrebbe approfondito, ma non ci si stupirebbe se si dovesse trovare un nesso. La stagione dell’uno vale uno sembra aver trovato approdo nella triste considerazione che l’uno del singolo elettore valga forse meno di altri ingranaggi decisionali. È un pensiero che vale la pena mettere sul tavolo della condivisione. Resta il fatto che alle ultime elezioni dei rappresentanti scolastici l’affluenza è stata addirittura minore di quella dell’ultima tornata elettorale. E dire che nella stragrande maggioranza delle scuole essa è stata anche agevolata dalla fruizione multimediale, mediante piattaforma, che quindi comportava minori problemi per i genitori lavoratori. Questa nuova modalità, in teoria, dovrebbe andare incontro alle esigenze dei genitori, molti dei quali così non sarebbero costretti a richiedere permessi sul luogo di lavoro. 

C’è un altro aspetto che andrebbe preso in considerazione e riguarda proprio la questione dei valori a cui si faceva cenno all’inizio. La nostra società si presenta decisamente molto più plurale e venata di visioni antropologiche di difficile conciliazione. Tutte legittime, ma contraddittorie. Il monolite culturale (almeno apparente) di qualche decennio fa è ormai solo un ricordo. Oggi si fanno strada visioni dell’uomo confliggenti. I portatori di tali novità, volendo farle arrivare ad un’ampia platea, ambiscono a passare per il canale della Scuola. Questo fatto genera reazioni diverse. Ci sono genitori che si candidano per ergersi a difensori dello statu quo, ci sono coloro che si candidano per favorire la rivoluzione e ci sono quelli che si tirano fuori. Con numeri ancora piccoli, ma in crescita, per esempio, fioriscono in Italia, le cosiddette scuole parentali, gestite cioè da genitori. In Italia, infatti, è bene ricordarlo, è obbligatoria l’istruzione e non la frequenza, nel senso che un genitore può scegliere ad inizio anno di ritirarsi il figlio dalla scuola, prepararlo privatamente e poi farlo esaminare a fine anno per l’eventuale ammissione all’anno successivo. Tra i pionieri di tale attività, come non ricordare la scuola di Barbiana voluta e gestita da don Lorenzo Milani? È tutto legale, costituzionale, previsto e normato. E allora accade, soprattutto al Nord, che in presenza di insegnamenti ritenuti non condivisibili dai genitori perché di derivazione gender, molti costituiscano questo tipo di scuola. In Europa è anche più diffusa. Ha destato scalpore, ad esempio, la decisione di Emmanuel Macron, presidente francese, di proibire il ricorso a tale tipo di formazione. L’esempio francese si presta ad esemplificare il problema che stiamo affrontando. Il problema della Francia sono le scuole islamiche e per tale motivo il presidente avrebbe ricordato che: «L’istruzione domestica sarà strettamente limitata ai requisiti sanitari (…) Poiché la scuola deve prima inculcare i valori della Repubblica, non quelli di una religione». Inculcare, in ambito educativo è sempre un brutto verbo. Nella fattispecie, in Italia, la situazione è molto diversa in quanto i titolari della cattedra educativa nel nostro paese restano costituzionalmente i genitori. E qui torniamo ai problemi di conciliazione dei valori posti all’inizio. Forse il primo valore da perseguire è il mescolamento, inteso come ascolto delle diversità. Giudicare un ambiente dal di fuori non rende giustizia alla realtà. Sedersi sulla riva di un fiume è chiedersi “ma dove va quella corrente?” è inutile, non costruttivo. Gli amici del Forum avevano colto bene l’idea dell’immischiarsi in una realtà che non è del tutto come la desideriamo. Si chiama vita questa cosa. Di solito è diversa dai nostri desideri. Per questo motivo la pretesa di crescere un proprio figlio in un ambiente protetto non lo preserverà dall’impatto che poi egli comunque avrà con la realtà sociale nella quale necessariamente dovrà confluire. E questo vale per i genitori che propendono per le scuole parentali ma anche, per esempio, per quelli che scelgono per i propri figli di non avvalersi dell’insegnamento dell’I.r.C. Entrambi hanno in comune, in fondo, la volontà di non immischiare il figlio in ambienti con idee non condivise. Invece, la Scuola è l’ambiente esattamente contrario: le diversità vengono poste tra quattro mura e sono costrette a confrontarsi. Ecco il senso ultimo della riforma degli organi collegiali: i docenti devono confrontarsi con le famiglie e viceversa. In comune essi hanno il bene del figlio-studente, cioè la sua capacità di affrontare la complessità che scaturisce dalla pluralità di punti di vista. Gli adulti avranno fatto un buon lavoro quando il figlio-studente saprà riconoscersi con le sue idee e caratteristiche in un mondo di altre persone differenti. Come diventa centrale questo aspetto nella società degli individui isolati. Forse la grande malattia dell’isolamento trova qui un suo possibile vaccino.




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Piero Del Bene

Sposo, padre, insegnante di matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. Catechista e formatore. Dopo la laurea in Matematica ha conseguito il Master in scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Con la moglie Assunta si occupano di Pastorale Familiare.

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