CORRISPONDENZA FAMILIARE

La ragione non basta. Cari docenti, non abbiate paura!

10 Gennaio 2022

scuola

Oggi ricomincia la Scuola. Non sappiamo ancora in che modalità, ma io vorrei dire una cosa agli insegnanti: “Non abbiate paura di dire che l’uso corretto della ragione è molto importante per comprendere la realtà delle cose, ma da solo non è sufficiente”.

Oggi ricomincia la Scuola. In presenza o in DAD, ancora non si sa. Le voci della politica e quella di presidi e insegnanti s’intrecciano, il confronto diventa scontro, le posizioni sono incompatibili. E tutti hanno qualche buona ragione da mettere in campo. Tutti parlano, sembra una lezione di democrazia mediatica ma alla fine di tanto dibattito resta solo la polvere della confusione. La pandemia fa parlare della Scuola, questa grande dimenticata della società e della politica. In realtà, parliamo sempre e solo del virus e di come fronteggiare l’emergenza sanitaria. Se possibile, e senza alcuna competenza specifica, vorrei parlare della Scuola e consegnare una parola ai docenti sull’uso della ragione. 

Non abbiate paura di dire che l’uso corretto della ragione è molto importante per comprendere la realtà delle cose. Benedetto XVI è stato il grande difensore della ragione, ha sottolineato che una fede che non si allea con la ragione cade facilmente nell’emozionalità. La ragione può farci comprendere molte cose. La ragione scientifica ad esempio può dirci senza ombra di dubbio che nel grembo di una donna non c’è qualcosa, una sorta di UFO, oggetto animale non identificato, come tanti oggi affermano con un’arroganza che contrasta con l’evidenza scientifica. Una ragione onesta, e non drogata dall’ideologia, vede accucciato un essere umano, piccolo e indifeso, che sembra dire: “Lasciatemi crescere”. In fondo, se io posso scrivere e voi leggere, è solo perché qualcuno ha ascoltato il nostro grido della vita.

Al tempo stesso, e con la più grande semplicità, cari amici che avete l’onore di in-segnare, cioè di segnare nel cuore dei ragazzi le parole della vita, non abbiate paura di affermare che la ragione non basta. I vostri ragazzi, voi già lo sapete, non faranno fatica a comprenderlo. Con la ragione non si dipingono quadri né si scrivono poesie. Non è la ragione che spinge ad amare una donna o un uomo. Anzi, a dirla tutta, l’idea stessa di condividere ogni cosa della vita – e per tutta la vita – con una persona altra appare del tutto irragionevole, una vera follia. Le statistiche impietose delle separazioni non raffreddano i sentimenti né impediscono di sognare e cantare un amore che abbraccia tutta la vita. La ragione non è capace di spiegare il senso della vita. Evidentemente, come diceva secoli fa Blaise Pascal, “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Il passare del tempo non ha fatto perdere valore a queste parole. 

Il docente non si limita a riempire la mente dei ragazzi di cose che non sanno, cognizioni che nella gran parte dei casi vengono cancellate dalla memoria. Il suo compito, quello che fa di questo lavoro il più nobile dei servizi pubblici, è quello di svegliare la coscienza dell’uomo. Non c’è solo la fredda razionalità scientifica, fatta di numeri e dati che s’impongono con oggettiva prepotenza, c’è anche la ragione etica, quella che muove le corde più segrete dell’emotività.  

È stato giustamente detto che “il sonno della ragione genera mostri”. Il torpore della coscienza non solo offusca quei valori che strutturano la vita sociale ma determina una sempre maggiore fiacchezza spirituale. Fino a generare una sostanziale incapacità di riconoscere e combattere il male. Se diamo alla Tecnica tutto il potere decisionale, l’uomo finisce inevitabilmente per soccombere. Se i dati scientifici non vengono interpretati alla luce di un’etica rivestita di umanità, l’infinita dignità dell’essere umano diventa un numero oppure si perde nel caos di un’indistinta democrazia animale in cui “uno vale uno”. 

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Abbiamo bisogno della ragione ma non c’è niente di peggio di quella razionalità monocratica che pretende di occupare tutto lo spazio del discernimento e della deliberazione etica, calpestando tutti gli altri registri della conoscenza, quelli che fino ad ora hanno reso grande e bella la storia dell’umanità, quelli che ancora oggi spingono milioni di persone a mettersi in movimento per visitare siti di grande bellezza artistica o storica o semplicemente per recarsi nei luoghi santi della propria religione. 

Vi sono quelli che s’impegnano per ricondurre la religione nei limiti della ragione; e vi sono altri che cercano di ricordare gli oggettivi limiti della ragione. Io appartengo alla seconda categoria. Una ragione senza fede è cieca. Una ragione che rifiuta la fede è disumana, nel suo senso etimologico, cioè priva di una parte considerevole di quel patrimonio che appartiene di diritto all’umana natura. Una ragione che combatte la fede è irrazionale, rinnega se stessa. 

Non abbiate paura di dire che la fede gioca un ruolo importante e decisivo nella storia personale e collettiva dell’umanità. È un’affermazione talmente evidente dal punto di vista storico che possiamo considerarla come una sorta di assioma, una premessa indiscutibile. Nel corso dei secoli la fede religiosa ha generato l’arte in ogni suo ambito, ha suscitato un impegno straordinario di carità e ha alimentato un desiderio inesauribile di giustizia, ha prodotto fiumi di letteratura, ha trovato espressione nella filosofia e nella teologia… Insomma, ha dato un contributo notevole a quella civiltà di cui oggi giustamente ci gloriamo. 

La fede tiene conto della ragione ma non resta nella prigione di una ragione che pretende di capire e spiegare ogni cosa. La retta ragione non annulla il Mistero anzi riconosce che nel cuore dell’uomo vi sono tante domande a cui essa non può rispondere. La fede è come un piccolo squarcio in quel velo che avvolge l’universo della conoscenza, invita a guardare oltre. Non toglie spazio all’uomo ma ridimensiona la sua pretesa di essere il principio di se stesso. Non gli chiede di farsi da parte ma di riconoscere di essere parte di una storia che trova in Dio il suo Principio. Accogliere la fede non è un obbligo ma non è neppure un delitto di lesa maestà. È un’opportunità. 

Nel tempo della pandemia, che rimescola le carte e riscrive la grammatica della vita sociale, i credenti dovrebbero anzitutto e soprattutto comunicare la fede con il massimo impegno. È la premessa per impedire quel “naufragio della civiltà” che Papa Francesco ha denunciato di recente.




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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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