Covid

Obbligo vaccinale, tamponi, Green Pass: pro e contro del “pacco di Natale”

Basta fantasticare su complotti massonici mondiali a cui i Governi si sono asserviti, ci sono piuttosto solo scelte difficili da prendere da parte di chi ci governa. A volte sono comprensibili, altre meno; a volte sono giuste, a volte sembrano sbagliate. Tenere alto il livello di attenzione è legittimo, ma la stella polare sia sempre il buon senso e la duplice aspirazione al benessere individuale e a quello collettivo; solo così, con il contributo di tutti (o forse – ahinoi – solo dei più) potremo finalmente uscire fuori da questa pandemia.

Come era prevedibile visto il riacutizzarsi dell’emergenza pandemica, sotto l’Albero di Natale il Governo ha ritenuto bene di far trovare un nuovo pacco-regalo con le ulteriori disposizioni anti-Covid. Come era altrettanto prevedibile anche queste ultime hanno fatto discutere in quel difficile equilibrio tra disposizioni condizionanti l’esercizio delle libertà individuali e il rischio di provvedimenti eccessivamente vessatori. 

Sono un convinto Sì-VAX. Ho vissuto diligentemente il periodo di lockdown senza provare escamotage o scappatoie, ho beneficiato del vaccino appena la mia categoria è stata coinvolta, non per questo ho smesso di portare la mascherina nei locali al chiuso – o all’aperto in caso di rischio di assembramenti -, ho fatto la seconda e, appena possibile, la terza dose. Ho periodicamente fatto test rapidi, tamponi e sierologici vari tenuto conto degli inevitabili spostamenti di lavoro e dell’esigenza di tutelare dal rischio contagio i miei familiari e le persone a me vicine. Ho gioito della campagna vaccinale e del ricorso al Green Pass quale strumento di libertà di movimento per garantire il giusto equilibrio tra libertà individuale e tutela sanitaria generale.

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Comprendo e rispetto quanti mostrano legittime preoccupazioni su individuali effetti collaterali tali da innalzare in via esponenziale i fattori di rischio per l’assunzione del farmaco vaccinale, meno rispetto a posizioni ideologiche di chiusura alla gestione della emergenza pandemica attraverso la campagna vaccinale e alla, conseguente, assunzione di provvedimenti di monitoraggio collettivo.

Questa lunga premessa per esprimere una preoccupazione, ossia quella che lo scontro ideologico tra Sì-VAX e No-VAX possa far saltare le normali regole di convivenza civile, dall’una e dall’altra parte, e anche la ricerca del giusto equilibrio tra previdenza sanitaria e limitazione delle libertà individuali.

Il Green Pass è uno strumento di libertà perché, mediante l’accertamento della diffusione della campagna vaccinale, riduce il rischio di una più rapida diffusione del virus e delle sue innumerevoli varianti.

Ma qual è il giusto equilibrio tra facoltà ed obbligo di vaccino? Tra limitazione delle attività ludico-ricreative e l’esercizio di libertà fondamentali? Tra una differenziazione legittima e un discrimine indistinto tra vaccinati e non vaccinati?

Nel momento in cui non si assume la scelta dell’obbligo vaccinale indifferenziato, è normale che si relativizzi ogni considerazione sulla giustezza delle misure adottate. Non va mai dimenticato, infatti, che dietro ogni numero ci sono persone, con le loro storie, le loro esigenze, le loro abitudini, le loro legittime aspirazioni.

Come abbiamo avuto modo di verificare, gli strumenti di protezione individuale (igienizzazione e mascherine) in spazi al chiuso e/o all’aperto, hanno fortemente contribuito alla riduzione del rischio di trasmissione per via aerea del virus.

La copertura vaccinale, in maniera ancora più diretta, ha limitato in maniera scientificamente dimostrabile l’incidenza del virus e anche la stessa trasmissibilità. Al netto, però, della perseveranza con le misure di protezione individuale che non fanno distinzione tra vaccinati e non vaccinati.

La nuova ondata di contagi, infatti, più che riconducibile alle nuove varianti che hanno avuto il triste merito di consentirci una ripassata dell’alfabeto greco (beta, delta, omicron…), sembra addebitabile a quella nuova categoria che si agita e fa da collante tra No-Vax e Sì-Vax: i Free-Vax, ossia quelli che semplicemente avendo fatto la seconda o la terza dose di vaccino ritengono di poter fare come se nulla fosse. La logica rischiosa del Green Pass è infatti quella di far sentire i possessori come protetti da una barriera aurea virus-repellente. Non è così. Chi è vaccinato è più forte contro il virus ma non è intoccabile. Troppo poco? Non è abbastanza? Non funziona così con gli altri vaccini? Forse no, forse sì, ma come ricorda spesso Papa Francesco “la realtà è superiore all’idea”, quindi le scelte individuali e collettive vanno fatte alla luce di questa verità.

Altro dato di fatto, il tampone fotografa la situazione “al momento” in maniera ben più realistica del Green Pass attestante la copertura vaccinale. Impensabile violentare il proprio naso ogni volta che si esce di casa, quindi le soluzioni-tampone (mi scuso per il pessimo gioco di parole) sono inevitabilmente un ricercato equilibrio tra i diversi strumenti messi in campo. 

L’obbligo vaccinale per alcune categorie, particolarmente esposte al contagio, rappresenta lo strumento più idoneo soltanto se le modalità di relazione rendono inadeguate le normali regole di igienizzazione e protezione individuale (mascherine, e finalmente per tutti le FFP2). Ma ciò che vale per il personale sanitario, dove si è più esposti a un “non uso” emergenziale degli strumenti di protezione individuale è valido anche per la scuola o per gli uffici pubblici nei quali, invece, tali protezioni sono più facilmente gestibili?

Un monitoraggio tramite tamponi periodici o test-rapidi non è forse più efficace di un Green Pass che si basa esclusivamente su riscontro statistici? Non a caso in queste vacanze di Natale, al di là degli obblighi impositivi posti dal Governo, si è fatta la fila davanti alle farmacie per tamponare adulti e bambini in vista del cenone natalizio. Dove non arriva la norma arriva il buon senso. In tanti hanno pensato: al di là di Green Pass o meno, prima di sederci a tavola con nonni, zii e nipoti meglio sincerarsi che non portiamo in casa il virus…

Arrivo al dunque. È giusto limitare le situazioni in cui della mascherina non si può fare uso? Indubbiamente sì. Al bar, al ristorante, in discoteca è chiaro che sono proprio le vie aeree quelle più esposte. Basta il Green Pass, no di certo, ma indubbiamente offre una copertura, statisticamente attendibile di riduzione del rischio. Quindi sembra “equilibrato” limitare le attività sociali di quanti per necessità o per scelta non possono garantire, con il vaccino o con il tampone, un adeguato livello di sicurezza agli altri membri della comunità

Nei luoghi a forte esposizione quali piscine, palestre e discoteche è sufficiente il Green Pass? Probabilmente no. Sarebbe più attendibile il tampone? Probabilmente sì. Il Super Green Pass è uno strumento adeguato? Mah, rimane più di qualche dubbio… 

Nei luoghi al chiuso e per le attività che consentono l’uso della mascherina (scuole, teatri, attività commerciali, musei, stadi), è necessario essere vaccinati o non sarebbe più attendibile il tampone, o meglio: è giusto discriminare i non vaccinati anche in presenza di un tampone? 

È questo il dilemma che ha accompagnato l’entrata in vigore dal 15 dicembre dell’obbligo vaccinale per il personale docente? È una misura “equilibrata” sospendere dal proprio lavoro quanti avevano sin qui acconsentito a testarsi con il tampone a giorni alterni garantendo il distanziamento e l’uso della mascherina durante tutto l’orario di lezione? Qualche dubbio nasce. Non sempre la soluzione più semplice è anche quella più giusta, e il caso dei professori sembra proprio rientrare in questa categoria. 

Come detto, l’obbligo vaccinale non è l’unico rimedio e non sempre è quello più idoneo per il monitoraggio e il contenimento del virus, soprattutto nel caso in cui si impedisce l’esercizio in sicurezza (mascherina+tamponi+distanziamento) di un diritto costituzionalmente garantito, quello a prestare la propria attività lavorativa.

Ogni altro discorso sulla “categoria degli insegnanti” rischierebbe di essere ideologico e l’ideologia, si sa, sia da parte dei No-Vax che dei Sì-Vax non aiuta il processo educativo che nella scuola ha la sua naturale culla.

Basta fantasticare su complotti massonici mondiali a cui i Governi si sono asserviti, ci sono piuttosto solo scelte difficili da prendere da parte di chi ci governa. A volte sono comprensibili, altre meno; a volte sono giuste, a volte sembrano sbagliate. Tenere alto il livello di attenzione è legittimo, ma la stella polare sia sempre il buon senso e la duplice aspirazione al benessere individuale e a quello collettivo; solo così, con il contributo di tutti (o forse – ahinoi – solo dei più) potremo finalmente uscire fuori da questa pandemia.




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Vito Rizzo

Vito Rizzo è nato e vive ad Agropoli (SA). Avvocato e giornalista, autore e conduttore di programmi televisivi di informazione religiosa. È catechista, educatore di Azione Cattolica e direttore del Festival della Teologia “Incontri”. Oltre alla Laurea in Giurisprudenza all’Università “Federico II” di Napoli, ha conseguito la Laurea in Scienze Religiose presso l’ISSR “San Matteo” di Salerno e sta proseguendo gli studi teologici presso la Sezione “San Luigi” della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. Tra le sue pubblicazioni “La Fabbrica del Talento”, Effedi editore (2012), con Milly Chiarelli “Caro Angioletto. Le preghiere con le parole dei bambini”, L’Argolibro editore (2014), con Rosa Cianciulli “Francesco. Animus Loci”, L’Argolibro editore (2018). Ha attivato un suo blog (vitorizzo.eu) su cui pubblica riflessioni e commenti e collabora alla rivista on line di tematiche familiari Punto Famiglia. Sempre con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato “Carlo Acutis – l’apostolo dei Millennials”.

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